Daniela Baldassarra: «La risata disinnesca le dinamiche pericolose»

Scrittrice e monologhista pugliese, considerata l’erede di Franca Rame, porta in tour “Penelope e le malafemmine”, l’Odissea raccontata dalle sue donne. Il debutto è il 28 ottobre a Bologna.
Ha conquistato il pubblico dei social con video lunghi minuti, in controtendenza rispetto ai formati da pochi secondi. Ora Daniela Baldassarra sale sui palchi di tutta Italia con il suo primo tour nazionale. Dopo la Divina Commedia e la Bibbia, nel suo one-woman show tocca all’Odissea: al centro non c’è Ulisse, ma Penelope, Elena, Circe, Calipso e le Sirene. Con lei abbiamo parlato di comicità come atto civile, di solitudine e di un femminismo che non deve diventare guerra tra i sessi.
Sei nata e cresciuta in Puglia e ti sei formata a Parigi sui temi di genere. In che momento hai capito che il tuo modo di parlare di questi temi sarebbe passato dalla risata?
Per formazione vengo dal teatro drammatico. Volendo trattare tematiche di genere, a un certo punto mi sono chiesta come portare in teatro non solo le donne già sensibili a questi argomenti, ma anche e soprattutto gli uomini, ahinoi di solito disinteressati alle tematiche femminili e femministe. Ho deciso di cambiare la forma, non la sostanza, e sono passata dal linguaggio drammatico a quello comico. Ha funzionato.
La critica ti considera l’erede di Franca Rame. È un paragone che ti pesa o che ti spinge avanti? Chi altro ti ha insegnato qualcosa, sul palco o sulla pagina?
Il paragone mi onora. Il mio maestro è stato Jean-Jacques Varoujean: ho imparato tutto da lui. Mi ha insegnato il senso del teatro e dell’atto teatrale, che deve essere prima di tutto un atto civile, nel senso più nobile e profondo del termine. È stato l’incontro che mi ha cambiato la vita.
Dal 2004 hai ricevuto più di 50 riconoscimenti letterari, dal Premio Pasolini al Premio Camilleri. Nasce prima la scrittrice o la monologhista? E come convivono oggi?
Nasce prima la scrittrice. Mai avrei immaginato di salire su un palcoscenico. Il mio sogno era chiudermi in una torretta altissima, vicina alle nuvole, e scrivere. Scrivere per altri, sapendo che le mie parole sarebbero andate in giro per conto loro, senza di me. Poi, nel passaggio dal drammatico al comico, per vari motivi mi sono ritrovata a interpretare io stessa il mio primo monologo comico. Era il 2014, e da allora non sono più scesa dal palco. Per inciso, Varoujean l’aveva previsto dieci anni prima. Purtroppo non ha fatto in tempo a vedermi.
Nell’epoca dei video da 15 secondi, i tuoi durano diversi minuti e fanno centinaia di migliaia di visualizzazioni. Perché hai scommesso sulla durata, e che cosa ti hanno insegnato i social sul tuo pubblico?
Il ritmo dei social mi atterriva, perché la mia comicità è lenta, molto teatrale: non ho i tempi tipici del cabaret. Ho bisogno di tempo, un tempo lungo, per esprimermi e farmi capire, in teatro come nella vita. La durata dei miei video, circa due minuti e quaranta, mi costa fatica, perché per me è pochissimo. Però mi diverte e diverte gli altri, quindi va bene così. Se il pubblico si diverte io sono felice e continuo, perché regalare un sorriso è quello che ho scelto di fare per gli altri.
Lavori da anni con i centri antiviolenza e la Fondazione Petruzzelli ti ha commissionato un’opera sulla violenza di genere. Come si tengono insieme l’ironia e un tema così doloroso, senza che una tradisca l’altro?
Con l’ironia si possono raccontare i conflitti tra i sessi, l’incomunicabilità, gli stereotipi: tutto ciò che sta alla base degli episodi di violenza. La risata ci permette di guardare allo specchio i nostri limiti e le nostre gabbie senza alzare muri di difesa. Così la catarsi è facilitata dalla nostra stessa clemenza. E poi la risata è un mezzo di aggregazione potentissimo: imparare a ridere di noi stessi disinnesca moltissime dinamiche pericolose.
Hai ideato la Giornata contro le solitudini. Da dove nasce e perché proprio la solitudine?
La solitudine è un tabù sociale, e a me piace portare alla luce gli argomenti di cui si tace. È un tabù perché difficilmente ammettiamo di essere o di sentirci soli, in una società piena di pressioni legate alla socialità, alla movida, al divertimento a tutti i costi. Dovremmo invece imparare a privilegiare la verità e non le apparenze, e a raccontare con sincerità le nostre vite e le nostre fragilità.
Sei arrivata al G7 delle Pari Opportunità di Matera e al Campidoglio. Che effetto fa portare la tua voce nei luoghi istituzionali? Lì la comicità entra o resta fuori dalla porta?
Nei luoghi istituzionali la comicità è una bomba a orologeria che non fa male, ma quando esplode fa saltare per aria l’ipocrisia, il perbenismo e la stucchevole seriosità che di solito li abitano. Dopo lo sconcerto iniziale tutto prende una dimensione più umana, amichevole e complice. Le distanze si accorciano, le tensioni si allentano e le conversazioni diventano più fluide e fruttuose.
Dopo la Divina Commedia e la Bibbia, adesso l’Odissea raccontata da Penelope, Elena, Circe, Calipso e le Sirene. Perché proprio loro? E chi sono le «malafemmine» di oggi?
La parola “malafemmine” è una provocazione. Nello spettacolo le malafemmine sono le donne che hanno sedotto Ulisse incuranti della moglie, Penelope, che lo aspettava a casa. Ho giocato sul luogo comune, purtroppo ancora attuale, secondo cui l’adulterio “è sempre colpa dell’altra donna, mai del povero uomo ingenuamente sedotto”. Tutte le donne dell’Odissea, tranne Penelope, sono sempre state giudicate male da uno sguardo maschile (o maschilista?). Io le riabilito tutte, perché dobbiamo imparare a rispettare le diversità.
Nel mirino c’è il patriarcato, ma anche «un certo femminismo trasformato in guerra tra i sessi». Non temi di scontentare anche una parte del tuo pubblico?
E perché mai? Le donne che mi seguono sono molto autoironiche, non potrebbe essere altrimenti, e sapranno mettersi in discussione. Questo monologo è una feroce condanna del patriarcato, ma anche una feroce critica a quei movimenti femministi radicali che perdono di vista gli obiettivi in un inutile sentimento di aggressività e rivalsa verso l’universo maschile. Le cose sbagliate ce le dobbiamo dire.
Torino e Milano sono sold out prima ancora del debutto. Come vivi questo primo tour nazionale, tra entusiasmo e paura?
Con tanto entusiasmo e la giusta paura. Torino, Bologna, Milano e Roma sono andate subito sold out e sono piena di gratitudine verso il pubblico. Soprattutto, ci stiamo già organizzando per nuove repliche.
Se Penelope potesse lasciare un messaggio alle ragazze, e ai ragazzi, che ti seguono sui social, che cosa direbbe?
Direbbe: indipendenza. Imparate subito l’indipendenza: di pensiero, d’azione ed economica. Nessuno è libero senza la propria indipendenza.