“Gli archivi parlano, a volte suonano”: Marco Testa e la storia che diventa reel

Archivista all’Archivio di Stato di Torino e musicista, da qualche mese Marco Testa porta pergamene, documenti e vicende del passato su Instagram. Nel suo ultimo libro, «Apologia degli studi classici», sostiene una tesi che a molti suona controintuitiva: nell’era dell’intelligenza artificiale, la cultura umanistica non è un lusso, è un’infrastruttura.
Racconti storia e archivi su Instagram, due mondi che il pubblico associa alla polvere e al silenzio più che a un reel. Come ti è venuto in mente di portarli sui social, e cosa ti ha convinto che potessero funzionare lì?
Ho iniziato a realizzare contenuti di divulgazione storica e archivistica in sede di lavoro, segnatamente all’Archivio di Stato di Torino, istituto per il quale lavoro da tanti anni. Da anni, insieme a colleghe e colleghi, cerchiamo di raccontare, si spera in modo chiaro e in un clima accogliente, il mondo degli archivi, della conservazione documentaria, le varie tipologie di documenti e soprattutto cosa questi raccontano. E poiché la risposta dei follower è stata tutt’altro che fredda, non è stato difficile pensare di potermi “mettere in proprio”, se così vogliamo dire, e cominciare a realizzare contenuti fuori dal contesto prettamente lavorativo. Ho iniziato da poco tempo, appena qualche mese, e per ora posso dire che mi diverto moltissimo. Non potevo essere sicuro che la cosa funzionasse davvero — del resto è ancora presto per dirlo! — ma alle persone, e spessissimo a persone che normalmente si occupano di tutt’altro, questi mondi tra carte, pergamene e vicende della nostra storia interessano moltissimo.
Cosa cerchi quando entri in un archivio? C’è un documento, una foto o una fonte che hai trovato e che ti ha fatto pensare “questo devo raccontarlo per forza”?
È capitato tantissime volte. Anzi, la scelta dei documenti da mostrare e di cui parlare – qui mi riferisco in particolare all’attività di divulgazione in Archivio di Stato – può partire proprio dalla natura e dalle forme esteriori del documento stesso: magari allo stesso tempo bello da vedere e interessante per il contenuto che esprime.
Qual è l’errore o il luogo comune sulla storia che ti capita più spesso di dover smontare tra i commenti?
Insisto spesso sul fatto che non bisogna giudicare il passato, e dunque la storia, con i valori e le categorie morali e intellettuali del nostro tempo. Faccio un esempio: trovo l’abbattimento (o lo spostamento) delle statue comprensibile in questo momento storico, ma a mio avviso è anche qualcosa di profondamente ingenuo. Comprendere la storia è difficile anche per questa ragione: significa sforzarsi di comprendere valori diversi dai nostri, che però non possiamo semplicemente limitarci a condannare. Dobbiamo cercare di comprenderli, in modo da riuscire a entrare il più possibile nella mentalità di una persona del XIV, del XVIII o persino della prima metà del XX secolo.
Nei tuoi contenuti c’è anche la musica. Che rapporto ha con la storia che racconti: è una chiave d’accesso, un linguaggio parallelo, o qualcosa di ancora diverso?
Sin da molto giovane ho portato avanti studi storici parallelamente a quelli musicali, pertanto il desiderio di raccontare anche la storia della musica, magari attraverso gli archivi, è stato automatico, in un certo senso persino ovvio. Ci sono archivi che sono delle vere e proprie miniere, per quanto riguarda la documentazione d’interesse musicale: non mi riferisco necessariamente agli archivi che riflettono l’attività di enti specificamente musicali, come l’archivio di un ente lirico, ma ad esempio agli archivi privati di famiglie importanti. Lo scorso anno ho avuto la fortuna di trovare della musica inedita tra le carte dell’archivio della famiglia Roberti di Castelvero e, grazie a una collaborazione tra l’Archivio di Stato di Torino e il Festival di musica da camera “Colline in Musica”, siamo riusciti a far eseguire quegli spartiti. Gli archivi ci parlano, addirittura suonano talvolta… La valorizzazione è e dev’essere tra gli aspetti preminenti.
Il tuo ultimo libro si intitola «Apologia degli studi classici». Perché hai sentito il bisogno di scrivere una “apologia” proprio ora?
Tornando indietro non scriverei “apologia”, proprio perché rischia di sembrare l’ennesimo, inutile scritto tout court laudativo degli studi classico-umanistici. Io sono evidentemente d’accordissimo sul dare impulso a questi studi, ma le criticità nel presentarli a pubblico e studenti ci sono, eccome. Una svecchiata va data, secondo me esattamente nei programmi, ma prima di tutto nella comunicazione. Detto questo, sono assolutamente convinto che nell’era digitale e dell’AI una formazione classica e umanistica sia fondamentale. Riassumerei così almeno uno dei tanti concetti che ho espresso in quel libro, che peraltro inizia a essere relativamente datato: le discipline STEM costruiscono, cioè rendono possibile, l’intelligenza artificiale, ma le discipline classico-umanistiche ci aiutano meglio a gestirla e a difenderci da essa quando occorre, ad esempio davanti al complesso quanto vetusto problema del filtraggio delle informazioni.
Nel libro prendi le distanze sia da chi vorrebbe abolire il liceo classico sia da certe sue difese nostalgiche e moraleggianti. Perché quelle difese, secondo te, finiscono per fare più danni che altro?
Gli argomenti di chi vorrebbe abolire il liceo classico, o comunque di chi è fortemente critico, non mi convincono per vari ordini di ragioni, che ora non è possibile riassumere qui ma di cui mi sono occupato nel libro. Mi pare chiaro, però, che sovente si dipinga il liceo classico come una sorta di scuola settoriale per umanisti: ma le cose non stanno così. Il punto centrale è la capacità di collegare aspetti della cultura, e della vita, attraverso l’abbattimento di una percezione a compartimenti stagni: è meraviglioso passare dalla lingua greca alla geografia astronomica, e dalla storia dell’arte alla chimica. A questa mentalità prepara, ritengo, il liceo classico — anzi, non solo il liceo classico nello specifico, ma una formazione umanistica nel senso più profondo (in tale ottica mi pare ideale anche un liceo scientifico, ad esempio). Per quanto riguarda il resto, trovo che le modalità di presentare il liceo classico, soprattutto forse da parte di una vecchia generazione di persone, siano talvolta controproducenti: oggi non è proponibile una scuola presentata con l’idea che sia la “migliore”, “la più prestigiosa” eccetera. Non solo è antipatico, ma non coglie nemmeno il vero punto della questione.
Uno dei punti centrali è l’equivoco della contrapposizione tra sapere umanistico e sapere scientifico. Da dove nasce questo falso conflitto e perché è così difficile da superare?
Anche questo è un tema molto complesso. Questo dualismo manicheo, cioè questa contrapposizione, lo si supera con lo studio e con la pratica. Queste separazioni nette non hanno alcuna ragion d’essere, sebbene chiaramente le cosiddette scienze “dure” abbiano caratteri diversi, ad esempio, rispetto a una disciplina come la storia: e tuttavia l’approccio deve essere ugualmente scientifico. È un tema complesso e molto affascinante. Per quanto mi riguarda, non ho mai vissuto realmente questa dicotomia: come tanti altri studenti ho scelto una strada umanistica per varie ragioni e convintamente, ma non ho mai percepito, nemmeno da liceale, una qualche contrapposizione. Non c’entra proprio nulla.
Sostieni che gli studi classici siano cruciali proprio nell’era digitale e globalizzata. È un’affermazione controintuitiva per molti: come la spieghi a un diciottenne che si chiede a cosa gli serva il greco?
È controintuitiva, forse, soltanto a un primo sguardo. Studiare le lingue classiche è oggettivamente utile per lo sviluppo di una certa capacità critica testuale — e questo vale sia che leggiamo un documento di un notaio del XIII secolo, sia un articolo di giornale di calda attualità — e ha un ruolo importantissimo nello sviluppare la capacità di esprimersi. E non parlo di grammatica: parlo della capacità di rendere vivi i concetti. Non sto dicendo che sappiano parlare un buon italiano soltanto gli studenti che hanno fatto latino a scuola, è evidente; ma a me pare altrettanto evidente che quel tipo di studio, in tal senso, faciliti moltissimo le cose. Anche qui il discorso potrebbe protrarsi a lungo!
Nel testo arrivi a legare la cultura umanistica addirittura alla qualità della democrazia. Qual è, in concreto, il filo che unisce le due cose?
La cultura umanistica — cioè la cultura storica, e anche filologica — è deputata a smascherare il falso, a riconoscere il vero, a distinguere il vero dal verosimile. In ultima analisi, aiuta a filtrare le informazioni al meglio delle nostre possibilità, e questo è utile in tanti momenti della vita, dal voto alla scelta scolastica. A me ovviamente non importa che tutti si iscrivano al liceo classico, o a qualsiasi altro liceo: sono sostenitore anche di alcuni istituti tecnici, ci mancherebbe. La scelta scolastica dipende evidentemente da tante cose, ma la questione è che spesso risente di scarsa informazione, pregiudizio, accentuata emotività e conformismo. Troppo spesso la scelta scolastica non è una scelta attiva e consapevole.
Il dibattito sulla scuola, sulle materie “utili” e su cosa vada tagliato torna ciclicamente. Come vedi lo stato di salute della cultura umanistica in Italia oggi?
Dipende. Talvolta si potrebbe a buon diritto essere catastrofisti; a me interessa però capire cosa si potrebbe fare per migliorare alcune cose. Vorrei dire almeno questo: la scuola — ma in una certa misura anche l’università — a mio avviso non deve essere scelta soltanto in base al (presunto, peraltro) facile reperimento di un posto di lavoro. Così facendo ci si appiattisce alla pura e sola logica del mercato; inoltre non si può pensare che la ricerca di un impiego, per quanto importante, sia l’unico parametro possibile. Viviamo in una società sempre più interrelata, sempre più collegata tra nazioni, istituzioni e popoli. Ciò significa che occorrono cultura, profondità storica, conoscenza delle lingue, capacità di filtraggio delle informazioni in un mondo dell’informazione sempre più complesso. Tutto ciò genera anche nuove occasioni di creatività, conoscenza e, in ultima analisi, nuove intuizioni e opportunità lavorative.
Qual è la soddisfazione più grande che ti ha dato questo percorso: un messaggio, un incontro, un risultato che all’inizio non avresti immaginato?
Come dicevo, è davvero da poco tempo che mi sono, per così dire, lanciato in quest’avventura; però ho già avuto occasione, per diverse ragioni, di confrontarmi con persone che hanno guardato i miei video. Questa è già una grandissima soddisfazione.
Dove vuoi portare tutto questo? C’è un progetto, un formato o un altro libro che hai già in mente?
Vedremo… Per il momento mi concentro sui contenuti. Posso però dire che sono già arrivate le prime proposte di collaborazione.
Un consiglio non da studioso ma da appassionato: da dove dovrebbe partire chi, leggendo o guardando i tuoi contenuti, decidesse oggi di riavvicinarsi alla cultura classica?
Dalla lettura di un bel romanzo, da un film come Quo Vadis o Ben-Hur, da una passeggiata in un borgo medievale incastonato sulla collina… Insomma, ciò che guida non è la volontà di erudizione, ma il desiderio di bellezza, quella gioia che invoglia a immergersi in questi mondi. Mi vengono in mente tante cose: magari ne parleremo una prossima volta.