Dieci anni lontana dal figlio: l’odissea italiana di una madre cinese

di Gaia Mellone | 19/10/2018

  • La donna viene accusata di abbandono perché si allontana dalla comunità per cercare lavoro

  • Lo psicologo stabilisce che il piccolo «dimostra meno anni di quelli che ha» e lo lascia in affido

  • La madre protesta del regime carcerario durante le visite di un'ora ogni 15 giorni, rischia la sospensione totale

La donna si era allontanata dalla comunità cinese di Milano per andare a cercare lavoro, e per poter provvedere al figlio, lasciato nelle mani dei servizi sociali. Può sembrare una pratica inusuale, ma è consuetudine nel suo paese di origine, la Cina: in un momento di difficoltà economica, il genitore può temporaneamente affidare i figli alla comunità, per poterli poi riprendere non appena le condizioni lo permettano e il piccolo possa crescere in un ambiente stabile e sicuro. In Italia però questo viene considerato abbandono. Sono passati 10 lunghi anni, e la madre ancora non ha potuto riabbracciare il figlio.

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Dieci anni lontana dal figlio, colpa di «un fraintendimento culturale»

Tutto comincia nel 2010, quando la madre e il piccolo Alberto, nome di fantasia, vengono collocati in una comunità per via dei problemi economici della famiglia. Nel 2011 la madre si allontana dalla comunità per ripagare un debito e cercare un lavoro, lasciando il figlio temporaneamente in comunità. Una pratica usuale in Cina, il paese della donna, ma che non viene ben recepito in Italia. La donna non parla bene la lingua, e cade ingenuamente in quella che è stato definita a posteriori «una incomprensione culturale». Il Tribunale e i Servizi Sociali infatti prendono in carica il piccolo, e alla donna viene rimossa la potestà genitoriale e viene avviato il percorso di affidabilità di Alberto. Viene affidato ad una coppia di un’associazione locale e ai genitori naturali viene permesso di incontrarlo solo un’ora ogni 15 giorni. L’equivoco però viene a galla, e già nel 2011 e nel 2012 i servizi sociali sostengono il ritorno a casa del bambino, spiegando che si era trattato di un fraintendimento. Ma dal Tribunale non arriva nessuna risposta.

L’allontanamento dal figlio per la relazione dello psicologo

Nel 2013 la situazione della famiglia cinese si aggrava ulteriormente. Colpa della relazione di uno psicologo che sostiene invece che il piccolo Alberto debba restare con i suoi nuovi genitori. «Alberto si è dimostrato un bambino intelligente, curioso, comunicativo, con buone capacità relazionali ed affettive – si legge nella relazione-  Tali caratteristiche vengono espresse però attraverso modalità proprie di un bambino molto più piccolo rispetto all’età di Alberto, il suo gioco preferito p di nascondersi e farsi trovare». Alberto dimostra meno anni di quelli che effettivamente ha, e questo secondo lo psicologo non è un buon segno, ma anzi sottolinea la necessità di un ambiente «stabile e continuativo». E la sua famiglia, composta dalla madre e dal suo nuovo compagno, non risponde a queste caratteristiche.

Le visite al figlio in regime quasi carcerario

Alberto resta quindi con la coppia milanese, e la madre ogni 2 settimane attraversa il Veneto, dove ha trovato lavoro, e la Lombardia, per poter vedere il piccolo per un’ora sotto la stretta sorveglianza di un operatore. «Durante le visite protette non posso abbracciare mio figlio – racconta la donna – non posso parlare con lui. Devo solo giocare e non posso avere nessuna intimità. Se devio anche solo leggermente da queste direttive rigidissime l’operatrice mi sgrida davanti al bambino». Umiliata, ad un certo punto la donna reagisce. All’ennesimo episodio in cui l’operatrice la sgrida di fronte al figlio risponde, e riceve di risposta la minaccia di vedersi sospese anche quelle poche visite. È in quel momento che decide di rivolgersi al Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani che da allora la affianca lungo la sua odissea.  «In totale assenza di maltrattamenti il bambino viene tenuto lontano dalla sua famiglia – commentava nel 2017 Davide Colonnello, responsabile del gruppo di Milano del Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani a cui la donna si era rivolta, riscontando un palese «contrasto con il suo diritto di crescere ed essere educato nella sua famiglia come sancito dalla legge e dalle convenzioni internazionali sui diritti dei fanciulli». Colonnello aggiungeva che tutto questo poteva risolversi «usando un po’ di buon senso» e aveva promosso una raccolta firme indirizzata al Sindaco di Milano perché verificasse il comportamento dei Servizi Sociali.

I servizi sociali, si al trasferimento in Veneto ma non a casa

Dopo la raccolta firme, qualcosa cambia. Alla donna viene reintegrata la protesta genitoriale, e i giudici Marino e Conigliandolo dispongono che Alberto torni a vivere con lei con un «graduale ricongiungimento», valorizzando il fatto che «la signora non ha mai inteso abbandonare il figlio, con il quale è presente e vive una relazione di attaccamento». Le cose sembrano volgere verso un esito positivo, e la madre si affida a due professionisti per stilare un programma che tuteli il piccolo e il ricongiungimento. Eppure, i servizi sociali non prendono bene queste disposizioni. Invece di favorire il ricongiungimento, suggeriscono di spostare il piccolo Alberto in una nuova comunità, stavolta in Veneto. Tutto pur di non rimandarlo a casa con la madre. Il legale che segue la madre, Francesco Miraglia ha inviato una lettera formale ai servizi sociali, segnalando il parere contrario delle professioniste che seguono la famiglia e che hanno stabilito che «oggi la coppia è pronta ad accogliere il bambino». Non c’è stata però nessuna risposta. E la stanzetta che la mamma ha preparato per il figlio continua a restare vuota, abitata solo dai giocattoli.

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