La direttiva sul copyright ha diviso il Pd al Parlamento Europeo

di Redazione | 12/09/2018

pericolo neonazista

La direttiva sul copyright ha aperto una piccola breccia interna al gruppo degli eurodeputati del PD. Il tema, ovvio, era piuttosto spinoso, ma il dibattito – andato avanti per mesi – poteva contribuire a presentarsi compatti al voto. Cosa che, invece, non è accaduta. Brando Bonifei e Renata Briano (entrambi del gruppo del Partito Socialista Europeo) si sono astenuti, così come altri sette colleghi che fanno parte del medesimo schieramento. Addirittura contro, invece, ha votato Daniele Viotti seguendo in questo 25 altri colleghi socialisti europei.

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Eurodeputati PD divisi sulla direttiva sul copyright

Insomma, la situazione si presentava abbastanza frastagliata (nessun gruppo ha votato in maniera compatta sì o no), tuttavia il Partito Democratico è l’unico partito italiano che si è diviso. Il Movimento 5 Stelle e la Lega hanno votato convintamente per il no alla direttiva, mentre il centro-destra conservatore ha espresso il suo sì unanime.

Un eurodeputato del Pd, dunque, ha votato insieme a euroscettici e sovranisti che censurano completamente la nuova direttiva che, in teoria, dovrebbe colpire soprattutto le multinazionali del web come Google o Facebook. Sulla stessa linea, anche la deputata eletta con L’Altra Europa con Tsipras Barbara Spinelli. Due altri esponenti dem, invece, hanno preferito astenersi sulla questione.

Eurodeputati Pd, il commento di Bonifei qualche mese prima della votazione

Coerentemente con questa decisione, Bonifei, qualche mese fa – nel momento in cui il dibattito sulla direttiva aveva toccato punti molto aspri, causando anche lo sciopero di Wikipedia -, aveva dichiarato alla Rivista Pandora: «Esiste un problema ed era giusto intervenire, ma lo si è fatto attraverso una normativa poco chiara che rischia di creare solo grandi contenziosi legali che solo le maggiori piattaforme come Google e Facebook possono sostenere, mentre gli altri operatori potrebbero essere costretti a chiudere o a mettere in campo strumenti di censura molto forti per paura delle sanzioni. Un ulteriore rischio è quello di dotarsi di un apparato di norme difficile da applicare nel concreto. Detto ciò io non mi sento di aderire ad atteggiamenti apocalittici per cui se domani la riforma dovesse passare sarà la “fine di Internet”».

FOTO: ANSA / TIBERIO BARCHIELLI / UFFICIO STAMPA PALAZZO CHIGI)

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