Violenza e indifferenza: quanto pesa una parola di conforto?

Nel racconto dell’aggressione subita a Milano dalla showgirl Elena Morali c’è un dettaglio che, come spesso tristemente accade, sconvolge più del fatto in sè: intorno a lei c’erano persone, e nessuna si è mossa.
In ogni racconto di violenza arriva il momento in cui la paura scende insieme all’adrenalina che segue l’aggressione, tutto più o meno si placa e iniziano le riflessioni.
Elena Morali lo ha messo a fuoco subito quando qualche giorno fa è stata aggredita in pieno giorno mentre era nella sua macchina. Non è stato solo il gesto in sé, i calci, gli insulti, la portiera che qualcuno prova ad aprire dall’esterno a lasciare il segno più profondo.
È stato quello che è successo tutto intorno, cioè niente.
C’erano persone che passavano, guardavano, vedevano i pezzi a terra del suo specchietto scaraventato sull’asfalto da un uomo che senza alcuna ragione l’ha aggredita anche verbalmente.
Un signore ha assistito alla scena dall’inizio alla fine. Eppure, nei minuti in cui una donna in preda a un attacco di panico restava chiusa in macchina per paura che l’aggressore tornasse, nessuno si è avvicinato.
Non durante, quando (forse) intervenire fa paura.
Ma nemmeno dopo. Nessuno ha bussato al finestrino per chiedere la cosa più semplice del mondo: stai bene?
Questo meccanismo ha un nome ben preciso e gli psicologi sociali lo studiano da mezzo secolo: l’effetto spettatore. Più persone assistono a un fatto, meno ciascuna si sente responsabile di agire, perché la responsabilità si diluisce nella folla.
Ognuno pensa che toccherà a un altro e così non tocca a nessuno. È una dinamica antica, che però oggi si carica di un paradosso tutto nuovo.
L’aiuto, alla fine, è arrivato ad Elena non dal marciapiede, o dai negozi vicino, non dalle persone in carne e ossa a due metri di distanza. È arrivato dall’altra parte dello schermo: una follower ha riconosciuto la scena e ha fornito i dettagli che hanno permesso di dare un volto all’aggressore e di rafforzare la denuncia.
La comunità fisica si è dissolta nell’indifferenza; quella digitale, invisibile e teoricamente più distante, si è presentata.
È un ribaltamento che dice molto di come viviamo la presenza umana, oggi.
Un ribaltamento che può sembrare confortante, ma allo stesso tempo evoca molta tristezza: la solidarietà sembra essersi trasferita altrove, non più dove sei realmente, ma dove ti guardano.