Giada Vettorato: «Mio figlio era educato e andava bene a scuola, eppure lo stavo perdendo»

Federica Basili 16 Ott 2026
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Per molti genitori, quando i figli superano gli otto anni, sembra non esserci più nulla: niente corsi, niente manuali, nessuna guida. Eppure è proprio allora che arriva la pubertà e la relazione comincia a cambiare, spesso senza che ce ne accorgiamo.

Mentre il dibattito pubblico si concentra sull’infanzia o sull’adolescenza conclamata, c’è una fase breve, intensa e poco raccontata che resta in mezzo: la preadolescenza.

È di questo spazio vuoto che si occupa Giada Vettorato, Family & Parent Coach, ex maestra Montessori e madre di tre figli, oggi vicina all’abilitazione come psicologa dell’età evolutiva. Il suo progetto, Adolescenza Consapevole, è nato come pagina di divulgazione su Instagram e si è allargato a podcast e percorsi di coaching. Ora è diventato anche un libro: Preadolescenza consapevole. Non più bambini, non ancora adolescenti, edito da ON e in libreria dal 20 ottobre.

L’abbiamo incontrata.

Nell’introduzione del libro racconta di essere diventata mamma a meno di 24 anni, convinta che bastasse replicare quello che avevano fatto i suoi genitori. Scrive anche: «La mia strategia educativa, purtroppo, era fare paura». Quando ha capito che doveva cambiare strada?

Ho capito che dovevo cambiare strada quando mi sono resa conto che la qualità della relazione che immaginavo di avere con mio figlio era molto lontana da quella reale.

Se mi fossi basata soltanto sui suoi risultati scolastici o sul suo comportamento fuori casa, avrei potuto pensare che tutto andasse bene. Era un ragazzo educato, che non dava particolari segnali di trasgressione o ribellione. Apparentemente non c’erano motivi per preoccuparsi.

Eppure, quello che sentivo era una distanza sempre maggiore tra noi. Me ne sono accorta quando ho iniziato a prestare attenzione alla dimensione affettiva della nostra relazione. Mio figlio condivideva sempre meno i suoi pensieri con me, non mi cercava quando aveva bisogno di supporto e io sentivo di non essere più un punto di riferimento per lui.

È stato allora che ho capito che quella tranquillità era soltanto apparente.

Cosa le hanno insegnato i suoi figli che nessun corso le aveva insegnato?

I miei figli mi hanno insegnato a prendermi meno sul serio. Credo che sia uno degli insegnamenti più preziosi che ho ricevuto da loro.

Crescendo, noi adulti tendiamo a perdere la capacità di affrontare alcune situazioni con leggerezza. Io, per esempio, sono una persona che ha lavorato molto su sé stessa, che tende a prendere le cose molto seriamente e a impegnarsi a fondo in ciò che fa. A volte persino troppo.

I miei figli, invece, come spesso fanno i ragazzi, hanno questa straordinaria capacità di «mandare in vacca» anche le situazioni che a me sembrano serissime, di sdrammatizzare, di usare quella che mi piace chiamare una «sana superficialità».

Ecco, mi hanno insegnato che qualche volta possiamo anche permetterci di essere meno seri, di non dare a tutto lo stesso peso.

Credo che noi adulti tendiamo a dimenticarcene e che, a volte, la leggerezza dei nostri figli ci infastidisca proprio perché ci ricorda una capacità che, crescendo, abbiamo un po’ perso.

Che preadolescente era lei? E che rapporto aveva con i suoi genitori a quell’età?

Sono stata una preadolescente molto solare, socievole e anche parecchio polemica!

Ho sempre avuto un rapporto molto stretto con mia mamma, mentre con mio papà a quell’età la relazione era più complessa e conflittuale. Si trattava però di una conflittualità soprattutto verbale, perché i miei genitori hanno sempre accolto le mie sfide e lasciato spazio al confronto. Ricordo discussioni lunghissime, a volte davvero estenuanti, durante le quali ho avuto modo di esercitare molto il mio pensiero critico e la mia libertà di espressione.

Ripensandoci oggi, credo di non essere stata una preadolescente particolarmente faticosa da gestire. Non avevo grandi pretese e avevo una passione enorme, la danza, che assorbiva gran parte dei miei interessi e delle mie energie.

Non ero invece una grande studiosa. La scuola, in quegli anni, non mi interessava particolarmente. La passione per lo studio sarebbe arrivata molto più tardi.

Nel complesso, ricordo una relazione con i miei genitori molto aperta, calorosa, di grande supporto e ricca di dialogo. Certamente non mancavano i conflitti, soprattutto con mio papà, ma direi che erano conflitti piuttosto normali per quell’età. In qualche modo, mi hanno permesso di sperimentare la possibilità di avere idee mie, anche molto diverse da quelle dei miei genitori, e di poterle esprimere.

Da maestra Montessori a coach dei genitori: cosa si è portata dietro dal metodo?

Direi che l’approccio montessoriano ha influenzato profondamente il mio modo di intendere l’educazione, anche se farei una distinzione. Più che nel coaching genitoriale, porto questi insegnamenti nella mia genitorialità e nel mio lavoro di divulgazione. Il coaching, infatti, è una metodologia che non prevede di trasmettere al cliente un particolare modello educativo o di influenzarlo sulla base delle proprie convinzioni personali.

Ci sono soprattutto due aspetti del pensiero di Maria Montessori che mi accompagnano ancora oggi.

Il primo è la consapevolezza del ruolo che il movimento e l’azione hanno nello sviluppo cognitivo e nell’apprendimento. Impariamo attraverso l’esperienza, attraverso il fare, e questo vale per i bambini piccoli, ma continua a valere anche durante l’adolescenza. I ragazzi hanno bisogno di sperimentarsi, di agire, di sentirsi protagonisti della propria vita.

Il secondo riguarda un’intuizione molto interessante che Montessori aveva avuto proprio sull’adolescenza, una fase alla quale ha dedicato meno spazio rispetto all’infanzia, ma sulla quale ci ha lasciato riflessioni ancora molto attuali. Mi riferisco al bisogno degli adolescenti di sentirsi socialmente utili, di percepire che il loro contributo ha un valore per la comunità.

Credo che questo sia un aspetto che oggi tendiamo a trascurare. Spesso noi adulti facciamo molto al posto dei ragazzi, continuiamo a considerarli troppo piccoli per assumersi determinate responsabilità e finiamo per posticipare continuamente le occasioni in cui potrebbero mettersi alla prova.

A volte, credo, il problema non è nemmeno tanto un eccesso di protezione, quanto il fatto che fatichiamo a considerarli persone già capaci di offrire un contributo, di assumersi delle responsabilità e di avere un ruolo attivo nella società. Così facendo, rischiamo di ostacolare proprio quei processi di crescita e di autonomia di cui hanno bisogno.

Com’è nata Adolescenza Consapevole? All’inizio era un progetto o un’esigenza personale?

Adolescenza Consapevole è stata fin da subito un progetto, nato inizialmente con un intento esclusivamente divulgativo.

Quando ho iniziato, erano passati circa dieci anni dalla preadolescenza del mio primo figlio, un periodo in cui avevo avuto accesso a pochissime informazioni sulla genitorialità e, in particolare, sulle caratteristiche di questa fase dello sviluppo.

Mi rendevo conto che, nonostante fosse passato del tempo, le cose non erano cambiate poi così tanto. Oggi abbiamo a disposizione tantissimi contenuti sulla genitorialità, eppure molte delle conoscenze più interessanti sulla preadolescenza sono ancora pubblicate prevalentemente in lingua inglese e quindi poco accessibili al pubblico italiano.

Inoltre, c’è ancora la tendenza a parlare della preadolescenza come se fosse semplicemente una parte dell’adolescenza, senza riconoscerle una sua specificità. La pubertà, invece, introduce una serie di cambiamenti che rendono questa fase, per quanto relativamente breve, particolarmente interessante e meritevole di un’attenzione specifica.

Sentivo quindi il desiderio di rendere queste conoscenze più accessibili ai genitori, di condividere informazioni che avrei voluto avere anch’io quando il mio primo figlio attraversava quella fase.

Fare divulgazione su Instagram su un tema così delicato: cosa ha imparato dalla sua community? C’è una domanda che i genitori le fanno più spesso delle altre?

Più che quello che ho imparato, direi quello che mi colpisce di più della mia community: rendermi conto di quanta solitudine educativa ci sia ancora oggi.

Viviamo in famiglie nucleari, spesso assorbite dalle sfide quotidiane del lavoro e della gestione dei figli, e siamo diventati genitori molto indipendenti. Ma è un’indipendenza che, a mio avviso, ha poco a che fare con l’autonomia e molto con la solitudine.

Mi sono accorta che i contenuti più apprezzati sono spesso quelli in cui mostro anche le mie fragilità, le mie fatiche e i miei errori. È come se ci fosse un grande bisogno di riconoscersi nell’esperienza dell’altro, di vedere che certe difficoltà sono condivise e, attraverso questo riconoscimento, di concedersi di viverle con meno senso di inadeguatezza.

È una cosa che mi colpisce e mi intenerisce molto e che mi ha insegnato a espormi anche nelle mie imperfezioni.

Credo che abbiamo bisogno di recuperare una dimensione più umana della genitorialità. Uno degli effetti collaterali di avere così tante informazioni a disposizione è che siamo diventati giudici severissimi di noi stessi. Sappiamo sempre cosa dovremmo fare, come dovremmo rispondere, quali comportamenti dovremmo evitare, e quando non ci riusciamo rischiamo di sentirci inadeguati.

Eppure, a volte, dovremmo riuscire a riconoscere anche il valore dell’impegno che mettiamo, anche quando i risultati non sono quelli che speravamo.

Per questo cerco di mostrare anche i miei errori: vorrei che chi mi segue potesse riconoscersi, sentirsi meno solo e meno giudicato nelle proprie difficoltà.

Quanto alle domande che ricevo più spesso, moltissime riguardano la scuola. In particolare, la fatica dei genitori nel lasciare ai figli una maggiore autonomia nella gestione dello studio e delle responsabilità scolastiche.

È una fatica che comprendo molto bene, perché viviamo in una società che attribuisce un valore enorme alla performance e nella quale anche i genitori sentono una forte pressione rispetto ai risultati dei figli.

Fare un passo indietro, allora, diventa difficilissimo. Significa imparare a restare disponibili, a essere un punto di riferimento raggiungibile per i nostri figli, resistendo però alla tentazione di intervenire continuamente al posto loro.

Credo che questa sia una delle sfide educative più grandi che i genitori di preadolescenti si trovano ad affrontare.

Nel libro scrive che, per i genitori, dopo gli 8 anni c’è «il nulla»: niente corsi, niente manuali. Perché la preadolescenza è rimasta così poco raccontata?

Credo che una delle ragioni sia che la stessa adolescenza, come fase dello sviluppo con caratteristiche proprie, è diventata oggetto di studio sistematico relativamente di recente. Prima con Stanley Hall e Jean Piaget, che però era interessato soprattutto all’aspetto cognitivo. Poi, dalla seconda metà del Novecento, con autori come Anna Freud, Erik Erikson e Peter Blos, abbiamo iniziato a comprendere meglio le peculiarità dello sviluppo adolescenziale dal punto di vista affettivo e identitario.

Quello che sappiamo oggi sulla preadolescenza, però, è frutto di acquisizioni scientifiche ancora più recenti. Lo dobbiamo soprattutto al contributo delle neuroscienze e alle tecniche di neuroimaging, che ci hanno permesso di comprendere quanto la pubertà sia rilevante anche per lo sviluppo psicosociale. Gli ormoni sessuali, infatti, contribuiscono ai processi di riorganizzazione del cervello in una fase di particolare plasticità. Questi cambiamenti si intrecciano con aspetti molto importanti dello sviluppo psicologico, come la costruzione dell’identità, la rielaborazione dei propri vissuti e il modo di vivere le relazioni sociali.

Per questo credo che la preadolescenza meriti un’attenzione specifica. È una fase relativamente breve, che spesso viene inglobata nell’adolescenza, perdendo di vista alcune delle sue peculiarità.

Ed è un peccato, perché proprio quando i figli entrano nella pubertà anche i genitori si trovano ad affrontare cambiamenti importanti nella relazione con loro.

Lei parla di «lutto simbolico»: il genitore deve elaborare la perdita del bambino che conosceva. Racconta anche il momento in cui sua figlia, in lacrime, le ha chiesto di uscire dal bagno per confidarsi con qualcun altro. Com’è stato accettarlo?

Ci sono momenti, come questo, in cui viviamo delle vere e proprie epifanie. Come tutte le nuove consapevolezze, possono essere dolorose, perché ci mettono di fronte a qualcosa che non avevamo considerato o non volevamo vedere. Allo stesso tempo, sono occasioni importanti per avanzare nella nostra crescita personale.

In quel momento ho capito che mia figlia stava compiendo un passaggio verso una maggiore indipendenza psicologica e che stava iniziando a cercare anche altrove uno spazio di confidenza e di intimità. Naturalmente, all’inizio mi sono sentita un po’ spiazzata. Credo sia normale, soprattutto quando fino a quel momento siamo stati abituati a essere il principale punto di riferimento emotivo dei nostri figli.

Poi, però, ho accolto quel passaggio con una certa naturalezza. Mi sono detta che era giusto così, che faceva parte della sua crescita. Oggi sono felice di sapere che, oltre a noi genitori, nella sua vita ci sono altre persone significative con cui sente di potersi confidare e dalle quali può ricevere ascolto e supporto.

Credo che elaborare quel lutto simbolico significhi anche questo: imparare ad accogliere il fatto che i nostri figli stanno crescendo e che il nostro posto nella loro vita, inevitabilmente, cambia.

Nel libro distingue tra genitori «falegnami», che vogliono dare forma ai figli, e genitori «giardinieri», che creano le condizioni perché fioriscano. Perché i genitori di oggi tendono a essere falegnami?

A mio avviso tendiamo a essere genitori falegnami perché viviamo in una cultura in cui tutto viene vissuto come un progetto personale da portare al successo. Tra le righe, anche la genitorialità è ormai un aspetto del personal branding e, in qualche modo, i nostri figli finiscono per essere un’estensione della nostra identità.

Del resto, la genitorialità è forse una delle esperienze più creative che esistano e, in questa nostra creazione, rischiamo di cercare continuamente noi stessi. Un po’ come Narciso, che nel mito greco si innamora della propria immagine riflessa nell’acqua.

Allo stesso modo, come genitori possiamo faticare ad accettare la separazione e a riconoscere l’alterità dei nostri figli. Sono persone diverse da noi, con desideri, inclinazioni e aspirazioni che possono anche essere molto lontani dai nostri.

Mi pare che il genitore di oggi sia molto autoreferenziale e usi la performance del proprio figlio come cartina di tornasole del proprio valore. Diventa difficile, quindi, accettare che un figlio possa prendere una direzione diversa da quella che avevamo immaginato per lui. O, forse, per noi.

Essere genitori giardinieri, invece, significa riuscire a riconoscere il valore dei nostri figli anche quando non ci somigliano e quando le loro scelte non corrispondono alle nostre aspettative.

Riprende da Winnicott l’idea del genitore «sufficientemente buono» e propone esercizi come: «Oggi ho urlato ancora una volta. Però me ne sono accorta». Come si smette di sentirsi sempre in difetto?

Credo che si smetta di sentirsi sempre in difetto quando si smette di paragonarsi a un ideale di perfezione. Quando cominciamo ad accettare la nostra vulnerabilità, le nostre imperfezioni, le nostre contraddizioni e anche il nostro modo, a volte ondivago, di relazionarci con gli altri, che è del tutto umano.

Quando smettiamo di pretendere da noi stessi una perfezione irraggiungibile, diventiamo anche più indulgenti verso i nostri errori e le nostre fatiche. E penso che questa maggiore indulgenza verso noi stessi ci aiuti a esserlo anche verso gli altri, compresi i nostri figli.

Sul telefono il libro non parla di divieti ma di coerenza: chiedere ai figli di staccarsi dallo smartphone mentre lo usiamo a colazione ci rende «predicatori ambulanti». E gli youtuber, che chiama scherzosamente «maledetti», sono davvero un problema?

No, non credo che né il telefono né gli youtuber siano davvero maledetti. Pensandola così rischiamo di guardare il dito e non la luna, come dice un antico proverbio.

Gli youtuber, così come gli avatar, possono rappresentare per i ragazzi un modo per esplorare altre parti di sé, sperimentare diverse versioni di sé stessi e confrontarsi con modelli differenti. Questo, di per sé, non ha necessariamente una valenza positiva o negativa.

Naturalmente dipende dai contenuti, dai modelli che vengono proposti e dal modo in cui i ragazzi si relazionano con questi personaggi.

Credo che il problema nasca soprattutto quando lasciamo che il dispositivo diventi un surrogato delle relazioni e finisca per occupare uno spazio che dovrebbe essere dedicato all’incontro e allo scambio con gli altri.

Per questo penso che dovremmo preoccuparci meno del mezzo in sé e prestare maggiore attenzione alla qualità delle relazioni che i nostri figli vivono, anche al di fuori dello schermo.

Quando un genitore dovrebbe smettere di fare da sé e chiedere aiuto a uno specialista?

Un genitore dovrebbe chiedere aiuto quando i segnali di difficoltà nella relazione diventano stabili e pervasivi.

Immaginiamo di mettere su un’ipotetica bilancia, da una parte, i momenti belli, quelli di connessione, di vicinanza e di sintonia con i nostri figli e, dall’altra, i momenti di fatica, di disconnessione e di mancata sintonizzazione.

Quando questi ultimi iniziano a pesare molto più dei primi e sentiamo di non riuscire a modificare la situazione, allora forse è arrivato il momento di chiedere aiuto.

Nel libro parla di codice materno e codice paterno, e precisa che il codice paterno può incarnarlo anche una madre. Perché in preadolescenza diventa fondamentale il codice del limite, del «prima prova tu»?

Il codice paterno, che incarna il limite, è particolarmente importante in preadolescenza perché i ragazzi hanno sempre più bisogno di confrontarsi con una realtà che non risponde necessariamente ai loro desideri. Hanno bisogno di sperimentare le proprie capacità, di imparare a tollerare le frustrazioni e a posticipare la soddisfazione dei propri desideri.

Il codice paterno ha anche a che fare con la fiducia che riponiamo nelle loro capacità. Quando diciamo «prima prova tu», comunichiamo a nostro figlio che lo riteniamo capace di affrontare una difficoltà anche senza il nostro intervento immediato.

C’è poi il tema della trasgressione, che diventerà particolarmente importante durante l’adolescenza. Se non esiste un limite, non esiste nemmeno la possibilità di trasgredire. Ed è anche attraverso la trasgressione, la messa in discussione delle regole e la ricerca dei propri confini che un ragazzo può comprendere meglio chi è e che cosa vuole.

E i papà? I suoi contenuti parlano soprattutto alle madri: è una scelta o lo specchio di chi si fa carico del lavoro educativo?

È una scelta comunicativa, dettata semplicemente dal fatto che la mia community è composta per il 90% da mamme. Ho scelto quindi di utilizzare un femminile sovraesteso, perché mi rivolgo prevalentemente alle persone che mi seguono.

Questo, naturalmente, non significa che consideri le madri le uniche responsabili dell’educazione dei figli. Anzi, nei miei contenuti e nel mio lavoro mi rivolgo sempre più spesso a entrambi i genitori, perché credo che la responsabilità educativa debba essere condivisa.

È una scelta legata al linguaggio e alle caratteristiche della mia community, non a una diversa attribuzione di responsabilità tra madri e padri. Lo specifico anche nell’introduzione del libro.

Scuole, incontri dal vivo, un secondo libro sull’adolescenza vera e propria: cosa c’è nei prossimi due anni?

Nei prossimi due anni mi aspetta la conclusione di questo nuovo ciclo di studi universitari e quindi l’abilitazione alla professione di psicologa dell’età evolutiva.

In tanti mi hanno già chiesto un sequel di Preadolescenza consapevole, questa volta dedicato all’adolescenza vera e propria. Perché no? Vedremo!

Per ora sono molto concentrata sul mio podcast, un canale di comunicazione che mi dà moltissima soddisfazione. Essendo una gran chiacchierona, è decisamente nelle mie corde!

Se potesse lasciare un solo messaggio a un genitore che sta entrando adesso nella preadolescenza del figlio, quale sarebbe?

Gli direi di cogliere questa occasione per riconnettersi con il preadolescente che è stato, rileggere il proprio vissuto come figlio e provare a capire quanto quelle esperienze influenzino ancora oggi il suo modo di essere genitore.