Giancarlo Blasi, The Gentleman: «L’algoritmo premia chi urla, ma si può fare politica senza insultare»

Federica Basili 14 Ott 2026
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In un panorama digitale in cui la politica si racconta spesso a colpi di slogan, provocazioni e scontri verbali, Giancarlo Blasi ha scelto di chiamarsi The Gentleman. Un nome che suona quasi come una provocazione nell’epoca del rage bait, quando suscitare rabbia e indignazione può diventare il modo più rapido per conquistare visualizzazioni e interazioni.

Blasi, però, non rivendica la moderazione delle idee, quanto quella dei toni. È convinto che si possa essere netti, critici e persino duri senza trasformare ogni confronto in una rissa. E che il problema dell’informazione contemporanea non sia soltanto ciò che viene raccontato, ma soprattutto come viene raccontato e quanto il linguaggio riesca a condizionare la percezione dei fatti.

Marito, padre, marketing content specialist e podcaster, Blasi ha alle spalle un percorso professionale tutt’altro che lineare. È stato pubblicista, social media manager, informatore scientifico, cofondatore di un birrificio, consulente assicurativo e finanziario e speaker radiofonico. Esperienze apparentemente lontane, accomunate da un interesse costante per la comunicazione e per i meccanismi attraverso cui le parole influenzano le persone.

Oggi, attraverso The Gentleman, commenta politica italiana e internazionale, economia e questioni sociali, interrogandosi anche sul confine, sempre più sottile, tra informazione e opinione.

Chi è Giancarlo Blasi fuori dalla telecamera? Che lavoro fa e che cosa faceva prima di cominciare a commentare la politica online?

Giancarlo è un papà e un marito. Gli piace scrivere e leggere. È appassionato di comunicazione, verbale e non verbale. Sono un marketing content specialist e un podcaster, e creo contenuti social per aziende e liberi professionisti.

Oggi sto vivendo la mia settima vita. Prima di The Gentleman, pagina aperta per «hobby», per così dire, sono stato, nell’ordine: pubblicista, social media manager, informatore scientifico, cofondatore di un birrificio, consulente assicurativo e finanziario, speaker radiofonico.

Ho fatto tanti lavori, spinto dalla mia curiosità e dalla voglia di esplorare, con una sola direzione: capire cosa serve comunicare e trovare il modo giusto per farlo.

Da dove nasce la passione per la politica e l’economia? C’è stato un momento preciso, un evento che l’ha accesa?

È nata quando ero piccolo, credo. Non guardavo molta TV, preferivo andare a giocare a calcio con gli amici giù in giardino. Quelle volte che la guardavo, lo facevo a pranzo e a cena, con i miei genitori. Si guardava il telegiornale o qualche programma di approfondimento.

Quindi le conversazioni a tavola non erano solo «Com’è andata oggi a scuola?», ma erano veri e propri dibattiti su quello che succedeva. E poi non mancava mai il giornale. Prima di studiare, lo leggevo sempre.

Mi ricordo che leggevo il listino con le quotazioni di Borsa a dieci anni: non capivo nulla, ma quei numeri scritti mi ipnotizzavano. Volevo capire il loro significato.

Però ci tengo a precisare che casa mia non era la copia dello studio di Piazzapulita: mi concedevo Mai dire Gol, Zelig e i film di Jim Carrey. Che sia chiaro, eh!

Il periodo che mi ha appassionato di più è stato quello berlusconiano. È allora che ho cominciato a percepire quanto potesse essere forte la propaganda e quanto la comunicazione potesse orientare l’opinione pubblica.

Questa capacità di influenzare le persone mi faceva arrabbiare e incuriosire allo stesso tempo. Da lì è cresciuta la voglia di capire come si costruisce un messaggio politico e perché riesca a convincerci, anche quando entra in contraddizione con quello che viviamo. E la voglia di combatterla con la contropropaganda: la verità.

In un dibattito pubblico dominato dalla rissa, si può essere educati e allo stesso tempo efficaci? Oppure l’algoritmo premia inevitabilmente chi urla?

Bella domanda, e a volte la faccio anche a me stesso. Ho scelto l’educazione perché credo che il dibattito e il confronto non debbano mai sfociare nella rissa. Il nome The Gentleman è coerente con questa scelta, ma la convinzione viene prima del nome.

Viviamo in un periodo di forte polarizzazione di idee e opinioni e la rissa va ad alimentare le distanze. Credo, invece, che abbiamo bisogno di vicinanza e comprensione.

Penso a quando scopriamo di aver creduto a una promessa non mantenuta. In quel momento può esserci vergogna: prendere in giro una persona per come ha votato rischia di farla chiudere ancora di più. Vorrei che riuscissimo a confrontarci senza colpevolizzarci.

Una buona politica fa bene a tutti. E anche un sano confronto.

A volte mi sembra che questa piccola grande verità venga dimenticata. Per fare questo, dovremmo superare il tifo «ortodosso», acritico, a testa bassa, per un partito o un personaggio politico e valutare meglio le scelte e le loro conseguenze. Avere una mente più analitica.

Si può essere educati e molto netti allo stesso tempo: una critica precisa resta una critica, anche senza un insulto.

L’algoritmo premia chi urla? Penso proprio di sì. Spesso chi provoca indignazione ottiene attenzione. Si chiama rage bait, cioè il contenuto costruito apposta per suscitare rabbia e generare interazioni.

Racconto un episodio: una volta ho visto un divulgatore parlare furiosamente di un politico italiano. Poi ho tolto l’audio e letto soltanto i sottotitoli: mi sono accorto che non era un attacco. Le parole erano soprattutto una descrizione, in alcuni passaggi quasi un complimento. Eppure sotto c’erano centinaia di commenti indignati.

Mi ha colpito quanto il tono potesse orientare la reazione, prima ancora del significato delle parole.

Che differenza c’è tra commentare e informare? Dove metti il confine, soprattutto quando racconti fatti sui quali hai un’opinione precisa?

Per me il confine richiede anche uno sforzo di volontà. A volte mi prometto di limitarmi a raccontare una notizia e poi finisco per commentarla. E il commento porta molte interazioni.

Ma commentare e informare sono due cose diverse. Il commento è attraversato dalle mie idee, dalle esperienze personali e dall’ambiente in cui vivo. Informare richiede prima di tutto fonti e contesto, anche quando complicano la lettura che vorrei proporre.

Chi mi ascolta deve poter distinguere un fatto dal mio giudizio su quel fatto.

Ho l’impressione che oggi molte persone cerchino soprattutto il commento, magari perché conferma quello che pensano già. Una sorta di pigrizia intellettuale: per molti cambiare idea ha un dispendio energetico mentale costoso.

Io vorrei dare più spazio alla spiegazione: capire perché una cosa accade, quali passaggi ci hanno portato fin lì e quali conseguenze può avere.

È lì che voglio posizionarmi, mantenendo una voce personale e assumendomi la responsabilità delle mie interpretazioni e degli eventuali errori.

Il pubblico si informa sempre meno attraverso i giornali e sempre più attraverso i creator. Lo consideri un’opportunità o un rischio per la democrazia?

Bella domanda anche questa. Vedo sia un’opportunità sia un rischio.

Un creator può avvicinare all’attualità persone che altrimenti ignorerebbero una notizia, usando un linguaggio che sentono vicino. Ma saper raccontare bene e avere un seguito non significa essere preparati su ogni argomento.

Il giornalista è un professionista che dovrebbe padroneggiare un metodo: cercare le fonti, verificarle e costruire la notizia. Allo stesso tempo, una testata può subire condizionamenti economici o politici.

Un esempio pratico che mi è rimasto in testa: la trasformazione, durante un’edizione del telegiornale, dei coloni israeliani in escursionisti in gita in Cisgiordania. Mi ha turbato.

Un creator può avere maggiore libertà editoriale, ma non è automaticamente indipendente e può non avere lo stesso metodo di verifica. Ci sono state cantonate.

Il punto decisivo, per me, è l’indipendenza dell’informazione: una notizia non dovrebbe essere piegata agli interessi di una lobby, di un finanziatore o di un potere politico o religioso. Questo principio vale per entrambi.

Mi piacerebbe che giornalismo e creator si confrontassero di più: il metodo del primo e la capacità del secondo di raggiungere le persone possono aiutarsi.

La fiducia dovrebbe crescere grazie al lavoro sulle fonti e alla trasparenza, senza diventare un atto di fede verso chi parla.

Chi ti segue? Soprattutto persone che condividono le tue idee oppure anche chi ti contesta?

Mi seguono soprattutto persone dai quarant’anni in su e, in gran parte, persone che condividono il mio modo di vedere le cose.

Non le definirei automaticamente «di sinistra», perché ci sono anche persone «di destra» che mi seguono e si ritrovano nei miei ragionamenti. Lo dimostrano i messaggi che ricevo in DM, per fortuna tanti.

Per me questo dimostra che un confronto sano può avvicinare le idee. Su una questione concreta possiamo essere d’accordo anche se partiamo da appartenenze politiche diverse.

Vengo anche contestato, da persone di orientamenti diversi e spesso proprio da chi mi segue. Una critica argomentata può farmi vedere un dettaglio che avevo trascurato e migliorare un contenuto.

La distinzione che mi interessa fare è quella fra il dissenso e l’aggressione personale.

Poi, davanti ad alcuni profili, resta anche il dubbio su chi ci sia davvero dall’altra parte: una persona o un bot.

Su quale tema hai ricevuto le reazioni più forti?

L’immigrazione, senza dubbio. È un tema che mi sta molto a cuore per ragioni familiari: mia moglie non è italiana, è georgiana, e mio figlio ha la doppia cittadinanza.

Le reazioni più forti arrivano quando metto in discussione l’idea che gli stranieri siano la causa di tutti i mali del Paese. In alcuni commenti leggo una volontà di emarginare persone che vengono considerate un problema prima ancora di conoscerle.

Non penso che sia così. Credo che i problemi vadano affrontati nel merito, con responsabilità e dati, senza trasformare un’intera categoria di persone in un bersaglio.

Quando ne parlo, cerco di tenere insieme l’analisi e il legame personale. So che quel legame influenza il mio sguardo e preferisco dichiararlo apertamente: le conseguenze di certe parole riguardano anche le persone che amo.

La mia famiglia è di Bari ed è numerosa. Quando i «cugini» si riuniscono, quelle volte che riusciamo, si siedono le nostre mogli e i nostri mariti: ci sono bresciani, napoletani, leccesi, nigeriani, croati e georgiani, ovviamente.

Non siamo solo un gruppo di persone che mette insieme origini e culture diverse: siamo una famiglia.

Quindi certi discorsi mi toccano da vicino.

Guardando alla politica italiana, qual è secondo te il tema più sottovalutato dai media tradizionali?

La crisi climatica. Credo che dovremmo parlarne con continuità, ogni giorno, e seguire le scelte concrete con cui proviamo ad affrontarla.

È fondamentale per la vita delle prossime generazioni e per costruire un’economia che possa durare.

Da padre la sento come una questione molto vicina, ho fatto anche un video su questo. Mi interessa capire quale mondo stiamo preparando ai nostri figli e come le decisioni di oggi incidano sulla loro vita.

Vorrei che il racconto della crisi climatica mantenesse questa attenzione anche fra un’emergenza e l’altra.

Poi c’è Gaza, che è anche uno dei motivi per cui è nato The Gentleman. Ricordo le immagini di una bambina che cercava di uscire dalle fiamme di una scuola.

Quella scena mi ha colpito profondamente e mi ha fatto sentire il bisogno di prendere parola. Considero quello che accade a Gaza uno dei crimini più gravi del nostro tempo.

Mi pesa molto anche il silenzio che percepisco attorno a quelle sofferenze, o l’abitudine — mi vengono i brividi solo a usare questa parola in questo discorso — con cui rischiamo di guardarle.

Per me dare spazio a questa vicenda significa continuare a ricordare che nelle immagini ci sono persone, famiglie e bambini.

The Gentleman racconta l’attualità «dall’Italia e dal mondo». Quanto la politica estera cambia la vita degli italiani, più di quanto spesso immaginiamo?

Tantissimo. L’appartenenza all’Unione europea, le alleanze e le scelte diplomatiche incidono sulla nostra vita, anche quando sembrano lontane. Possono arrivare fino al costo dell’energia, alla spesa e alle opportunità di lavoro.

Sono molto critico verso quello che considero un eccessivo allineamento del governo italiano agli Stati Uniti e a Israele.

Vorrei che il governo spiegasse meglio quali interessi sta tutelando e quale spazio di autonomia intende esercitare nelle relazioni internazionali.

La guerra in Iran e la crisi nello Stretto di Hormuz mostrano quanto una vicenda internazionale possa avere conseguenze economiche concrete.

A questo riguardo, il caso spagnolo pone una domanda interessante: nel marzo 2026 l’Iran ha espresso disponibilità a considerare richieste provenienti da Madrid sul transito nello Stretto. È un’apertura diplomatica, che va distinta da un accordo già concluso.

Perché l’Italia non l’ha fatto?

Ti è mai capitato di essere demonetizzato o penalizzato dalle piattaforme per i temi che affronti?

Sì, su TikTok mi è successo più di una volta, soprattutto quando parlo di Gaza: i miei contenuti sono stati considerati in violazione delle regole della piattaforma.

Intelligenza artificiale, deepfake, video manipolati: come cambia il lavoro di chi racconta e commenta l’attualità?

C’è stato un video, un deepfake, che ha fatto il giro del mondo: la presidente Meloni che, durante un intervento all’ONU, affermava che Israele aveva superato ogni limite e che la soluzione dei «due Stati» fosse l’unica percorribile.

Peccato che la Meloni non ci fosse mai andata, perché era alla Fashion Week a Milano. Ogni volta che lo trovavo sui social, lo commentavo, in tutte le lingue del mondo: è un fake!

Per rispondere alla domanda: cambia molto il lavoro, perché una notizia va cercata e verificata su più fronti.

Davanti a un video sorprendente, mi chiedo da dove arriva, chi lo ha pubblicato e quale sia il contesto. Può essere manipolato, ma anche autentico e usato per raccontare una storia diversa.

Non affiderei la verifica soltanto a una risposta dell’intelligenza artificiale. Questi strumenti possono aiutare a organizzare materiali e sviluppare idee, ma una risposta convincente non sostituisce una fonte controllabile.

Neppure un motore di ricerca è un certificato di verità. Gli annunci a pagamento vanno distinti dai risultati organici, e trovare un contenuto in alto non basta a renderlo attendibile.

Poi bisogna confrontare documenti, giornali, telegiornali e fonti originali, tenendo conto anche della loro indipendenza. Per tornare al discorso di prima.

Guardando al futuro, quali sono i prossimi passi? Podcast, dirette, un libro, collaborazioni con testate giornalistiche?

Federica, tutto quello che hai detto.

In realtà, ho già scritto un libro per bambini, una «ninna nanna», con uno pseudonimo.

Mi piacerebbe fare più dirette e avere collaborazioni con testate di politica ed economia, magari con Giornalettismo.

Sto già scrivendo un podcast e ideando un libro in cui racconto Giancarlo fuori dalla politica.

La vita mi ha dato tante botte nelle mie vite precedenti e vorrei condividere la forza che mi ha tenuto in piedi. Quella forza che parte da mio figlio e dalla mia famiglia.

C’è anche la lucidità che cerco di mantenere nei momenti difficili, per non abbattermi e non arrendermi.

Mi piacerebbe raccontare questo percorso con sincerità, lasciando spazio anche alle fragilità.

Il punto è condividere ciò che mi ha aiutato ad andare avanti e che potrebbe essere utile a qualcun altro. Io sento ancora il desiderio di imparare, costruire e cambiare.

La vita è infinita.

Dove immagini The Gentleman tra cinque anni?

Vorrei avere una redazione, con colleghi con cui confrontarmi e uno studio di registrazione.

Per intenderci, nella mia testa c’è un Fanpage e L’Indipendente messi insieme, con il coraggio di Rula Jebreal e la bravura di Mariangela Pira: un progetto editoriale capace di unire ricerca, spiegazione, video e conversazioni più lunghe.

Mi piacerebbe che The Gentleman diventasse un lavoro stabile e sostenibile, con più tempo e risorse da dedicare alle fonti, alle interviste e agli approfondimenti.

Lavorare con altre persone permetterebbe anche di mettere alla prova le idee e di far emergere punti di vista diversi.

Vorrei mantenere una voce riconoscibile e il rapporto diretto con chi mi segue.

Il numero dei follower conterà anche per quello che ci permetterà di realizzare. Immagino un progetto a cui le persone tornino per capire una notizia e confrontarsi con un ragionamento, e una crescita che lasci spazio anche alla mia famiglia. Che per me è il fattore fondamentale.

Se potessi far ascoltare un solo tuo video a chi governa, quale sceglieresti e perché?

La presidente Meloni ha raccontato quanto la maternità abbia cambiato la sua sensibilità. Le farei vedere tutti i video che documentano le condizioni dei bambini di Gaza.