Irene Facheris: «Online parliamo tanto di femminismo, ma ancora male»

Federica Basili 28 Set 2026
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Per molti è «colei che ha parlato male di 50 sfumature di grigio». In realtà Irene Facheris, formatrice ed esperta di studi di genere, fa divulgazione da più di quindici anni: prima su YouTube, poi con libri, podcast e incontri dal vivo.

Dal 2014 ha guidato Bossy, l’associazione che ha fondato e poi chiuso dopo dieci anni. Il suo ultimo libro, Tutti gli uomini (possono cambiare le cose) (Tlon), raccoglie le storie e i dubbi di diciotto uomini alle prese con la propria maschilità.

L’abbiamo incontrata.

Sei diventata “quella che ha parlato male di 50 sfumature di grigio su internet” prima di essere riconosciuta come formatrice ed esperta di gender studies. Che rapporto hai con l’immagine pubblica che si è costruita di te, e quanto assomiglia alla Irene privata?

Sono arrivata sui social molto presto: avevo vent’anni, e questo significa che per un periodo ho condiviso molto più del mio privato di quanto farei oggi. All’epoca non credo avessimo neanche davvero gli strumenti per capire quanto potesse essere permanente tutto quello che mettevamo online, o quanto facilmente la percezione pubblica di una persona potesse costruirsi a partire da frammenti della sua vita.

Se tornassi indietro, probabilmente metterei dei confini molto prima. Crescendo, però, quei confini li ho costruiti e oggi la mia immagine pubblica racconta solo quello che scelgo consapevolmente di rendere pubblico.

Questo non significa che la Irene che si vede online sia finta o costruita: anzi, quello che condivido mi somiglia completamente, perché per me è importante che sia autentico. Semplicemente, non è tutto. Ci sono molte parti di me, anche importanti, che non finiscono sui social e che non sento alcun bisogno di trasformare in contenuto.

Forse l’unica cosa che mi piacerebbe passasse un po’ di più è che non sono sempre così seria come posso sembrare quando parlo di lavoro. Rido parecchio più di quanto i miei contenuti su internet lascino intendere.

C’è una convinzione sul femminismo o sull’attivismo che avevi a trent’anni e che oggi non difenderesti più con la stessa sicurezza?

Sì, una cosa è cambiata: a trent’anni avevo più fiducia nella capacità del movimento femminista di mettere da parte i personalismi per diventare davvero una collettività.

Questa cosa succede ancora, per fortuna, e quando succede è potentissima. Però credo sia diventata più difficile in un’epoca in cui i social ti allenano esattamente al contrario: a parlare di te, a costruire il tuo personaggio, il tuo spazio, il tuo pubblico, la tua riconoscibilità. E inevitabilmente questo entra anche nell’attivismo.

Forse oggi ho meno fiducia nell’idea che basti condividere una battaglia comune per riuscire automaticamente a costruire un “noi”. Il “noi” va coltivato, richiede rinunce, mediazione e a volte anche la capacità di fare un passo indietro. E non è proprio la skill che i social premiano di più.

Lavori da anni su rabbia, ascolto ed empatia degli altri. Con la tua, di rabbia, che rapporto hai?

Cerco prima di tutto di ascoltarla, perché per me la rabbia è quasi sempre una spia: mi sta dicendo che qualcosa non va, che c’è stata un’ingiustizia, che è stato superato un confine o che sto facendo finta di stare bene in una situazione in cui in realtà non sto bene per niente.

Poi dipende dal contesto. Pubblicamente provo a incanalarla, a trasformarla in qualcosa di utile, comprensibile, magari persino generativo. Se devo parlare a tante persone, non posso semplicemente rovesciare loro addosso quello che sento e aspettarmi che da lì nasca qualcosa di buono.

Ma per fortuna ho anche degli spazi sicuri, privati e soprattutto offline, in cui non devo rendere la mia rabbia educativa, interessante o socialmente accettabile. Posso semplicemente vomitarla, lamentarmi, essere ingiusta per cinque minuti, dire cose che non pubblicherei mai. E credo sia fondamentale avere luoghi in cui non devi trasformare ogni emozione in contenuto.

Fare divulgazione su questi temi significa anche esporsi a odio e attacchi costanti. Cosa fai, concretamente, per non farti logorare? E c’è stato un momento in cui hai pensato di mollare?

Ci sono stati diversi momenti in cui ho pensato di mollare e, in realtà, questo è proprio uno di quei momenti in cui ho mollato davvero. Non sono sui social da giugno e conto di non tornarci ancora per un bel po’.

Essere una donna che parla di femminismo online significa molto spesso girare con un bersaglio sul petto: qualunque cosa dici può diventare il pretesto per ricevere insulti, minacce, paternalismo, aggressività o semplicemente una quantità di ostilità che, sommata giorno dopo giorno, ti consuma.

Negli anni ho provato a proteggermi in molti modi: moderando i commenti, bloccando utenti, limitando l’accesso ai miei spazi, imparando a non leggere tutto. Ma evidentemente non è bastato, perché a un certo punto è arrivata comunque una diagnosi di depressione e ho dovuto iniziare anche una terapia farmacologica.

Quindi oggi non ho una risposta particolarmente edificante. Non posso dire “ho trovato il modo giusto per non farmi toccare”, perché non è vero. A volte ti tocca eccome. E, se devo essere sincera, oggi mi sto anche chiedendo se ne valga sempre la pena. Per ora la risposta che mi sono data è stata fermarmi.

Qual è una cosa che ti piace di te stessa che non c’entra niente con il lavoro che fai?

Amo moltissimo la musica e mi piace cantare. È una cosa che faccio senza un obiettivo, senza doverla trasformare in un progetto, senza dover essere brava per forza.

Mi piace proprio per questo: mi porta altrove e mi permette di usare una parte di me che con il lavoro c’entra pochissimo. E poi cantare è una di quelle attività che, quando ci sei dentro davvero, ti impedisce per qualche minuto di pensare a qualunque altra cosa. Che non è poco.

Nel 2024 hai lasciato la presidenza di Bossy dopo dieci anni. Che cosa ha significato quel passaggio, e cosa hai imparato sul lasciar andare una cosa che hai creato?

In realtà non ho semplicemente lasciato la presidenza: ho chiuso l’associazione. E quindi credo che sul lasciare andare io abbia imparato qualcosa, ma forse non esattamente quello che mi sarebbe servito imparare.

Lasciare la presidenza mi avrebbe costretta a fare una cosa che mi viene ancora piuttosto male: delegare. Avrei dovuto accettare che una cosa che avevo creato potesse andare avanti senza di me, magari anche in modi diversi da quelli che avrei scelto io.

Chiudere è stato un gesto diverso e molto più netto. È stato riconoscere che una cosa può essere stata importantissima, aver avuto senso per dieci anni e aver comunque concluso il proprio ciclo. Questo non cancella quello che è stata, ma ti obbliga a smettere di tenerla in vita solo perché fa parte della tua identità.

Sulla delega, invece, sono ancora decisamente in fase di apprendimento.

Hai scelto formati molto diversi: YouTube, libri, podcast, incontri dal vivo. Qual è quello in cui ti senti davvero te stessa, e quale invece ti costa di più?

Credo che gli incontri dal vivo siano il formato in cui riesco a essere più completa. Avere davanti le persone mi permette di capire immediatamente se quello che sto dicendo è chiaro, se c’è una resistenza, se serve fermarsi su un punto o approfondirne un altro.

E soprattutto dal vivo si possono fare davvero delle discussioni. Online spesso una conversazione complessa viene spezzettata, polarizzata o ridotta a una battuta; dal vivo invece c’è il tempo per stare anche nelle contraddizioni, fare domande, cambiare idea, precisare. E questa cosa mi diverte moltissimo.

Il podcast mi piace per un motivo diverso: sono una fanatica della progettazione della comunicazione e lavorare a un progetto fatto soltanto di voce mi scatena la creatività. Devi pensare al ritmo, ai silenzi, alla struttura, al modo in cui accompagni chi ascolta senza poter usare nessun appiglio visivo.

E poi posso farlo struccata e in pigiama. Che è un vantaggio enorme. Qualcuno potrebbe obiettare che posso fare struccata e in pigiama anche molte altre cose, e io risponderei: sì, ma a che prezzo?

YouTube invece resta il primo amore. Monto i miei video da sempre e continua a divertirmi molto. Purtroppo esiste la sezione commenti, che secondo me è stata progettata per ricordarci periodicamente che l’umanità ha ancora parecchio lavoro da fare.

Cosa risponde una divulgatrice quando le si dice che ormai “di questi temi si parla troppo”?

Che parlarne tanto e parlarne bene sono due cose completamente diverse.

Di questi temi oggi si parla moltissimo, è vero, ma una parte enorme di quel discorso è superficiale, imprecisa, strumentale o costruita solo per generare indignazione. Il fatto che un argomento sia molto presente non significa che sia stato compreso.

Quindi sì, forse se ne parla tanto. Ma purtroppo se ne parla ancora molto male. E finché sarà così, toccherà continuare a parlarne bene.

Con Tutti gli uomini sei entrata nelle storie e nei dubbi di diciotto uomini. Cosa ti ha spinta, da attivista femminista, a spostare lo sguardo proprio sulla maschilità?

La convinzione che, se non affrontiamo seriamente il tema della responsabilità maschile, non riusciremo a fare grandi passi avanti.

Per molto tempo il lavoro sui temi di genere è stato pensato quasi esclusivamente come qualcosa che riguardava le donne: le donne dovevano riconoscere la violenza, emanciparsi, imparare a difendersi, prendere parola, acquisire consapevolezza. Tutto giusto, ma a un certo punto viene spontaneo chiedersi: e gli uomini?

Perché se continuiamo a lavorare soltanto su chi subisce le conseguenze di un sistema e molto meno su chi viene educato a riprodurlo, quel sistema continuerà tranquillamente a rigenerarsi.

In più credo che alcuni concetti, ad alcuni uomini, riescano ad arrivare più facilmente attraverso altri uomini. Non perché la parola di una donna valga meno, ma perché esistono meccanismi di identificazione e di riconoscimento che non possiamo ignorare.

Quindi sì: tocca portarli a bordo. Anche perché senza di loro questa trasformazione non può essere davvero collettiva.

Cosa ti ha sorpresa di più in quelle conversazioni? Qualcosa che non ti aspettavi di trovare negli uomini con cui hai parlato?

Quanto bisogno avessero di parlarne.

Mi aspettavo resistenze, difficoltà, magari anche un po’ di imbarazzo. Non mi aspettavo invece di trovare così tanta necessità di avere finalmente uno spazio in cui poter smettere di performare.

Per una volta potevano non dover dimostrare di essere sicuri, competenti, forti, risolti. Potevano semplicemente essere persone con dubbi, ignoranza, paure, contraddizioni, il timore di non essere abbastanza, di non sapere come comportarsi o di sbagliare.

Mi ha colpita moltissimo vedere quanto fosse liberatorio per alcuni di loro riuscire prima a dirselo e poi a dirlo agli altri. In fondo credo che una parte del problema della maschilità stia proprio lì: quanto poco spazio viene concesso agli uomini per nominare quello che sentono senza trasformarlo subito in prestazione.

C’è un progetto che hai lasciato nel cassetto perché “non era il momento” e che vorresti riprendere?

Sì, ma c’è un piccolo colpo di scena: ho scoperto che nel frattempo lo ha fatto un’altra attivista femminista che conosco molto bene, Jennifer Guerra.

Non posso dire di più perché il progetto non è ancora uscito, ma la cosa divertente è che non ne avevamo mai parlato. Abbiamo avuto la stessa idea in maniera completamente indipendente.

E, cosa forse ancora più strana, non sono per niente infastidita dal fatto che sia arrivata prima lei. Anzi, sono felicissima. Sono certa che il suo lavoro sarà molto migliore di quello che avrei potuto fare io e trovo bellissimo vedere quell’idea prendere vita attraverso il suo sguardo.

In un ambiente in cui spesso siamo abituate a pensare ai progetti anche in termini di territorio, primogenitura o competizione, mi piace molto poter dire semplicemente: meno male che lo ha fatto lei. Sono davvero galvanizzata all’idea di vederlo.

Qual è oggi la battaglia più fraintesa del femminismo italiano, quella su cui anche chi è “dalla parte giusta” fa più confusione?

Forse più che una singola battaglia, direi il tema del potere. Mi sembra che a volte persino chi si considera perfettamente “dalla parte giusta” ami un femminismo molto volentieri finché resta sul piano dei valori: rispetto, uguaglianza, libertà, inclusione. Su queste parole siamo quasi tutti d’accordo.

La faccenda si complica quando quei valori chiedono una redistribuzione concreta del potere, perché a quel punto qualcuno deve anche rinunciare a qualcosa: spazio, centralità, vantaggi, automatismi, abitudini.

Credo che ci sia ancora molta confusione tra il sostenere il femminismo come insieme di principi condivisibili e accettarne davvero le conseguenze politiche e materiali.

E secondo me è lì che iniziano le conversazioni più interessanti: quando non basta più dire “sono d’accordo”, ma bisogna chiedersi “io, concretamente, cosa sono disposto a cambiare?”.

Cosa ti auguri di poter smettere di spiegare, un giorno, perché sarà finalmente diventato ovvio per tutti?

Tutto.

Mi accontenterei anche semplicemente di arrivare, a un certo punto della mia vita, a dover spiegare cose nuove. Invece ormai ho il sospetto che morirò spiegando sempre le stesse tre o quattro cose a generazioni diverse di persone.

Ogni tanto penso: “Questa ormai possiamo darla per acquisita”. E puntualmente scopro che no, non possiamo.

Quindi credo di aver accettato che questo sia il mio destino. Spero almeno che tra vent’anni le stesse domande abbiano fatto qualche piccolo passo avanti.