L'odio razziale è alimentato da Facebook: la prova nello studio dell'università tedesca
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Facebook fomenta l’odio razziale, lo prova uno studio

L’esposizione a contenuti di odio su Facebook ha svolto un ruolo fondamentale negli atti di violenza avvenuti negli ultimi anni in Germania a danno dei richiedenti asilo. Una ricerca tedesca ha stabilito una relazione causale tra i due fattori, e non lascia alcun dubbio: «Alla base dell’aumento esponenziale ci sono le “Facebook bubbles”»

Facebook e l’odio razziale, crimini aumentano del 50% dove si usa di più Facebook

I ricercatori dell’Università di Warwick hanno pubblicato una ricerca dal titolo “Alimentare le fiamme dell’odio: Social media e crimini d’odio” dove hanno preso in esame ogni attacco compiuto verso i rifugiati avvenuti in Germania negli ultimi due anni: si tratta di 3335 casi. Hanno poi preso in considerazione diversi fattori come la ricchezza e le opinioni politiche e li hanno incrociati con il numero di crimini d’odio e di rifugiati.

Per ogni città e paese, hanno riscontrato lo stesso elemento: un utilizzo Facebook superiore alla media. In particolare, laddove si registrava una deviazione standard dalla media nazionale dell’uso di ogni persona, il numero di attacchi contro i rifugiati aumentava del 50%. Non si parla di un utilizzo spropositato di internet in generale, ma specificatamente di Facebook.

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Facebook e l’odio razziale, la reazione del social network interpellato dal New York Times

Lo studio è stato ripreso anche dal Times in un lungo articolo dove definisce i criteri di ricerca «rigorosi» e i risultati «credibili», in un lungo articolo.  Facebook ha rifiutato di commentare l’articolo che ha portato los studio all’attenzione internazionale ma ha rilasciato un commento ufficiale dove dichiara che «Il nostro approccio su ciò che è consentito su Facebook si è evoluto nel tempo e continua a cambiare man mano che apprendiamo dagli esperti del settore».

Facebook e l’odio razziale, la colpa è delle “Bubble”

Nell’analisi dei social network, si definisce “bubble” la bolla in cui l’utente viene ingabbiato. Si tratta del cerchio di persone più vicine o con cui si interagisce di più, o di pagine i cui contenuti sono affini, almeno secondo gli algoritmi,  alle nostre ricerche. Per questo ci sembra spesso di leggere solo opinioni con cui concordiamo  articoli legati a cose già lette. Applicato alla studio sui crimini d’odio significa che l’esposizione a contenuti dal sentimento anti-rifugiati sulla piattaforma ha reso più probabile che le persone commettessero atti di violenza contro di essi. Come scrive il New York Times, Facebook «ci isola da voci moderatrici o figure autoritarie, ci trascina in gruppi con idee simili e, attraverso il suo algoritmo, promuove contenuti che coinvolgono le nostre emozioni di base». Ecco allora che laBviene rafforzata da un numero di likes e commenti di supporto che di per sé potrebbero non essere molti, ma vengono percepiti come tali.

(Credits immagine copertina: ANSA/ CESARE ABBATE)