“Il mito della neutralità è una grande bugia”: Daniele Coluzzi e la sfida di portare i classici dove stanno i ragazzi

Federica Basili 14 Set 2026
article-post
Aggiungi Giornalettismo tra le tue fonti preferite su Google

 

Professore di Lettere in un liceo di Roma, classe 1989, scrittore per Rizzoli e divulgatore culturale seguito da oltre 200mila persone: Daniele Coluzzi ha fatto del racconto della letteratura, della storia e della mitologia un mestiere che vive contemporaneamente in aula, sui social e in libreria. Dopo il romanzo Io sono Persefone e Odio e amo. La storia di Catullo, con Così si arriva alle stelle ha usato le parole del mondo antico per interrogare il presente; con Francesco Gnerre ha firmato il saggio In disgrazia del cielo e della terra*, sull’amore omosessuale nella letteratura italiana.

Ti presenti come professore, scrittore e divulgatore. Se dovessi metterli in ordine di importanza, qual è il mestiere principale e quali sono al servizio degli altri?

Sono declinazioni diverse della stessa passione: diffondere, divulgare, raccontare la bellezza della letteratura. Sicuramente ho scelto con grande entusiasmo tutti e tre.

Come è cominciata la divulgazione? È stata una scelta pianificata o è nata dall’insegnamento e poi è tracimata sui social?

È nata dall’insegnamento: sull’entusiasmo dei corsi di formazione che facevo in quel periodo, relativi soprattutto alla Flipped Classroom, mi sono lanciato anch’io. Mi sembrava utile avere del materiale tutto mio, audiovisivo, da proporre per ripassi o come supporto aggiuntivo allo studio. L’entusiasmo è proseguito poi, quando mi sono preparato per il concorso pubblico: anche lì si parlava molto di metodologie nuove e digitali e se ne sottolineava l’utilità. Ho capito che ero sulla strada giusta e che finalmente nel mondo dell’istruzione si poteva osare un po’.

Sei partito da YouTube con contenuti lunghi, in un’epoca di formati sempre più brevi. È una scelta di controtendenza consapevole o semplicemente il taglio che ti riesce meglio?

Non è facile riassumere la complessità in un contenuto social, e in questi anni l’ho vissuta come una vera e propria sfida; dopotutto noi di Lettere ci occupiamo di comunicazione, e le modalità di trasmissione dei contenuti fanno parte delle riflessioni del nostro mestiere. Certo è che il video YouTube, rispetto al reel di Instagram, riesce ad avere tutt’altro spazio e valore.

Insegnare a una classe e “insegnare” a 200mila follower sono due mestieri diversi. Cosa hai dovuto disimparare passando dall’aula alla telecamera?

In realtà, passando dall’aula alla telecamera, ho avuto una grande conferma: bisogna saper comunicare in modo efficace, saper “agganciare” l’attenzione sempre più evanescente di chi hai davanti. Vale in classe come nella vita. Interfacciarmi con le regole degli algoritmi social è stata una delle cose più formative che io abbia mai fatto: ho scoperto i meccanismi profondi della comunicazione e capito davvero come funziona l’ascolto, come funziona l’attenzione, come funziona il dialogo con l’altro.

Chi ti segue apprezza un approccio “neutro”, da cronista culturale che non vuole orientare chi guarda. In un ecosistema social che premia le opinioni nette, la neutralità è un vantaggio o un handicap?

Il mito della neutralità è una grande bugia. Si deve essere seri, onesti e professionali, ma mai neutrali. Non siamo macchine, per fortuna, e a differenza di ChatGPT, quando parliamo di qualcosa proviamo delle emozioni, soprattutto se ce ne sentiamo coinvolti. Non ho molta paura di dire la mia, ormai, anche se arrivano i fischi. Preferisco essere onesto: ci pensa già l’intelligenza artificiale a essere compiacente.

Storia, letteratura e mitologia sui social convivono con una marea di contenuti pseudo-storici e semplificazioni. Come tieni insieme rigore e accessibilità senza scivolare nella banalizzazione?

Con la mia laurea. Mi dispiace dirlo, ma oggi vedo molte persone improvvisate che si lanciano in discorsi che non sanno maneggiare. Non va bene. Bisogna parlare di quello che si sa. Studiare ogni volta da capo un argomento e poi studiare il modo giusto per proporlo. Non ci si improvvisa su alcune cose!

Dopo Persefone e Odio e amo con Così si arriva alle stelle usi le parole del mondo antico per capire il presente. Qual è la parola antica che oggi ci manca di più?

In quel libro ci sono tante parole e frasi antiche commentate, eppure a me rimane in testa sempre la stessa citazione di Cicerone: «Si hortum in bibliotheca habes, deerit nihil», e cioè «Se hai un orto accanto alla biblioteca, non ti mancherà nulla». Credo sia diventato il mio ideale di vita ormai, e credo coincida con una felicità fatta di cose semplici che oggi non conosciamo proprio più.

Con Francesco Gnerre hai firmato un saggio sull’amore omosessuale nella letteratura italiana: un lavoro molto diverso dai tuoi titoli per ragazzi. Cosa ti ha spinto a quel progetto?

In realtà l’omosessualità nella letteratura italiana del Novecento è stato l’argomento della mia tesi magistrale in Lettere. Ho studiato sui testi di Francesco Gnerre, pioniere in questo campo, e ho avuto la fortuna di conoscerlo e instaurare con lui una bellissima amicizia letteraria, come quelle di cui avevo sempre letto nei libri. Da lì è nato il nostro lavoro in comune: un libro che rintracciasse e raccontasse tutti gli omosessuali di cui la letteratura italiana ha parlato dal Medioevo a oggi. Ne è venuto fuori un volumone: evidentemente i gay sono sempre esistiti!

Il pubblico dei libri e quello dei social si sovrappongono o sono due mondi separati? I tuoi follower ti leggono davvero, o il libro parla a un’altra platea?

So di avere molti follower che leggono i miei libri, perché ricevo continuamente messaggi su questo, ed è la cosa più bella che mi sia mai successa a livello lavorativo. Sapere di avere un pubblico che legge o attende il tuo prossimo libro è la soddisfazione più grande che io abbia mai sperimentato. Certo, non tutti i miei follower leggono i miei libri! Molti mi seguono distrattamente, molti lo fanno solo perché interessati ai miei contenuti social, ed è giusto così. Ciò che mi fa piacere è che i miei libri entrino spesso a scuola: i docenti li assegnano alle classi, creano veri e propri progetti di lettura e incontro con l’autore, che spesso terminano con un confronto e un dialogo direttamente con me. È un progetto molto bello, e sono sempre molto grato quando visito le scuole che lo organizzano.

Hai detto che il liceo classico è diventato una “roccaforte” di metodi tradizionali, e che la colpa non è del greco o del latino ma di chi non si aggiorna. È una posizione che ti è costata critiche dai colleghi?

Certo! Sui social si ricevono sempre critiche! Ma non è un problema, mi piace in realtà contribuire, nel mio piccolo, a un dibattito che può far bene alla scuola.

La scuola viene percepita come vecchia. Cosa cambieresti domani mattina, se dipendesse solo da te?

È una domanda davvero difficile. Qualche anno fa ti avrei risposto che avremmo dovuto inserire più digitale, oggi sono convinto che dovremmo utilizzarlo sempre meno. Insomma, non è facile trovare una direzione, ci sono persone ben più formate e ispirate di me per questo!

Tu porti la cultura classica dove stanno i ragazzi. Ma c’è un limite oltre il quale “rendere accessibile” diventa “impoverire”? Dove lo tracci?

È come camminare su un filo. Se cadi da un lato, perdi l’attenzione; se cadi dall’altro, banalizzi e rendi scadente la materia. Insomma, non è facile, ma come dicevo prima è una sfida stimolante per chi ama la comunicazione.

Il tuo lavoro è fatto di parole e di verità dei testi. Con l’intelligenza artificiale che produce contenuti culturali plausibili ma non sempre veri, cosa preoccupa il professore Coluzzi e cosa invece lo incuriosisce?

Mi prendi in un momento di forte preoccupazione: in questo momento non riesco a vedere altro che elementi negativi nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale nel mio settore.

Sei stato al Festival della Comunicazione, al Salone del Libro di Torino, in Rai. Verso dove stai portando il tuo lavoro: più libri, più televisione, o resta il canale il cuore di tutto?

Il cuore di tutto resta la passione per la cultura, e la grande volontà che ho di parlarne ogni volta che posso. Partecipare a festival o a programmi televisivi e radiofonici è molto appagante, sarei un ipocrita a nasconderlo. Ma devo anche ammettere che, per come sono fatto io, sono spesso fonte di grande angoscia. Non sembra, ma sono molto riservato e ho sempre paura di dire qualcosa di sbagliato. A volte le persone credono che avere un palco importante da cui parlare ti faccia sentire potente, ma non è così. Ti fa sentire fragile, esposto, perché se sei su quel palco hai delle grandi responsabilità.

C’è un progetto, un formato o un tema che non hai ancora affrontato e che ti piacerebbe far uscire dalla nicchia degli appassionati per portarlo al grande pubblico?

Mi piacerebbe tantissimo lavorare a qualche documentario di taglio letterario, prima o poi. Spero di riuscire a realizzare qualcosa in merito!