Andrea Daniele Signorelli: “Il metaverso è fallito perché era una violenza”

Federica Basili 18 Set 2026
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Dai simulacri di Baudrillard al flop del metaverso, fino all’intelligenza artificiale: come le Big Tech provano a sostituire la realtà con un suo simulacro.

Tra un mese arriva in libreria Storia umana dell’intelligenza artificiale (Laterza), il nuovo libro di Andrea Daniele Signorelli giornalista che dal 2014 si occupa del rapporto tra tecnologie, politica e società e autore, tra gli altri, di Simulacri digitali. Un saggio dichiaratamente diverso dai precedenti: non un pamphlet critico, ma un racconto storico dagli anni Quaranta a oggi dei personaggi, degli scontri filosofici e dei cicli di euforia e disillusione che hanno attraversato l’intelligenza artificiale.

Lo abbiamo intervistato a partire dai temi che gli sono più cari.

Ti occupi del rapporto tra nuove tecnologie, politica e società. È una domanda quasi banale, ma perché hai scelto questo ambito in un momento in cui di tecnologia non si parlava come se ne parla oggi?

Ho iniziato a occuparmene attorno al 2014, e la ragione è abbastanza semplice. Da ragazzo facevo la gavetta in una redazione di giornalismo prettamente online: si ragionava moltissimo sul posizionamento SEO, su come sfruttare al meglio i social. Erano discorsi che mi appassionavano e che hanno cominciato a farmi riflettere su quanto le dinamiche algoritmiche stessero avendo un impatto sproporzionato sulla qualità e sulla distribuzione dell’informazione. Un tema che già allora si percepiva come importante e che era ancora tutto da studiare. Mi sono reso rapidamente conto che i social — ma anche l’intelligenza artificiale, che al tempo era emergente ma si intuiva già come qualcosa di grosso — sarebbero stati centrali, e mi ci sono fiondato. Ho avuto la fortuna di avvicinarmi a questo ambito quando era una marea montante: ho avuto il tempo di studiarlo, di rifletterci e poi di scrivere. All’epoca ne scrivevano ancora in pochi — quasi tutti quelli che si occupavano di tecnologia si occupavano di prodotti, mentre da un punto di vista più teorico, giornalistico, eravamo pochissimi. È andata bene, e siccome mi appassionava tantissimo ho deciso di dedicarmi solo a quello.

Hai spesso ribadito l’idea che la realtà rischi di essere sostituita da un suo simulacro. È una minaccia diventata potente soprattutto negli ultimi anni: dipende dall’intelligenza artificiale o anche da come rispondono gli utenti, che a volte si affidano in modo quasi totale?

È un concetto che ho ripreso e adattato al mondo digitale da un filosofo, Jean Baudrillard. Ho preso come calco la sua teoria dei simulacri: nel mondo postmoderno la simulazione sta sostituendo la realtà, la mappa sta sostituendo il territorio. Vale anche nel senso più banale della società dei consumi. Baudrillard, per esempio, dice che compriamo attrezzature tecniche per fare jogging al mattino, creando così una simulazione di qualcosa che prima facevamo realmente: spostarci di corsa, che era il nostro mezzo di locomozione più veloce. Un altro esempio che mi aveva colpito è l’alimentazione a chilometro zero: fondamentalmente un simulacro, un’etichetta appiccicata su quello che fino a pochissimo tempo fa era il nostro modo del tutto naturale di nutrirci.

Questi stessi discorsi si ritrovano nel modo in cui un simulacro di realtà sta diventando sempre più pervasivo, fino quasi a fagocitare la nostra vera esperienza di vita. E attenzione: non perché il mondo online sia falso e quello offline vero — è una dicotomia sbagliata e ormai anacronistica — ma per il tentativo delle big tech di intrufolarsi nelle nostre esistenze in modo violento, pervasivo, distraente: non per arricchire le nostre esperienze, ma per modificarle in una direzione che vada incontro ai loro interessi. C’entra l’intelligenza artificiale, c’entra il concetto di smart city, c’entrano le criptovalute. Ma il simbolo più evidente — e fallimentare — di questo tentativo di appropriazione è il metaverso: il grande progetto, ormai già dimenticato, di Meta e di Mark Zuckerberg. L’idea era farci immergere in un mondo completamente digitale, tridimensionale, in realtà virtuale. E non per fare esperienze straordinarie, come il gaming o l’addestramento in situazioni particolari, cosa che avrebbe avuto senso, ma per vivere una socialità normale: socializzare, frequentare locali, fare sport, cose che possiamo benissimo fare nel mondo fisico. È stato il tentativo più esplicito, così esplicito da essere poi, per fortuna, rifiutato socialmente di costruire un simulacro di realtà con l’obiettivo di fagocitare la realtà stessa.

Eravamo noi a sentire questo bisogno?

In verità non eravamo noi a sentirne il bisogno: il bisogno lo sentiva Mark Zuckerberg. Voleva costruire una grande infrastruttura, un ecosistema digitale che andasse oltre i social — più immersivo, più ricco dal punto di vista sensoriale — dal quale ricavare una quantità infinita di dati economicamente utilizzabili, e con cui ottenere ciò che gli è sempre mancato: essere proprietario anche dell’ecosistema hardware, cioè dei visori e del sistema operativo, che finora non è mai riuscito a conquistare. Secondo me qui ha tirato troppo la corda, ha sbagliato completamente visione di futuro, e ha scoperto che noi non solo non ne sentivamo il bisogno, ma rifiutavamo proprio la sua idea di futuro.

Perché? Perché fino a oggi, al netto di tantissime criticità, siamo andati sempre nella direzione di una maggiore integrazione tra corpo umano e tecnologia e di una maggiore fusione tra mondo digitale e mondo fisico. Viviamo con lo smartphone in tasca e tra poco, probabilmente, con gli smart glass davanti agli occhi: online e offline diventano sempre più intrecciati. Al momento sono ancora un po’ separati — devo almeno tirare fuori lo smartphone per un’esperienza online — ma di fatto collegati: guardo le recensioni su Google Maps in metropolitana mentre sto andando al negozio. Il metaverso, invece, era un deragliamento rispetto a questa traiettoria ormai decennale: diceva «smettiamola di fondere digitale e fisico, trasferite tutta la vostra esperienza in un mondo digitale immersivo». È fallito per questo: da una parte era una traiettoria opposta a quella che finora ha funzionato, dall’altra era quasi una violenza sul nostro desiderio.

Un altro concetto che usi spesso è quello di «millenarismo digitale». A cosa ti riferisci esattamente?

Riprende il concetto di millenarismo: quelle visioni del mondo di matrice religiosa, con un’escatologia da fine dei tempi, da apocalisse. Sono esattamente le stesse lenti interpretative che vediamo all’opera oggi quando si parla di intelligenza artificiale. L’IA è una tecnologia, uno strumento che come società abbiamo iniziato a costruire negli anni Quaranta e che, decennio dopo decennio, laboratorio dopo laboratorio, scienziato dopo scienziato, siamo riusciti gradualmente a mettere insieme — o quantomeno a far sì che simuli quella che valutiamo essere intelligenza, perché simulare l’intelligenza e possederla sono due cose diverse, e peraltro funziona in modo completamente diverso dalla nostra.

Eppure questo strumento, costruito nel corso dei decenni dal lavoro di tantissimi scienziati, oggi viene trattato come una sorta di entità sovrannaturale che potrebbe materializzarsi da un momento all’altro sotto forma di superintelligenza: o per portarci alla salvezza e a un mondo utopico, o per rivelarsi un rischio esistenziale e causare l’estinzione dell’essere umano. Questo è linguaggio religioso al cento per cento: non è linguaggio scientifico, non è linguaggio tecnologico, e non è nemmeno ancorato a ciò che avviene davvero nei laboratori — dove non stanno cercando di tenere il genio chiuso nella lampada, ma sviluppano ogni giorno, coscientemente anche se magari non coscienziosamente, una tecnologia che diventa via via più potente. Questo racconto apocalittico, secondo me, prende la forma di un millenarismo digitale ma ha come obiettivo una grande, controversa e sfaccettata operazione di marketing. Il che non significa che l’IA non sia una tecnologia potenzialmente pericolosa: significa che dobbiamo trattarla come una tecnologia, non come un’entità sovrannaturale.

In questi anni di lavoro e di ricerca hai mai cambiato idea su qualcosa che consideravi un punto fermo?

Sì, fortunatamente ho cambiato idea su tantissime cose. Ma, a dirla tutta, più che aver cambiato idea faccio sempre più fatica ad avere le idee chiare su certe questioni: quando approfondisci un tema ne scopri tutti i pro e i contro, i pregi e i difetti, e diventa difficile distaccarsi.

Ti faccio un esempio. Sono rimasto a lungo convinto che i social fossero uno dei grandi mali della nostra società. In verità le cose non sono così semplici: non solo perché gli studi scientifici non hanno mai trovato la «pistola fumante» che leghi strettamente ai social la polarizzazione estrema in cui viviamo e una politica sempre più populista e minacciosa — molto probabilmente i social sono semmai stati un acceleratore di dinamiche che hanno cause ben più profonde — ma anche perché quell’interpretazione lascia da parte tutti gli aspetti positivi che i social hanno reso possibili. La diffusione di idee prima di nicchia o underground, che in alcuni casi hanno conquistato maggiore visibilità; e la possibilità, per comunità marginalizzate — l’esempio classico è la comunità LGBTQ+ — di conoscersi, di fare esperienza, di sentirsi parte di un movimento invece che singoli esclusi, anche vivendo lontano dalle grandi città. Ecco, i social sono uno di quei temi che più spesso mi lasciano con le idee confuse: ci sono così tanti pro e così tanti contro che decidere in via definitiva da che parte penda la bilancia è praticamente impossibile.

Sul fronte delle libertà digitali, c’è una minaccia che secondo te l’opinione pubblica italiana sottovaluta?

Penso che si tendano a sottovalutare le ripercussioni dell’uso politico delle tecnologie. Nelle ultime settimane si è parlato molto del fatto che il governo italiano sta regolamentando il riconoscimento facciale, e come sempre queste tecnologie vengono presentate come la panacea di tutti i mali: ora c’è il riconoscimento facciale e le persone non potranno più commettere crimini. Sappiamo per esperienza che non funziona così. Magari la criminalità scenderà di uno zero virgola, ma di certo non sarà la panacea. Al contrario, sappiamo che i potenziali effetti collaterali sociali sono fortissimi.

Primo: viviamo in una società libera e democratica, e l’idea che tutti noi cittadini possiamo essere sorvegliati mentre ci facciamo i fatti nostri in giro per la città è, sul piano teorico, un’aberrazione. È come se fossimo tutti considerati presunti colpevoli da controllare in ogni momento, che dimostrano la propria innocenza solo quando vengono osservati mentre non fanno nulla. Secondo: sappiamo da esperimenti condotti negli Stati Uniti, dove queste tecnologie sono già molto diffuse, che quando le persone si sanno osservate da una telecamera intelligente dotata di riconoscimento facciale si comportano in modo diverso. Un gruppo di ragazzini che fa baccano, che fa finta di picchiarsi come fanno spesso i ragazzini, potrebbe trattenersi per evitare che quello scherzo venga scambiato dall’occhio elettronico per una rissa, facendo intervenire le forze dell’ordine. Ma l’energia di quei ragazzini, la loro voglia di sfogarsi, resta: tappare con la forza quelle valvole di sfogo significa solo spostare il problema altrove.

E poi c’è la questione fondamentale. Ci fidiamo che un governo utilizzi il riconoscimento facciale perché diamo per scontato che, in una democrazia pienamente compiuta, questi strumenti non vengano abusati per controllare dissidenti, attivisti, giornalisti scomodi o esponenti dell’opposizione. Ma stiamo vivendo una fase politica in cui non possiamo affatto darlo per scontato: l’estrema destra avanza, e le cose potrebbero cambiare. Se mettiamo in moto certi meccanismi di sorveglianza tecnologica a uso politico, non abbiamo alcuna garanzia che restino sempre sotto controllo democratico. E se la democrazia dovesse venire meno, avremmo consegnato a delle non-democrazie strumenti potentissimi.

Che consiglio daresti a chi legge a chi non è del settore di fronte all’annuncio della prossima rivoluzione tecnologica?

Estremo scetticismo. Di grandi rivoluzioni tecnologiche ne abbiamo sentite annunciare tantissime negli ultimi anni, e solo una piccola parte si è rivelata tale. Persino l’intelligenza artificiale deve ancora dimostrare davvero di concretizzare tutte le aspettative che le vengono attribuite — non perché non sia una tecnologia trasformativa e potente, ma perché quelle aspettative sono così esasperate che si rischia di restare delusi da qualcosa che invece rappresenta uno scarto radicale rispetto al passato.

Bisogna sempre tenere presente che il settore tecnologico è dominato da logiche finanziarie e speculative, legate ai mercati, agli investimenti, ai venture capital: la macchina funziona generando aspettativa, speranza, fiducia, e promettendo che verranno ripagate, in modo da ottenere nel frattempo i soldi necessari a provare a ripagare quelle promesse future. È ciò che Elon Musk fa con grande successo da moltissimo tempo. Ci hanno detto che la blockchain avrebbe cambiato il mondo, che i bitcoin l’avrebbero cambiato, e poi gli NFT, il 5G, le smart city, le auto autonome: nessuna di queste ha spostato di una virgola il nostro mondo. I social e l’intelligenza artificiale, nel bene e nel male, sì. Adesso toccherà ai computer quantistici, immagino. L’unica cosa che dico è: don’t believe the hype, come diceva la canzone. Non bisogna mai credere all’hype, ma esercitare uno sguardo critico. E qui, più ancora dei cittadini comuni, è il mondo del giornalismo e dell’informazione a dover fare uno sforzo enorme, smettendo di amplificare in modo acritico le narrazioni delle Big Tech.

Ed è proprio questo lo spirito del tuo nuovo libro. Cosa puoi anticiparci?

Posso anticiparlo, visto che l’ho annunciato due giorni fa sui social: tra un mese esce il mio nuovo libro, molto diverso dai precedenti. Lo pubblica Laterza e si intitola Storia umana dell’intelligenza artificiale. Non è un saggio critico, ma un saggio storico, di taglio narrativo, divulgativo, giornalistico — e, secondo me, anche appassionante. Ripercorro, dagli anni Quaranta a oggi, la storia dell’intelligenza artificiale: i personaggi che l’hanno costruita, gli scontri filosofici e politici, i vari cicli di grande euforia in cui si pensava di aver scoperto qualcosa di essenziale, salvo poi scontrarsi con la dura realtà e dover ricominciare da capo.