Enrico Esposito giustifica i suoi tweet omofobi: «Non ero io, era il mio alter ego»

di Enzo Boldi | 12/10/2018

Enrico Esposito

A volte è meglio chiedere scusa senza argomentare le proprie ragioni. E invece Enrico Esposito ha preferito dimostrare al mondo che dietro al suo comportamento sui social ci sia stata una scelta consapevole e che la stampa abbia travisato il tutto. Dietro ai suoi tweet omofobi e sessisti (che vanno dal 2013 al 2016) c’era il suo alter ego radiofonico – razzista, sessista e omofobo «Gianni il riccone». Ma la realtà è che quei tweet arrivavano dal suo profilo personale e non di questo presunto alter ego satirico. Che poi di satirico aveva ben poco.

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Facciamo un breve riepilogo: ieri L’Espresso ha pubblicato alcuni tweet omofobi e sessisti postati sui social da Enrico Esposito, sconosciuto ai più ma ex compagno universitario di Luigi Di Maio e – ora – vicecapo dell’ufficio legislativo del Ministero dello Sviluppo Economico. Tweet che con la satira e l’ironia avevano poco a che fare, leggendo il tenore dei giudizi espressi sul web dallo stesso Esposito.

Enrico Esposito e la (non) giustificazione su Facebook

Ieri, in serata, è arrivata la sua versione dei fatti. Una giustificazione senza né capo né coda che non lo scagiona. Anzi. In un lungo post su Facebook – non più su Twitter dato che il suo profilo ora appare bloccato con tutti i suoi tweet rimossi – Esposito ha spiegato che a parlare sia stato un suo alter ego nato come personaggio satirico in una sua trasmissione radiofonica.

«La colpa è della stampa»

«All’epoca, utilizzavamo twitter per promuovere il nostro programma radiofonico satirico, ma i giornalisti dell’Espresso si sono ben guardati dal riportare le foto di “Gianni Il Riccone”, che pure erano visibili in bacheca, e hanno subito lanciato una campagna diffamatoria nei miei confronti, decontestualizzando quelle frasi». La colpa, quindi, come da mantra pentastellato dell’ultimo mese, è della stampa che ha «frainteso». Un’arrampicata sugli specchi che mostra come sia sempre più difficile, in questo periodo storico, utilizzare la parola «scusate». E fermarsi lì.

(foto di copertina: da profilo Facebook di Enrico Esposito)