Quasi un quarto degli europei è a rischio povertà: fino a quando verranno ignorati?

di Daniele Tempera | 03/05/2019

  • Il 22,4% degli europei è a rischio povertà ed esclusione sociale: una media che sale enormemente nel sud Europa e che in Italia sfiorava il 29% nel 2017

  • Donne, giovani e bambini le categorie più esposte, segni dell'urgenza di un Welfare e di un sistema di sviluppo che necessitano di cambi di rotta urgenti

  • Mentre la laurea non è più legata al benessere economico; dati, statistiche e approfondimenti per accompagnarvi verso uno dei temi caldi delle prossime elezioni europee

È tra le economie più ricche del mondo; qui sono nati il welfare e i diritti dei lavoratori, eppure anche nell’Europa che si avvicina alle elezioni europee, la povertà (assoluta e relativa) continua a mordere in maniera trasversale. Una spia che rappresenta, forse più di molto altro,  i limiti di una politica economica e di un Welfare che non ha funzionato come avrebbe dovuto, o che quantomeno non ha saputo fronteggiare pienamente “la piena” della Crisi. Sì, perché secondo le stime Eurostat, un europeo su quattro è a rischio povertà e non è un caso che, fra tutti gli obiettivi che la UE si è data per il 2020, la diminuzione degli indigenti o delle persone con vulnerabilità sociale sia uno di quelli più proibitivi.

Le persone “a rischio esclusione sociale e povertà” secondo l’Eurostat erano infatti ben 112,9 milioni nell’area UE nel 2017, una media che mal si concilia con l’obiettivo registrato di un calo di 20 milioni di unità da raggiungere entro la fine del prossimo anno che avrebbe dovuto fissare il loro numero a 96.1 milioni. E anche se fanno registrare qualche piccolo miglioramento dagli anni bui della Crisi (si era arrivati al 25% contro il 22.4% odierno), le stime sono ancora drammatiche.

A pagare il conto, come facilmente intuibile dalla mappa sopra, è il sud Europa e il Sud Est del Continente. È il caso, ad esempio, della Grecia, paese sfiancato da anni di politiche di austerità che vede il tasso di persone povere, o a rischio povertà, addirittura alla media del 34.8% o della Bulgaria, paese con il record negativo sui cittadini a rischio povertà, con una media prossima al 40%. Ma è purtroppo anche il caso del nostro Paese dove le persone a “rischio” erano nel 2017 il 28.9% , sette punti superiori alla media europea. Una media alta e allarmante che necessita di immediati cambi di paradigma a livello di Welfare, tutele e modelli di sviluppo.

Donne, giovani e famiglie con figli: ecco quali sono le categorie più a rischio

E se i parametri considerati dall’Istituto Europeo di Statistica sono essenzialmente tre: ovvero lo scarso reddito (al netto di deduzioni o integrazioni di welfare), la forte deprivazione materiale e l’essere parte di famiglie messe alla prova da disoccupazione e sotto-occupazione, sono le donne, i giovani e i bambini, le categorie più vulnerabili. In Europa è il 23.3% delle donne a essere a rischio povertà, contro il 21.6% degli uomini, una percentuale che in Italia lievita fino al  29.8% contro il 27.8% degli uomini. E le percentuali diventano ancora più inquietanti se si guarda al rapporto tra giovani e anziani. In Europa è povera (o a rischio povertà) circa il 24.9% dei giovani al di sotto dei 18 anni contro il 18.2% degli anziani sopra i 65 anni. Una percentuale che in Italia lievita enormemente: nel nostro paese il 32.1% dei giovani era nel 2017 a rischio contro il 22% degli anziani, segno dei ritardi e degli anacronismi dei nostri sistemi di welfare e di tutele sociali e salariali, che tagliano via una parte consistente della popolazione dall’accesso al benessere.

La dinamica si riflette anche a livello famigliare: sono ovviamente le famiglie con prole quelle più a rischio povertà e i bambini sono spesso la categoria più vulnerabile. E le statistiche di alcuni Paesi sono da brivido: in Romania, e Bulgaria, quasi il 42% dei bambini è a rischio povertà, mentre in paesi come Grecia, Italia e Spagna le percentuali si stabilizzano sul 32%. Percentuali che, se non verranno presi urgenti cambi di rotta, prefigurano l’esistenza di generazioni che avranno uno standard di vita inferiore a quello che ora riteniamo accettabile, un’evenienza che forse sta già presentando il prezzo in termini politici e sociali.

L’istruzione? Spesso non è più un anticorpo contro la povertà

Ricordate il motto con cui molti di noi sono cresciuti? Studiate e troverete, grazie all’impegno e alla determinazione, il vostro posto nel mondo e condurrete un’esistenza dignitosa. Il problema è che spesso non è più così in molte parti del Vecchio Continente.  E non lo è perfino in Paesi come l’Italia, caratterizzata, secondo le statistiche, da una grave carenza di laureati. Nel 2017 il 14.5 % dei laurati nel nostro Paese era povero o a rischio povertà, come rilevato da Eurostat. Una percentuale che in Grecia arriva addirittura al 19.7%, mentre in Bulgaria si attesta sul 16%. E le cause sono le più svariate, dalla disoccupazione al sotto-inquadramento lavorativo, una delle caratteristiche strutturali dell’economia del nostro Paese che ha fatto registrare in questi anni la ricomparsa di una categoria sociologica combattuta lungo tutto il corso del ‘900: quella del “lavoratore povero”.

Problematiche spesso usate strumentalmente per aizzare le “guerre fra i poveri” o alimentare la xenofobia e la diffidenza per fini elettorali, ma che stentano ancora a  trovare una traduzione politica reale, quanto a essere metabolizzate dalle forze politiche con riforme radicali e nuove direzioni di sviluppo. E il conto, a poche settimane da elezioni definite “decisive” per le sorti dell’Unione,  rischia di essere “salato”. Davvero per tutti.