Ruggero Rollini: «La scienza non è un oracolo che dispensa verità assolute»

Il chimico e divulgatore cresciuto alla scuola di Piero Angela sulla chemofobia, la plastica che «non è il nemico» e le bufale che toccano la salute. Perché la fiducia autentica nasce solo mostrando la scienza per quello che è: un processo umano, con i suoi difetti.
Ha imparato da Piero Angela «la cura e il rispetto nei confronti del pubblico», e quella lezione oggi la porta su YouTube, in televisione e nelle aule delle scuole. Ruggero Rollini piemontese, classe 1996, chimico di formazione e comunicatore della scienza studia la chemofobia, la paura irrazionale di tutto ciò che è percepito come «chimico», smonta le bufale che circolano su plastica, integratori e onde elettromagnetiche, e ha firmato libri come C’è chimica in casa (Mondadori, 2022) e Quello che sai sulla plastica è sbagliato (Gribaudo, 2023).
Dopo gli anni di Superquark+ con Piero Angela e l’approdo a Noos con Alberto, lo abbiamo intervistato per capire come si racconta davvero la scienza e perché, secondo lui, il modo migliore per farsene fidare è mostrarla per quello che è: non un oracolo, ma un processo umano.
Partiamo diretti: qual è la differenza tra comunicatore della scienza e divulgatore?
È una questione di ampiezza. Il divulgatore è tipicamente la persona che parla di scienza a un pubblico di non addetti ai lavori, alla cittadinanza. La comunicazione della scienza è un cappello un po’ più ampio: comprende anche la comunicazione tra pari — tra scienziati di discipline affini ma non identiche — o quella tra scienza e industria, tra scienza e politica. Ha un respiro più largo rispetto alla sola divulgazione.
E tu come ti definisci?
Il grosso di quello che faccio è divulgazione, ma ho anche una serie di attività da comunicatore ad ampio spettro.
Sei un chimico di formazione. A un certo punto, però, hai smesso di essere un chimico che comunica per diventare un comunicatore che sa di chimica. Ti ci rivedi?
Formalmente non sono mai stato un chimico, perché non mi sono mai iscritto all’ordine. Ho una formazione da chimico, ma la chimica non l’ho mai praticata se non all’università. Quindi sì, sono un comunicatore che sa di chimica; forse non sono mai stato un chimico che fa comunicazione, semmai uno studente di chimica che fa comunicazione.
Cosa cambia quando la divulgazione diventa un oggetto di studio, e non solo una pratica?
Si aggiungono livelli di complessità. Tutta una serie di approcci ingenui — assolutamente ragionevoli in chi si avvicina per la prima volta alla comunicazione della scienza — crollano nel momento in cui inizi a studiarla e ti rendi conto che ci sono molte più sfumature che bianchi e neri.
Parliamo di chemofobia. Dopo anni di lavoro, la paura del chimico e del sintetico è arretrata o si è solo spostata?
C’è ancora, ed è ancora molto forte. Esiste uno scetticismo verso tutto ciò che viene percepito come chimico, in particolare le «sostanze chimiche». La gente non ha un problema con la chimica come disciplina, o con i chimici come scienziati: il problema è con i prodotti della chimica, se vuoi. La colpa in gran parte è stata di una cattiva gestione, soprattutto da parte dell’industria nel secolo scorso, e oggi quella frattura è difficile da ricucire, nonostante siano stati fatti passi avanti giganteschi.
Molti europei dicono addirittura di volere «un mondo senza sostanze chimiche». Su una paura così infondata l’informazione può fare la differenza?
Sì, ma non da sola: l’informazione è un pezzo di un puzzle più complesso per ricostruire un rapporto di fiducia. È fondamentale, però lo sono altrettanto la trasparenza e delle politiche ambiziose. L’informazione è un tassello.
Restando sul tema: c’è tanto il discorso della plastica diventata il nemico pubblico. Dov’è il confine tra sensibilizzazione ambientale e terrorismo dell’informazione?
Il confine sta nelle risposte semplici a problemi complessi: ogni volta che si dà una risposta semplice a un problema complesso si commette un disservizio. Identificare la plastica come «il nemico» è sbagliato. La plastica è un problema gigantesco, ma in molti casi è anche parte della soluzione: nella transizione energetica, resine, plastiche e polimeri in generale saranno fondamentali.
E tra tutte le bufale che circolano, qual è quella che ti ha fatto più arrabbiare?
La cosa peggiore è quando si va a toccare la salute delle persone. Tutta quella cattiva informazione — che molto spesso è addirittura peggiore della disinformazione — sul mondo degli integratori, dei purificatori per l’aria e per l’acqua, sulle onde elettromagnetiche dei nostri dispositivi. Spesso non è disinformazione, è cattiva informazione, ed è molto legata al marketing: c’è sempre qualcosa dietro da venderti, che sia un prodotto o te stesso come volto.
Piero Angela e Alberto Angela: cosa hanno rappresentato per te? C’è qualcosa che Piero ti ha trasmesso e che non hai mai trovato sui libri?
Aver lavorato prima con Piero e poi con Alberto è stato incredibile, una cosa che credo di non aver ancora pienamente realizzato. Di Piero resta la cura che aveva nei confronti dei suoi prodotti e il rispetto nei confronti del suo pubblico. Seguiva interamente tutta la produzione di un programma, dall’ideazione all’assegnazione degli argomenti; l’ultima revisione era sempre sua. Se un programma portava la firma di Piero Angela, era perché Piero Angela c’era dentro tutto il programma. Uno pensa: a novant’anni, con una squadra di autori ormai fidatissimi, potresti delegare ancora di più. E invece no. Quella cura, quel rispetto per il pubblico restano una cosa piuttosto unica: si percepiva la sua presenza in ogni dettaglio delle trasmissioni.
A proposito di televisione: come concili i reel che, durando poco, impongono una concentrazione di contenuti fortissima, con il lavoro televisivo? Cosa ti piace di più?
Non c’è una differenza gigantesca: i nostri servizi televisivi durano quattro o cinque minuti, e un reel, pur potendo stare sul minuto, funziona bene anche sui tre. La differenza vera la sento su YouTube, dove puoi prenderti quaranta minuti per approfondire un argomento, o nelle conferenze, dove hai anche un’ora. Credo che la scienza vada raccontata in tutti i tempi e in tutti i formati possibili; poi, per inclinazione personale, preferisco poter dare sfogo alla mia logorrea.
Cosa diresti al te che registrava i primi video, quelli che hai definito a volte imbarazzanti?
Di continuare e di godersi quel momento in cui la cosa che ti muoveva era esclusivamente la passione — non le bollette da pagare — e in cui tutte le persone che lo facevano attorno a te lo facevano per passione, e non per diventare influencer.
Nelle tue conferenze hai mai ricevuto una domanda che ti ha spiazzato, o che ricordi per il suo impatto?
Più che una domanda, mi è rimasta la prima volta che una scuola in autogestione mi chiamò avendo visto il mio canale YouTube da mille iscritti. La fiducia che mi diedero persone praticamente mie coetanee — avevo un anno o due più di loro — è la cosa che mi ha segnato di più. Il loro primo atto di fiducia nei miei confronti.
C’è un formato che ancora non hai usato e che tieni nel cassetto come sogno?
In ordine di priorità: un documentario, un libro, un podcast — un po’ tutto. Ma soprattutto mi piacerebbe avere carta bianca e sperimentare in televisione, perché finora ho lavorato su format con dei paletti precisi: rispetto a Superquark non puoi osare, la linea editoriale è quella. E poi, prima o poi, con dei professionisti, un musical di divulgazione scientifica: sarebbe divertentissimo. Da solo non sarei in grado, non so scrivere musica né cantare — ma potrei almeno sceneggiarlo.
Ultima domanda: cosa vorresti cambiare nel modo in cui gli italiani guardano la scienza?
Mi piacerebbe che fossero consapevoli della scienza come processo sociale. Che la vedessero non come una dispensatrice di verità assolute, ma come un processo fatto da persone, con i suoi incredibili pregi ma anche con i suoi difetti. Se capisci davvero come funziona, la fiducia che costruisci è autentica; altrimenti è una fiducia malposta.
Spesso, quando la si racconta a un pubblico generalista, si tende a raccontarla edulcorata, per come non è. Ed è anche il motivo per cui, quando poi emergono i problemi, la fiducia dei cittadini viene minata. Pensa alla pandemia: per anni avevamo raccontato una scienza dogmatica, che dispensava verità assolute, e in pandemia ci si è resi conto che gli scienziati litigano tra loro, che uno dice una cosa e l’altro il contrario, che le indicazioni cambiano — mascherine sì, mascherine no, mascherine boh. È successo perché avevamo raccontato una scienza per come non è. La scienza è un processo: le cose possono cambiare, gli scienziati si confrontano anche aspramente, c’è chi la pensa in modo completamente diverso. Se sai davvero come funziona, non la vedi più come un oracolo — e le vuoi bene nonostante i suoi difetti. A riuscirci, sarebbe una grande responsabilità.