Lello Di Segni, l’ultimo sopravvissuto al rastrellamento di Roma, è morto

di Enzo Boldi | 26/10/2018

Lello Di Segni
  • Si è spento nella notte Lello Di Segni, ultimo sopravvissuto al rastrellamento del Ghetto di Roma

  • Aveva 92 anni ed era stato deportato ad Auschwitz nel 1943

  • Il suo racconto di quel 16 ottobre e della vita nel campo di concentramento

È scomparso nella notte – all’età di 92 anni – Lello Di Segni, l’ultimo sopravvissuto al rastrellamento del Ghetto ebraico di Roma del 16 ottobre 1943. Dopo l’arresto da parte della Gestapo nazista, l’uomo venne deportato, insieme alla sua famiglia, ad Auschwitz-Birkenau. Grande commozione da parte della comunità ebraica che lo ha da sempre ritenuto un punto di riferimento e l’occhio storico italiano su quel drammatico periodo.

LEGGI ANCHE > Per Marcello Foa il rastrellamento nel ghetto ebraico di Roma è del 1953

Il presidente della Comunità ebraica di Roma, Ruth Dureghello, ricorda così Lello Di Segni: «La sua perdita, oltre che essere un dolore per la nostra comunità è purtroppo un segnale di attenzione e un monito verso le generazioni future. Con lui viene a mancare la memoria storica di chi ha subito la razzia del 16 ottobre tornando per raccontarcela. Da oggi dobbiamo trovare il coraggio per essere ancora più forti, per non dimenticare e non permettere a chi vuole cancellare la storia e a chi vorrebbe farcela rivivere di prendere il sopravvento».

Il ricordo di Virginia Raggi

Anche la Sindaca di Roma, Virginia Raggi, ha espresso il suo cordoglio – in nome della città – per la scomparsa di Lello Di Segni, lasciando su Twitter un pensiero.

 

Lello di segni e il racconto di quel rastrellamento

In una delle ultime interviste, Lello Di Segni ha raccontato frammenti di quel terribile 16 ottobre 1943 e la sua vita nel campo di concentramento. «Il primo ricordo è lo spavento di quando aprii la porta. C’erano due tedeschi in divisa. Non parlavano italiano, ma a gesti si fecero capire molto bene». Poi la deportazione ad Auschwitz e la lotta per la sopravvivenza: «Mi sono salvato solo perché ho lavorato tanto. Facevo tutto quello che mi dicevano i tedeschi, anche se non volevo. Ma avevo troppa paura che mi massacrassero di botte. Era l’unico modo per andare avanti». Poi la liberazione e il tentativo di ritorno alla normalità: «In questi anni ho cercato di dimenticare, ma non ce l’ho fatta. Oggi ricordo con dolore e sacrificio, però sono libero adesso». Ora, con la sua morte, si è spenta l’ultima testimonianza vivente di quel terribile capitolo di storia.

(foto di copertina:  Andrea Ronchini/Pacific Press via ZUMA Wire)