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Abolizione dei vitalizi, i 5 punti che frenano la promessa elettorale del M5S

L’impresa è possibile ma certamente non semplice. L’abolizione dei vitalizi dei parlamentari, che con il reddito di cittadinanza rappresenta la principale promessa elettorale del Movimento 5 Stelle, potrebbe essere ostacolata e impedita da uno o più aspetti tecnici o politici. I dubbi sulla cancellazione di quei trattamenti economici riservati ad ex deputati e senatori, considerati da più parti una rendita inopportuna, superata, un privilegio della vecchia casta della politica, vengono elencati oggi in un articolo del quotidiano Il Messaggero a firma di Diodato Pirone.

 

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L’abolizione dei vitalizi dei parlamentari nel 2012

In primo luogo un primo freno all’abolizione dei vitalizi dei parlamentari può essere rappresentato dal fatto che in realtà i vitalizi sono già stati eliminati per deputati e senatori eletti dal 2012. Già i membri di Camera e Senato eletti nel 2013 non ne beneficeranno. La riforma Fornero ha stabilito il passaggio al sistema contributivo, che è in vigore per tutti i lavoratori, ma lasciando un piccolo vantaggio. I parlamentari possono andare in pensione a 65 anni o anche 60, nel caso di due legislature.

I contributi versati

Secondo punto. Non tutti i vecchi politici che si sono seduti in Parlamento godono di un privilegio ottenuto dopo una breve esperienza alla Camera e al Senato. Tra loro, miracolati a parte, ci sono deputati e senatori di lungo corso che hanno versato molti contributi e che quindi con il sistema contributivo avrebbero una pensione ugualmente alta.

Il peso economico

Il terzo paletto da tenere in considerazione riguarda il peso economico molto marginale dei vitalizi dei parlamentari rispetto alla spesa pubblica complessiva e alla spesa per le pensioni. Nel 2016 lo Stato ha speso per gli assegni ai pensionati circa 260 miliardi di euro, la spesa pubblica supera gli 800 miliardi, mentre le uscite della Camera per i vitalizi sono arrivate a 136 milioni per i politici e a 276 milioni per le pensioni degli ex dipendenti. Ma non solo. Il Messaggero ricorda che dalla scorsa estate i vitalizi di Montecitorio superiori ai 70mila euro sono colpiti da una tassa triennale.

La delibera delle Camere

Quarto. C’è il dubbio sul metodo da utilizzare per arrivare all’abolizione. Il Movimento 5 Stelle non è intenzionato a proporre una legge ma una delibera dell’Ufficio di presidenza delle Camere. La via è percorribile ma non si sa fino a che punto. Come spiega ancora Il Messaggero Camera e Senato hanno un regime giuridico autonomo diverso dallo Stato, ma alcuni giuristi non gradiscono la soluzione perché le delibere delle Camere potrebbero essere fuori dal controllo della Consulta sulla costituzionalità. E la Corte Costituzionale ha già precisato che in tema di pensioni non si può colpire una sola categoria o intaccare i diritti acquisiti dei pensionati. Lo si può fare solo in via temporanea. Finora le norme non sono mai state cambiate per il passato.

I pensionati dei partiti

Infine, il nodo politico. Ad eccezione del M5S tutti gli altri partiti hanno centinaia di ex deputati o senatori pensionati. Per il giovane partito guidato da Luigi Di Maio non sarà semplice trovati alleati determinati come loro sulla questione.

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