Alessandro Sahebi: “La mia paura più grande? Che l’ideologia diventi invisibile”

Federica Basili 11 Set 2026
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Precariato, meritocrazia e narcisismo digitale

Ha iniziato scrivendo su un blog mentre lavorava come bibliotecario, dopo turni da McDonald’s per potersi mantenere. Oggi Alessandro Sahebi racconta le disuguaglianze del mondo del lavoro partendo da un punto di osservazione scomodo e onesto: il proprio.

Nella sua lettura, il giornalismo non è quasi mai un mestiere accessibile, la meritocrazia è un racconto che serve a nascondere le partenze diseguali, e la “community” ha preso il posto della classe svuotandola di ogni ambizione trasformativa.

Lo abbiamo intervistato su precariato, tecnologia e su come, secondo lui, perfino le nostre opinioni siano diventate merce.

Hai iniziato scrivendo su un blog mentre lavoravi come bibliotecario. Qual è stato il momento in cui hai capito che questa poteva essere una professione vera e non solo una passione?

In realtà non l’ho capito, nel senso che per me lo è diventato, ma per moltissimi giornalisti e giornaliste non lo è. Se devo essere pienamente onesto, non penso che oggi il giornalismo possa essere una professione: tendenzialmente non lo è. Lo è per chi ha alle spalle una rete familiare capace di iscriverti a scuole e master di giornalismo costosissimi, di sostenerti durante mesi di precarietà, tirocini non pagati, stage. Se hai una famiglia che può reggere tutto questo, allora dopo diventa un mestiere — e spesso ci arrivi a 30, 35 anni, perché c’è un tasso di autonomia demografica molto alto, come in tutti i mestieri d’élite. Oppure c’è la seconda strada: la fortuna. Per me è stata quella, perché una rete familiare non ce l’avevo proprio. Parte talento, parte passione, tutto quello che vuoi, ma anche un po’ di fortuna. Insomma, mi considero un graziato dalla statistica.

Quando ti definisci “giornalista precario”, ti riferisci esattamente a questo?

Esatto, ed è così per tutti i giornalisti che partono da un cluster di classe basso. La precarietà è discontinuità: non solo economica, quella è la colonna portante, ma anche psicologica. Non sapere se tra due anni avrai un lavoro pagato bene significa non poter fare progetti a lungo termine, doverli sospendere o rimandare a data da destinarsi. Così la precarietà diventa esistenziale.

Il filo rosso del tuo lavoro sono le disuguaglianze e il mondo del lavoro. Come sei arrivato a farne il centro della tua ricerca?

Probabilmente perché ci sono passato in mezzo. Vengo da un’epoca anche se non sono così vecchio, i tempi cambiano in fretta, in cui il culto della meritocrazia era al massimo. In quel contesto, trovarsi in una situazione di svantaggio era difficilissimo da decifrare. Quando lavoravo da McDonald’s, per esempio, mi facevano pesare come una colpa il fatto di non poter frequentare l’università, di dover fare un secondo lavoretto per mantenermi. È partendo da quel senso di vergogna che ho ricodificato prima la mia esistenza e poi l’intera società, e ho capito che non avevo nessuna colpa né responsabilità per la mia condizione di classe. È stata una forma di autocoscienza che poi si è allargata a una dimensione politica.

Oggi usiamo tantissimo la parola “community” e molto meno parole come classe o comunismo, che richiedono quasi una spiegazione. La community è una versione depoliticizzata di quella che un tempo chiamavamo solidarietà di classe?

Intanto non demonizzerei le nicchie e le bolle, perché sono sempre esistite. Non è vero che un tempo incontravi tutti: il contadino o l’operaio non frequentavano i caffè e i ristoranti della borghesia. È normale che nella società si creino sottoculture, con i loro codici linguistici e di comportamento. La differenza vera rispetto a un tempo è un’altra: allora c’era la volontà di fare della propria nicchia un’avanguardia, una postura rivoluzionaria che puntava ad allargare i diritti civili e sociali. La nicchia aveva un fine ultimo collettivo: ridurre le disuguaglianze, fare quella che si chiamava lotta di classe. I bolscevichi erano un gruppo piccolo, chiuso, quasi settario, ma avevano un obiettivo comune. Oggi invece le nicchie sono spesso fini a se stesse: servono a confermare la nostra visione del mondo, non hanno nessuna velleità trasformativa, nessuna capacità di organizzazione, nessuna reale volontà politica. E l’autodichiarazione non basta.

Quindi dalla lotta di classe siamo passati alla community, il cui fine è elevare l’estetica narcisista del creator o del leader di turno. Quanto pesa la tecnologia, che ha dato voce a tutti creando un’illusione di emancipazione? E quanto le classi subalterne risentono di questi mezzi?

Formalmente hanno sempre potuto parlare tutti, ma è sempre stato vero che chi ha più potere ha più voce. Anche un tempo chi aveva una condizione di classe migliore parlava a un volume più alto: possedere giornali, potersi mantenere in certi ambienti sociali, rendeva la tua voce predominante rispetto all’ultimo degli ultimi. Oggi, formalmente, su Instagram, Facebook o TikTok posso pubblicare quello che voglio, ma sappiamo che chi ha i soldi ha comunque più voce in capitolo. Da questo punto di vista le tecnologie non hanno cambiato radicalmente la dinamica.

Prima chi aveva meno voce aveva forse anche più umiltà e più consapevolezza. Oggi c’è la tendenza di tutti a dire la propria su tutto, anche senza la competenza o la formazione che servirebbero.

Tutti dovrebbero poter parlare di tutto, quando si tratta di discussione politica: è l’ABC della democrazia. Diverso è parlare di scienza esatta. Prendiamo il Covid: dire se il vaccino funziona non compete a me. Ma dire se le chiusure o i sostegni al reddito sono stati sufficienti o insufficienti, quello compete a me — e compete anche a chi non fa questo mestiere, perché la politica, come diceva il buon Lenin, deve permettere alla cuoca di diventare leader. Anche la logica della competenza è un bias di classe, perché chi è “competente”, chi ha studiato, appartiene quasi sempre alle classi più alte. La grande sconfitta è che ormai anche la tua opinione deve essere narcisizzata: non è più politica. Un tempo potevi avere un hobby, un’opinione, e lasciarla lì. Oggi se sai cucinare devi postarlo, se fai yoga devi postarlo, se hai un’opinione sul partito che ha vinto le elezioni in Sassonia devi dirla ai tuoi follower, devi costruirti un personaggio politico. Non c’è più niente di protetto dalla colonizzazione del mercato e dalla performatività. Ecco perché, dal mio punto di vista, dobbiamo tornare a parlare per fare politica, non per vendere qualcosa

Tra le tue inchieste, ce n’è una che ti ha davvero cambiato lo sguardo e il modo di approcciare questo lavoro?

La prima inchiesta che ho fatto per Le Iene. Ho passato diversi giorni sul lungomare di Riccione con una telecamera nascosta, fingendomi un ragazzo in cerca di un lavoro. Io vengo da quella classe sociale, ma una volta iniziato a fare il giornalista avevo cominciato ad assorbire altre dinamiche. Tornare lì mi è servito: non bisogna mai dimenticarsi delle dinamiche del lavoro, nemmeno quando in qualche modo riesci a evaderne. Mi è servito a rimettere i piedi per terra. Me lo ricordo ancora.

Hai detto che il lavoro non dovrebbe più essere l’asse portante dell’identità, quella cosa che ti incolla a una classe, a una cultura, a una fortuna economica. Portare tutti a un accesso al lavoro se non paritario almeno più equo: è qualcosa che nel nostro Paese può concretizzarsi davvero, o è ancora un’utopia?

Dipende di che parità parliamo. Dal punto di vista salariale, persino negli anni più duri dell’Unione Sovietica c’erano differenze tra chi faceva un mestiere e chi ne faceva un altro. Il problema nasce quando si dà un valore diverso alla dignità del lavoro: quando si pensa che esistano lavori di serie A e lavori di serie B, e a cascata si accetta che quelli di serie B, e poi di serie C, non meritino uno stipendio sufficiente per vivere. Non solo per mangiare e pagare le bollette, ma anche per potersi esprimere nel tempo libero. In buona sostanza, il problema della disuguaglianza, quando diventa insostenibile sul piano economico e sociale, è prima di tutto un problema morale.

Sul piano personale e professionale, cosa ti spaventa di più per i prossimi dieci anni?

Che ridurre la disuguaglianza si trasformi in un’utopia cosa che non è, visto che ci sono stati periodi, anche in Occidente, in cui la disuguaglianza era molto più bassa, e ci sono posti nel mondo dove si sta riducendo. Quindi si può fare. Ma la mia paura più grande è un’altra: che l’ideologia diventi invisibile. Lo scopo ultimo di un’ideologia è proprio scomparire. Finché vedi uno stato delle cose come ideologico, pensi di poterlo cambiare: se leggi il presente come prodotto del neoliberismo, allora dici “è il prodotto di un’ideologia, posso cambiarlo”. Ma quando l’ideologia diventa invisibile, quando non le dai più un nome e credi che sia lo stato naturale delle cose, allora non hai più alcuna spinta a cambiarla. Sarebbe come voler cambiare il colore del sole. Invece il capitalismo e il sistema neoliberista sono prodotti storici, frutto di un particolare modo di produrre e di un particolare periodo: come tutti i fenomeni umani, sono destinati a mutare. È più utopico pensare che il sistema attuale reggerà per sempre che pensare il contrario.

Cosa significa, per te, creare oggi qualcosa di valore nel tuo lavoro?

È indubbio che il sistema imponga di creare un “prodotto” giornaliero. Detto questo, cerco di fare servizio pubblico e di farlo secondo i miei valori. Con un asterisco che va ricordato: il giornalista fa un lavoro come gli altri. Tutte le forze che subiamo, lo sponsor del giornale, l’orientamento politico dell’editore, la visione del direttore, sono le stesse dinamiche che vive un magazziniere dell’Esselunga o un operaio della Fiat. Solo che a nessuno verrebbe in mente di dire all’operaio della Fiat che deve essere coerente con Agnelli. Al giornalista, invece, si chiede sempre una coerenza maggiore: che scriva le cose giuste, che non si pieghi, che non vada a lavorare in quel programma o per quel giornale. Nessuno però si sognerebbe mai di dire all’operaio “licenziati per non lavorare per Agnelli, un miliardario”. A noi lo si chiede. Per questo serve tatto: il nostro è un mestiere fatto in precarietà e, purtroppo, di compromessi. Si tratta di trovare un equilibrio, ricordandosi che esistono anche giornalisti discutibili.

Che consiglio daresti, di cuore, a chi inizia questa carriera oggi?

Di non ascoltare chi dice loro di smettere, che non ne vale la pena. Ne vale sempre la pena, se fai quello che ti piace e se hai la fortuna e la possibilità di farlo. Chi dice il contrario spesso lo fa perché sa benissimo che gli spazi nel giornalismo sono pochi e vuole scoraggiare qualche concorrente per averne di più. Non li ascoltassero: purtroppo funziona così.

Ultima domanda: hai un nuovo libro o una nuova inchiesta di cui puoi anticiparci qualcosa?

Sull’inchiesta non posso dire nulla. Sul libro sì: esce a ottobre. La mia divulgazione nasce come tentativo di rispettare le condizioni materiali; questo libro, invece, è un percorso filosofico nell’immateriale più totale. È una riflessione sull’esistenza di Dio.