Maria Beatrice Alonzi: «La paura sa travestirsi da scelta»

Il perfezionismo che diventa «il mio modo di lavorare», il sì detto per non perdere un legame, il numero di like scambiato per una misura del proprio valore. Sono alcune delle forme che la paura prende quando smette di proteggerci e comincia a decidere al posto nostro.
È il cuore di Hai ancora paura. Ciò che ti ha salvato ora ti sta fermando (Sperling & Kupfer), il nuovo libro di Maria Beatrice Alonzi, scrittrice, sceneggiatrice ed esperta di reputazione ed etica degli spazi digitali, già autrice di Non voglio più piacere a tutti e Tu non sei i tuoi genitori.
L’abbiamo incontrata.
Hai ancora paura è diviso in cinque atti, come un’opera teatrale. Quanto del tuo lavoro in teatro c’è in questo libro?
Tantissimo. Il teatro, nel mio modo di lavorare, è una forma di pensiero: quando costruisci uno spettacolo devi chiederti continuamente che cosa debba sapere il pubblico, quando debba saperlo e che cosa invece debba soltanto intuire. Lavori sul ritmo, sull’attesa, sui silenzi.
In Hai ancora paura volevo mostrare meccanismi che spesso diventano visibili soltanto quando smettono di funzionare bene. Una risposta nata per proteggerci può restare attiva per anni ed essere scambiata per carattere: il controllo diventa «io sono fatta così», il perfezionismo diventa il proprio modo di lavorare. Volevo che questa cosa si vedesse mentre accadeva.
Per questo il libro comincia con una scena: una stanza bianca, una lampada, uno specchio, un registratore. Poi arriva la frase che apre tutto: non sei sotto accusa, stai indagando. Da lì i cinque atti, dalla Stanza dell’Interrogatorio alla Serratura, diventano un percorso. Il teatro mi ha insegnato che una storia funziona davvero quando chi guarda smette di osservarla da fuori. Spiegare una paura è una cosa. Far sì che, mentre leggi, tu riconosca la tua è tutta un’altra storia.
Il sottotitolo del libro è «Ciò che ti ha salvato ora ti sta fermando». Qual è, secondo te, la strategia di sopravvivenza più difficile da lasciare andare?
Direi il controllo. Anche se «lasciare andare» mi convince fino a un certo punto: una strategia che ci ha protetto davvero non si stacca con una decisione. Va riconosciuta, capita e resa di nuovo facoltativa.
Il controllo ha tantissime forme: prepararsi, prevedere, arrivare prima dei problemi, essere estremamente efficienti. Può essere anche una qualità straordinaria: se reagisci alla paura diventando precisa e affidabile, il mondo ti premia. La parte problematica comincia quando non puoi più scegliere se utilizzarla.
Dal punto di vista del cervello è comprensibile: l’incertezza ha un costo. Se controllare abbassa l’angoscia, il cervello registra quell’azione come efficace, e ogni volta che ti senti meglio, anche solo per un momento, quell’associazione si rinforza. Così una soluzione diventa una regola. Il controllo promette una cosa meravigliosa: se fai tutto abbastanza bene, forse riuscirai a non soffrire. È una promessa falsa e seducente, perché resta sempre una parte della vita sulla quale non avrai giurisdizione. Essere preparati ti rende preparati, non onnipotenti.
Dici che la paura non è un nemico ma una mappa evolutiva. Quando smette di proteggerci e comincia a decidere al posto nostro?
La paura nasce per proteggerci. È un sistema antichissimo: prima ancora che tu riesca a dire che cosa sta succedendo, il cervello ha già cominciato a valutare se ciò che hai davanti sia sicuro, ambiguo o pericoloso. Comincia a occupare troppo spazio quando continua a usare una mappa costruita in un altro momento della vita per orientarsi nel presente. Una paura appresa, infatti, non si cancella solo perché oggi sappiamo di essere al sicuro: le vecchie associazioni possono restare disponibili e riemergere soprattutto sotto stress.
Decide al posto nostro quando scegliamo per impedire che si ripresenti una minaccia antica. Dici sì quando vuoi dire no, perché il no è stato associato alla possibilità di perdere l’amore. Taci quando vorresti parlare, perché esprimerti è stato associato al conflitto. Resti in una relazione infelice perché il dolore conosciuto è comunque più prevedibile dell’assenza dell’altro. A quel punto la paura ha fatto qualcosa di molto sofisticato: si è travestita da scelta. Raramente diciamo «ho paura». Diciamo «sono prudente», «sono fatta così», «non è il momento».
Il confine sta nella flessibilità. Se scappi davanti a un pericolo reale, la paura fa magnificamente il suo lavoro; se scappi ogni volta che qualcosa gli somiglia vagamente, ha smesso di informarti e ha cominciato a governarti. Trattarla come un difetto da eliminare sarebbe assurdo: il lavoro consiste nell’aggiornare la mappa. La domanda utile è: questa paura mi parla di adesso, oppure sta cercando di impedire che accada di nuovo qualcosa che conosco già?
Perché continuiamo a fare scelte che non vogliamo fare, pur sapendolo?
Perché sapere una cosa e riuscire a viverla appartengono a livelli diversi della nostra esperienza. Raccontiamo le scelte come se avvenissero tutte nello stesso luogo: penso, valuto, decido. In realtà ci portiamo dietro apprendimenti emotivi, memorie implicite, modi di proteggerci nati molto prima che sapessimo spiegarli.
Per questo puoi sapere perfettamente che una relazione ti fa male e restare. Se per molto tempo dire sì ha significato mantenere un legame, il no può essere vissuto come una minaccia prima ancora che tu riesca a ragionarci. Da fuori appare incoerenza, da dentro può avere una logica precisissima. È la logica della ripetizione: torniamo verso configurazioni conosciute anche quando ci fanno soffrire, perché il conosciuto possiede almeno una mappa.
La frase «ma se lo so, perché continuo a farlo?» contiene già parte della risposta: saperlo non basta ancora. Serve capire che cosa quella scelta continua a proteggere, quale perdita teme. Il cambiamento comincia quando la consapevolezza diventa la possibilità di tollerare ciò che sembrava intollerabile: il conflitto, il dispiacere dell’altro, perfino la colpa di aver scelto se stessi. È lì che una scelta può tornare davvero a essere una scelta.
Se «l’antidoto alla paura è il desiderio», che cosa succede in una generazione alla quale viene detto continuamente che cosa desiderare?
Il desiderio non elimina la paura, che ha una funzione biologica indispensabile. Può però competere con l’evitamento: posso avere paura e volere qualcosa abbastanza da muovermi comunque.
Il problema è che il desiderio ha bisogno di uno spazio vuoto per formarsi, mentre viviamo dentro una gigantesca macchina di produzione anticipata dei desideri. Per desiderare davvero devo poter incontrare una mancanza, aspettare, perfino annoiarmi. Oggi pubblicità, piattaforme, creator e algoritmi ci mostrano senza sosta che cosa sarebbe desiderabile, e lo fanno in modo personalizzato: ciò che ha catturato la nostra attenzione ieri contribuisce a costruire ciò che ci verrà proposto domani. Per un adolescente, nella fase nella quale identità, appartenenza e desiderio stanno ancora prendendo forma, questo ha un peso particolare.
Il rischio è avere moltissimi desideri e pochissimo accesso al proprio desiderio. Posso volere il successo perché amo profondamente ciò che faccio oppure perché ho imparato che essere visibile significa esistere. Per le nuove generazioni sarà decisivo proteggere il diritto alla formazione del desiderio, anche di quello strano, poco redditizio, poco fotografabile. Altrimenti possiamo passare una vita intera a trovare il coraggio di raggiungere qualcosa che non avevamo mai desiderato.
Il libro è scritto al femminile ma si rivolge a tutti. Gli uomini hanno più difficoltà ad ammettere di avere paura?
Più che una maggiore difficoltà a provarla, agli uomini è stato concesso un vocabolario molto più povero per raccontarla. La paura è una risposta umana; quello che cambia è ciò che una cultura permette di farne.
La maschilità occidentale si è costruita anche sulla distanza dalla vulnerabilità. Il bambino spaventato sente ancora «non piangere», «sii forte», «comportati da uomo». Nessuna di queste frasi gli insegna a non avere paura: gli insegna a nasconderla o a tradurla in altro (rabbia, controllo, chiusura, ricerca del rischio, silenzio). Questo non significa che ogni rabbia maschile nasconda paura; significa che le norme di genere influenzano quali emozioni impariamo a riconoscere. I dati mostrano questa frattura: in molti contesti gli uomini ricorrono meno ai servizi e chiedono aiuto più tardi, mentre le morti per suicidio sono nettamente più frequenti tra loro. Parlare meno del proprio dolore non significa provarne meno.
Il libro è scritto al femminile perché il percorso tocca continuamente il materno, inteso come funzione psichica di cura, contenimento e protezione, che non appartiene solo alle donne. Agli uomini non chiedo di identificarsi con una donna, ma di attraversare una parte di sé che la maschilità ha chiesto loro di tenere a distanza. Forse la domanda giusta è: quante altre emozioni avete dovuto chiamare con un altro nome, pur di restare uomini nel modo nel quale vi avevano insegnato a esserlo?
Ti occupi di reputazione ed etica degli spazi digitali. I social amplificano le nostre paure o le rendono solo più visibili?
Fanno entrambe le cose: hanno preso paure antichissime e hanno dato loro un’infrastruttura tecnica. La paura di essere esclusi o giudicati esiste da molto prima di Instagram, ma oggi i segnali di approvazione e rifiuto sono continui, pubblici e misurabili. Prima potevi chiederti se fossi piaciuto alle dieci persone in una stanza; oggi in pochi minuti ricevi numeri su quanto sembri valere rispetto agli altri. Domande complesse come «ho un posto?» o «sono abbastanza?» finiscono dentro un tabellone aggiornato di continuo.
Alcune paure sono cambiate qualitativamente. Una sciocchezza detta a cena probabilmente spariva il giorno dopo; oggi può essere registrata, estratta dal contesto e arrivare a un pubblico diverso, senza tono né storia. Anche il confronto ha cambiato scala: per secoli il termine di paragone erano famiglia, amici e vicini, oggi sono migliaia di persone selezionate da sistemi progettati per trattenere l’attenzione.
Per questo evito la conclusione del «telefono fa male». Il telefono è un oggetto; le piattaforme sono ambienti progettati, con incentivi economici e metriche, e noi ci entriamo con bisogni, ferite e paure. Possono anche fare qualcosa di straordinario: trasformare la vergogna privata in riconoscimento collettivo. La soglia critica arriva quando cominciano a suggerirci chi dovremmo diventare per meritare attenzione. L’etica digitale, quindi, riguarda la salute pubblica, non solo l’educazione degli utenti.
Confronto continuo, FOMO, algoritmi: sono cause del disagio o solo acceleratori di qualcosa che c’era già?
Separerei tre piani. Il confronto e la paura dell’esclusione sono antichi; la FOMO è il nome contemporaneo di quella sensibilità; gli algoritmi possono trasformare la vulnerabilità in un circuito ripetuto. La novità è che oggi possiamo sapere che cosa fanno gli altri quasi senza interruzione: il viaggio che non stai facendo, la festa alla quale non sei stato invitato, il corpo che vorresti e poi altri cento esempi che non hai cercato.
Il circuito è questo: la vulnerabilità orienta l’attenzione, l’attenzione produce dati, i dati orientano una parte di ciò che vedremo dopo, e ciò che vediamo può alimentare di nuovo la vulnerabilità. Sarebbe però scorretto dire che gli algoritmi fabbricano dal nulla l’insicurezza: gli effetti dipendono dalla persona, dall’età, dal contesto e dall’uso concreto. Il nodo sta nella relazione tra vulnerabilità umana e architettura tecnologica.
Il problema è che manca un punto di sazietà: puoi sempre guardare ancora, confrontarti, controllare. La mente invece ha bisogno di interruzioni, di non sapere, di annoiarsi. Oltre a chiederci quanto tempo passiamo sui social, dovremmo chiederci che cosa cerchiamo ogni volta che li riapriamo. Se cerchiamo la prova di essere abbastanza, quella prova potrà arrivare cento volte. E potremmo averne bisogno per la centounesima.
Hai costruito buona parte della tua voce online. Come si fa a stare sui social senza farsi governare da quello che il pubblico si aspetta da te?
Quando comunichi a lungo davanti a un pubblico, quel pubblico si costruisce un’idea di te, e dopo un po’ quell’idea prova a diventare una richiesta. Il pubblico va ascoltato e i dati vanno letti: la soglia da sorvegliare è il momento nel quale l’ascolto diventa obbedienza.
Le piattaforme producono condizionamento: ricevi attenzione, ripeti ciò che funziona. Quando dalla visibilità dipendono lavoro e denaro, il rischio è smettere di chiederti che cosa hai da dire e cominciare a chiederti che cosa il pubblico vuole sentirsi dire. La prima domanda richiede identità, la seconda previsione. E prevedere il pubblico può diventare una forma sofisticata di compiacenza, soprattutto quando la chiamiamo strategia.
Tengo separati tre livelli: ciò che penso, come lo comunico, la risposta che ricevo. Il secondo deve adattarsi, il terzo va studiato, il primo deve restare uno spazio nel quale il pubblico non ha diritto di voto. Altrimenti la comunità diventa proprietaria della tua voce e cominci a censurarti prima ancora che qualcuno ti critichi. Una persona viva cambia, e stare sui social senza farsene governare significa tollerare anche una quota di delusione reciproca. La domanda da farsi è: se domani i numeri sparissero, continuerei a dire questa cosa nello stesso modo? Se la risposta è sì, sto ancora usando i social. Se è no, forse sono i social ad aver cominciato a usare me.
Nel 2021 hai scritto Non voglio più piacere a tutti. Oggi, tra metriche e algoritmi, piacere a tutti è ancora un desiderio o è diventato un obbligo professionale?
Oggi può sembrare un obbligo professionale, ed è questo a renderlo insidioso: il bisogno di approvazione si presenta con un lessico rispettabile (engagement, crescita, conversione). Le piattaforme hanno trasformato una parte dell’approvazione in dati continui e confrontabili, con conseguenze economiche reali.
Il rischio vero è confondere un indicatore di performance con un indicatore di valore personale. Se un contenuto raggiunge poche persone, il dato ti dice qualcosa sull’hook, sul tema, sul formato. Quando lo traduci in «non sono abbastanza interessante», la metrica smette di descrivere il contenuto e comincia a giudicare la persona.
E piacere a tutti sarebbe comunque una pessima strategia: una voce riconoscibile seleziona, un posizionamento vero produce adesione e distanza. Per me il conflitto professionale vero è tra ciò che performa e ciò che merita di essere detto. Io vivo di strategia: i dati servono a consegnare meglio un pensiero e non dovrebbero decidere che cosa abbiamo il diritto di pensare. Altrimenti la reputazione diventa dipendenza dall’approvazione, soltanto con una dashboard molto elegante. Oggi dire «non voglio più piacere a tutti» significa anche accettare che una parte del pubblico se ne vada, senza trasformare ogni perdita di consenso in una correzione identitaria. Una professione può chiederti risultati, ma non di diventare la media delle aspettative di chi ti guarda.
Intelligenza artificiale: che cosa ti preoccupa di più e che cosa ti fa sperare, quando pensi al modo nel quale comunichiamo?
Mi preoccupa che deleghiamo all’intelligenza artificiale qualcosa di più importante della scrittura: il pensiero che prende forma mentre scriviamo. Il linguaggio non è solo il contenitore di un pensiero già pronto: cercando le parole lo precisiamo, scopriamo contraddizioni, cambiamo posizione. Se automatizziamo sempre quel passaggio, rischiamo di allenare meno la capacità di capire che cosa pensiamo davvero.
C’è poi il rischio di omogeneizzazione: i modelli tendono a proporre formulazioni ad alta probabilità, mentre una lingua viva è fatta anche di anomalie, della frase strana che dici solo tu, dell’errore diventato stile. E c’è la fiducia: con i deepfake non basta più chiedersi se una persona dica la verità, bisogna chiedersi se esista, se quella voce sia sua. Se tutto può essere fabbricato, anche la realtà diventa più facile da contestare. Mi preoccupa anche l’idea che una risposta ben formulata debba essere vera: il nostro cervello tende a trovare più credibile ciò che si legge facilmente e viene detto con sicurezza.
Accanto ai rischi vedo possibilità enormi: abbattere barriere linguistiche e cognitive, sostenere chi ha difficoltà nella scrittura o nella lettura. Può essere un interlocutore utilissimo, purché resti uno strumento e non un’autorità. La domanda è quali capacità vogliamo delegare e quali continuare ad allenare. Vorrei che delegassimo sempre di più quello che ci fa perdere inutilmente tempo e sempre meno le capacità che ci permettono di pensare, scegliere, avere una voce propria.
«Chiedere aiuto deve essere normale». In Italia a che punto siamo? Che cosa manca ancora, culturalmente e concretamente?
Siamo molto più avanti nel linguaggio, molto meno nell’accesso reale. Parole come psicoterapia, ansia, trauma circolano molto di più, ed è un valore enorme: nominare un’esperienza è già una forma di riconoscimento. Parlarne con più libertà, però, non significa aver costruito un sistema nel quale chiedere aiuto sia semplice e tempestivo.
Nel 2024 i servizi specialistici di salute mentale hanno assistito 845.516 persone, 258.999 delle quali sono entrate in contatto con questi servizi per la prima volta nella vita. Sono numeri importanti, ma descrivono l’attività dei servizi per adulti, non l’intero bisogno della popolazione, e l’accesso precoce alla psicoterapia pubblica resta molto più difficile di quanto servirebbe. Il Bonus Psicologo è un segnale importante, ma limitato da soglie ISEE e risorse: non può sostituire una rete pubblica.
Culturalmente, ci manca smettere di vedere la richiesta di aiuto come l’ultimo gradino prima del crollo. Sul corpo nessuno direbbe «aspetta che peggiori, poi vai dal medico»; sulla salute mentale lo facciamo ancora. Esiste anche il rischio opposto, quello di patologizzare ogni sofferenza: essere tristi dopo una perdita appartiene alla vita. Serve saper riconoscere quando la sofferenza diventa persistente, invalidante o restringe la libertà della persona. E serve alfabetizzazione: psicologo, psicoterapeuta e psichiatra non sono intercambiabili. Quando chiedere aiuto non sarà più raccontato come un gesto eccezionalmente coraggioso, staremo davvero parlando di normalità.
Con UNICEF hai lavorato anche sull’eco-ansia, a partire dalle testimonianze di ragazze e ragazzi. Che cosa emerge dalle loro parole?
Premetto che nel progetto con UNICEF non ho incontrato ragazzi nelle scuole: ho lavorato sulle testimonianze anonime di giovani che raccontavano il proprio rapporto con la crisi climatica.
Emerge soprattutto che molti adulti interpretano questa paura come un eccesso emotivo, mentre i ragazzi reagiscono a una minaccia reale e documentata. L’eco-ansia non è una diagnosi clinica autonoma: descrive preoccupazione, impotenza, rabbia e angoscia legate alla crisi ecologica. Colpisce la combinazione tra paura e impotenza: ricevono messaggi enormi (il pianeta è in pericolo, il futuro è compromesso) e hanno pochissimo potere sulle decisioni che contano. Poi arriva il senso di colpa, con il rischio di caricare sul singolo ragazzo una responsabilità che appartiene anche a governi e imprese. Un adolescente non può portarsi sulle spalle la salvezza del pianeta.
La risposta adulta peggiore è minimizzare: così aggiungiamo solitudine alla paura. Serve ascoltare, distinguere il realistico dal catastrofico e trasformare l’impotenza in possibilità di azione, perché sentire di poter incidere insieme agli altri riduce il senso di impotenza che alimenta l’angoscia. Forse dovremmo chiederci che futuro abbiamo consegnato loro, prima di giudicare il modo nel quale reagiscono.
In Tu non sei i tuoi genitori parli di traumi che si tramandano tra generazioni. Quale paura stiamo lasciando in eredità ai più giovani?
Farei una precisazione: i traumi non passano intatti da una generazione all’altra come oggetti. Possono passare modalità di relazione, silenzi, aspettative, modi di interpretare il pericolo. Esiste anche una ricerca sull’epigenetica dello stress intergenerazionale, ma nell’essere umano i risultati richiedono molta cautela.
Detto questo, credo che una delle paure più pesanti che lasciamo ai giovani sia quella di non essere abbastanza: abbastanza bravi, veloci, produttivi, pronti e soprattutto abbastanza avanti. La presentiamo come motivazione, mentre consegniamo loro un mondo con lavoro più precario, case più difficili da raggiungere e un confronto disponibile ventiquattr’ore su ventiquattro. Se un ragazzo sente di valere soprattutto quando riesce, ogni errore diventa una minaccia identitaria.
Trasmettiamo anche paura dell’incertezza: diciamo loro di essere flessibili, poi reagiamo con ansia a ogni deviazione. Così insegniamo la libertà a parole e la paura nelle reazioni. Se dovessi sceglierne una, direi la paura che il proprio valore dipenda continuamente dalla capacità di dimostrare qualcosa. È una paura capace di produrre persone bravissime e profondamente esauste. La responsabilità adulta è restituire loro la possibilità di sbagliare, cambiare strada, non sapere ancora. Perché crescere significa anche poter diventare qualcuno che i propri genitori non avevano previsto.
Qual è una paura che hai ancora oggi?
Le paure legate al mio passato oggi le riconosco. Da un po’ ne ho una nuova, molto concreta: perdere i miei genitori. Riguarda la morte e insieme l’identità: finché i tuoi genitori ci sono, continui a essere figlio, e resta quel posto originario nel quale qualcuno, almeno simbolicamente, poteva prenderti in braccio.
Su questa paura non costruirei una retorica del superamento. Alcune paure si possono aggiornare perché appartengono a un pericolo passato; altre riguardano qualcosa di reale, inevitabile e umano. Posso provare a impedirle di rubarmi il tempo che ho ancora con loro: se occupa troppo spazio, sottrae presenza proprio mentre quella persona è qui.
Se chi legge potesse portarsi via una sola domanda dal libro, quale vorresti che fosse?
«Sto scegliendo per paura?»
Dentro questa domanda c’è tutto il libro. La paura può presentarsi come prudenza, senso del dovere, perfezionismo, disponibilità verso gli altri, persino come amore. Così possiamo passare anni a prendere decisioni coerenti con ciò che abbiamo imparato per proteggerci, convinti che coincidano con ciò che desideriamo.
Chiederselo crea una piccola distanza tra ciò che sentiamo e ciò che facciamo. La paura non scompare e una scelta fatta mentre abbiamo paura non è automaticamente sbagliata, ma possiamo capire chi sta guidando: la situazione presente oppure una regola costruita altrove, magari molti anni prima.
Per me questa è la libertà possibile: riconoscere la paura abbastanza presto da non consegnarle automaticamente tutta la scelta.
Puoi avere ancora paura… E scegliere comunque.