L’anniversario della morte di Aldrovandi ai tempi del decreto Salvini

di Gianmichele Laino | 25/09/2018

anniversario aldrovandi

In questa Italia sempre più intollerante e intollerabile, lo scorrere del tempo ci ricorda che oggi, 25 settembre, ricorre l’anniversario della morte di Federico Aldrovandi. Il ragazzo di Ferrara ucciso a soli 18 anni da quattro poliziotti, per i quali è scattata una condanna con l’accusa di eccesso colposo nell’uso illegittimo di armi.

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Anniversario Aldrovandi e il taser nel decreto Salvini

Quelle armi che, per il possibile inasprimento della legittima difesa, ognuno di noi potrebbe tenere in casa. Quelle armi, come il taser, in dotazione – stando a quanto scritto nel recentissimo decreto Salvini – anche alla polizia municipale nei comuni con più di 100mila abitanti. Ricordare Federico Aldrovandi oggi, il giorno dopo dell’approvazione in consiglio dei Ministri del Decreto Salvini, in un clima ancora frastornato dall’uscita del film Sulla mia pelle che racconta la vicenda di Stefano Cucchi, è ancora più doloroso.

Perché guardando a quel decreto legge – ancora tutto da convertire e da valutare dagli organi di garanzia costituzionale competenti, per carità – si ha esattamente l’impressione che l’Italia sia diventata un luogo dove, in nome di questa bandiera chiamata sicurezza, si dimenticano sempre più i diritti delle persone.

L’anniversario Aldrovandi ci deve far mantenere alta l’attenzione sui diritti del cittadino

Non sarebbe bastato il taser per evitare la morte di Aldrovandi, come ha affermato in maniera avventata, qualche giorno, fa l’ex questore di Ferrara Antonio Sbordone. Federico è stato massacrato di botte, manganellato: non colpito da una pistola. In più, c’è da ribadire quanto lo strumento non sia completamente affidabile e non metta al riparo da eventuali reazioni che possono causare gravissimi problemi a chi subisca il suo «trattamento». Non sarebbe bastato, in generale, questo decreto sicurezza lanciato ieri in pompa magna, come se fosse una televendita di materassi.

La percezione di questa crescita del sospetto nei confronti del diverso o, semplicemente, di chi – come Federico Aldrovandi – stava facendo qualcosa di diverso (se «diversa» può essere considerata una camminata a notte inoltrata, di ritorno da una serata con gli amici) rende questo giorno – che naturalmente è di commemorazione – un giorno di preoccupazione. Per lo smarrimento del buon senso e per questa sottrazione progressiva dei diritti di chiunque, non soltanto dei migranti.

Come dimenticare, poi, le multe negli stadi, una vera e propria moda nella passata stagione, per quei gruppi di tifosi – ultrà della Spal in testa – che provavano a sventolare il vessillo con il volto di questo ragazzo? Un tentativo di seppellire la memoria del diciottenne di Ferrara o una verità scomoda da non mostrare in diretta televisiva?

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L’attenzione, invece, su questo punto dovrebbe restare alta. La storia di Federico Aldrovandi – così come quella presentata con straordinario successo e commozione al Festival del Cinema di Venezia grazie alla pellicola Sulla mia pelle – deve suonare come perenne campanello d’allarme. Nel frattempo, saranno gli artisti a suonare, nel tradizionale concerto commemorativo che quest’anno si svolgerà il 29 settembre a Ferrara. Lo Stato Sociale e Marina Rei, oltre a tanti altri artisti, proveranno a ricordarci chi era Federico Aldrovandi. E perché, ai tempi del decreto Salvini, non possiamo e non dobbiamo dimenticarlo.