Giornale di Brescia fuori da Facebook: «Perché dovremmo restare?»

Abbiamo intervistato la direttrice del giornale che ha deciso di non sfruttare più Facebook per raggiungere l'audience

19/11/2020 di Ilaria Roncone

giornale di brescia

Il Giornale di Brescia ha preso una decisione che va contro corrente rispetto a quello che fanno tutte le altre redazioni giornalistiche: rinunciare a postare i propri contenuti su Facebook. «Dai social e in particolare da Facebook otteniamo il 16% del nostro traffico» ci ha spiegato Nunzia Vallini, direttrice della realtà editoriale che ha fatto una scelta coraggiosa basata su una riflessione che tutti nel mondo dei media dovremmo fare: «Il gioco vale la candela? Rimanere su Facebook, piazza estremamente inquinata, vale il ritorno in termini di traffico?». La decisione, ci spiega la direttrice Vallini, è stata possibile anche grazie a un «editore che non ci valuta in base ai click e al fatto che abbiamo un bacino di lettori fisicamente ben definito sul nostro territorio».

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«I comunicatori devono farsi le domande giuste»

L’assunto che ha spinto il Giornale di Brescia a procedere con una decisione a lungo ponderata è che le regole della piazza di Facebook non piacciono più alla redazione e a professionisti che vogliono continuare a fare il proprio lavoro con integrità non dovendosi occupare degli odiatori e dei commenti «lasciati in maniera strumentale sotto i post, atti palesemente a pilotare il dibattito pubblico e polemici anche su questioni che non si prestano in alcun modo». Il riferimento della direttrice è al numero dei morti per Covid nella provincia di Brescia e non solo: «Si sono negati i morti per Covid, che a Brescia sono stati di più delle vittime civili della Seconda guerra mondiale, questa la goccia che ha fatto traboccare il vaso ma anche i commenti e le discussioni che nascevano sotto i post di semplici informazioni pratiche. Anche l’articolo dal titolo “Posso andare dal parrucchiere in un altro comune?”, che è una semplice informazione di servizio, diventava motivo per vomitare odio». Il Giornale di Brescia ha deciso di puntare a «piazze più costruttive, altri social in cui il meccanismo dell’avvelenamento dei pozzi è meno diffuso» rispetto a Facebook.

Occorre fare «Resistenza, fosse anche solo alla maleducazione»

La direttrice Vallini ha fatto appello anche alla nascita del Giornale di Brescia «nel ’45 e con lo scopo di ricomporre la comunità. Oggi, in formula diversa, credo che dovremmo riprendere in mano quell’identità come fosse una nuova forma di Resistenza, fosse anche solo alla maleducazione». Vallini lancia un vero e proprio appello ai colleghi italiani e di tutto il mondo: «Noi comunicatori di professione accreditiamo la piazza se ci stiamo. Facebook dovrebbe impedire la pubblicazione di contenuti del genere sotto i post o anche solo l’iscrizione di profili palesemente fake ma non lo fa. Perché? Viene da pensare che dietro ci siano logiche che non rispondono solamente ai soldi ma anche a intenti governativi di manipolare e direzionare la comunicazione planetaria». L’uscita di scena del Giornale di Brescia da Facebook è avvenuta lo scorso 2 dicembre ma la redazione ha aspettato un paio di settimane per spiegarne le ragioni ai propri lettori: «Sotto il post Facebook dell’editoriale sono comparsi molti commento: chi ci ha criticato – sempre in maniera consona -, chi ha applaudito la nostra scelta, chi ne ha preso attico con un po’ di rammarico. Dalle presenza che creavano zizzania e avevano iniziato a utilizzare i commenti alla nostra pagina Facebook in maniera strumentale non si è palesato nessuno».

Tornare o no su Facebook?

Come sopperire alla mancanza del traffico che prima veniva da Facebook? «Partendo dal presupposto che la nostra non è un’iniziativa contro i social o contro Facebook ma solo un modo per invitare a riflettere sulle regole del gioco, cerchiamo piazze meno inquinate. Guardiamo a Instagram, che seppure sia più difficile da gestire di Facebook per le notizie è meno inquinato. Facebook è uno strumento straordinario ed è un peccato che non si faccia carico di questo problema, così come la politica che utilizza i social ma dimentica che chi di spada ferisce di spada ferisce. Lo stesso Facebook di deve interrogare su quello che fa». Si tratta, insomma, non solo di fornire lo strumento ma anche di fare le regole con l’intento di risolvere i problemi che si presentano. Nel mondo dell’informazione «nessuno si pone il problema perché c’è il tornaconto del traffico, ma ne vale la pena?». La morale della favola è, quindi, che Facebook deve dimostrare di fare il suo perché il Giornale di Brescia torni online – dopo aver «misurato il danno di questa uscita in termini di traffico e visibilità e aver discusso con la redazione intera» -. Il punto è che tutti gli attori del panorama dovrebbero iniziare a riflettere sulla direzione da prendere: vogliamo lavorare secondo le regole di Facebook e dei social o essere noi a farle nel massimo rispetto della nostra professione?

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