Perché la candidatura di Martina può diventare un guaio per il Pd

di Donato De Sena | 22/11/2018

martina
  • Maurizio Martina ha annunciato oggi in un circolo Pd a San Lorenzo a Roma la sua candidatura al congresso del partito

  • La sua discesa in campo rischia di trasformarsi in un problema per la stessa forza politica

  • Se alle primarie nessuno supera il 50% il segretario viene scelto dall'assemblea, con il rischio di cedere terreno al correntismo

Più partecipazione significa quasi sempre per un partito più confronto, più condivisione, più consenso. Più opportunità. Ma in politica anche le soluzioni che dovrebbero portare nella direzione migliore possono avere il loro lato negativo. È il caso della candidatura al congresso del Pd di Maurizio Martina, che ha guidato i Dem per sette mesi dopo la sconfitta elettorale delle Politiche e che oggi ha sciolto la riserva parlando in un circolo di Roma, nel quartiere San Lorenzo. L’ex ministro delle Politiche Agricole ha annunciato la sua corsa per la segreteria invitando tutti i candidati a «inchinarsi ai militanti e agli iscritti». Un impegno e una posizione condivisibili, apprezzabili. Che rischiano però di trasformarsi indirettamente in un guaio per lo stesso Partito Democratico.

Martina si candida a segretario Pd

Martina è il terzo tra i big del Pd ad essersi schierato in campo per vincere il congresso, dopo il governatore del Lazio Nicola Zingaretti e l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti, che sono anche i due favoriti della competizione. Pur non essendo il favorito, il segretario uscente è in grado di conquistare una buona fetta di consenso e abbassare le percentuali dei due principali contendenti. Non è un aspetto secondario. Le primarie, con nessun candidato in grado di superare il 50% dei voti, si rivelerebbero inutili, perché la decisione sul segretario spetterebbe ai delegati dell’assemblea nazionale.

Le primarie con la soglia del 50%

In base allo statuto del Pd e all’ultimo regolamento per l’elezione del segretario e dell’assemblea nazionale, sono ammessi alle primarie i tre candidati alla segreteria che, in una prima fase, risultano essere i più votati tra gli iscrittipurché abbiano ottenuto almeno il 5% dei voti validamente espressi e, in ogni caso, quelli che abbiano ottenuto almeno il 15% dei voti validamente espressi e la medesima percentuale in almeno cinque regioni o province autonome»). Alle primarie però bisogna superare la metà dei consensi. Se nessuno ottiene la maggioranza assoluta dei voti, il presidente dell’assemblea nazionale deve indire un ballottaggio a scrutinio segreto tra i due candidati collegati al maggior numero di componenti. In quel momento si apre inevitabilmente una partita tra correnti in assemblea, con i delegati vicini al candidato sconfitto (potrebbe trattarsi di Martina) che si trasformano o possono trasformarsi in ago della bilancia per l’elezione del segretario (probabilmente Zingaretti o Minniti). Un recente sondaggio realizzato dall’istituto demoscopico Demopolis (interviste il 13 e 14 novembre) che tiene conto di tutti i candidati alla segreteria ha attribuito il 33-39% di consensi a Zingaretti e il 30-36% a Minniti.

Il rischio correntismo in assemblea

Cosa succede dunque se nessuno vince ai gazebo? Il rischio non è solo quello di dare l’idea di leadership debole, ma anche di apparire come un partito ancora diviso o troppo concentrato sulle beghe interne. Lo hanno espresso apertamente in queste settimane non solo dagli osservatori politici, ma anche gli esponenti Dem. Lo stesso Minniti, intervistato a ‘Mezz’ora in più‘ da Lucia Annunziata, ha dichiarato: «Il compito di tutti è far sì che qualcuno arrivi al 51%» altrimenti «sarebbe uno scacco» e «si sancirebbe che il Pd è una confederazione di correnti». Ma non è solo una questione di forma. Con uno slittamento dei tempi il nuovo segretario, eletto dall’assemblea e non direttamente alle primarie, rischierebbe di avere ancora meno tempo per insediarsi, nominare una segreteria e poi impostare la campagna elettorale e preparare le liste per le attese Europee di fine maggio.

Qualcuno ha addirittura proposto una soluzione alternativa per evitare le conte. «Se nessuno ottiene il 51%, il segretario del Pd sia comunque chi ha preso più voti dagli elettori delle primarie. Solo così superiamo il rischio correntismo in assemblea», ha affermato l’ex ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli, che sostiene Minniti. Qualcosa cambierà?

(Foto di copertina da archivio Ansa: l’ex segretario del Pd Maurizio Martina durante la conferenza stampa al circolo Dem di via dei Marsi a San Lorenzo a Roma, 22 novembre. Credit immagine: ANSA / ANGELO CARCONI)