L’anacronismo storico della raccolta firme per le elezioni (senza il digitale)

Vecchie prassi burocratiche e nuovi decreti legge hanno dimostrato ancora una volta, all'Italia e all'Europa, l'inadeguatezza di un sistema che, nell'era del digitale pervasivo, continua a contare su carta, penna e timbri

07/05/2024 di Gianmichele Laino

Il paradosso del digitale. In un mondo iperconnesso, estremamente coinvolto nei processi virtuali, in cui l’intelligenza artificiale avrà sempre più un ruolo pervasivo, l’unico modo per esercitare la democrazia in Italia è quello di raccogliere manualmente delle firme, che possano essere autenticate da documenti di riconoscimento e timbri di rappresentanti istituzionali già eletti. Eppure, un modo alternativo era stato predisposto e stava procedendo speditamente verso l’approvazione, quando il ministro per la Transizione Digitale era Vittorio Colao e il presidente del Consiglio era Mario Draghi. A onor del vero, in realtà, la piattaforma digitale per la raccolta delle firme aveva incontrato ostacoli anche con il precedente governo: le uniche realtà che avevano spinto moltissimo per il loro utilizzo erano state l’Associazione Luca Coscioni e il comitato organizzatore del referendum per la cannabis legale. Da questo punto di vista, erano state fiancheggiate dall’azione istituzionale del parlamentare di Più Europa Riccardo Magi. Tuttavia, dopo che la Cassazione non ha ritenuto opportuno dare il via libera ai referendum sul fine vita e sulla cannabis legale (nonostante l’enorme numero di firme raccolte attraverso piattaforme digitali), l’azione insistita per fare in modo di estendere questo strumento ad altri utilizzi si è indebolita.

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Raccolta firme per elezioni, come stiamo messi

Inizialmente, si era ragionato sul fatto che le piattaforme per la raccolta delle firme digitali avrebbero dovuto essere utilizzate anche per la presentazione dei simboli di nuove formazioni politiche alle elezioni. Un tema su cui anche il precedente governo aveva opposto resistenza. Era stata smarcata, invece, la possibilità di ricorrere a una piattaforma “di stato” per omologare il sistema della raccolta delle firme digitali. Per i referendum su cannabis e fine vita, infatti, i comitati promotori avevano utilizzato provider privati (con un costo stimato di circa 1 euro per ogni firma raccolta) compatibili con le indicazioni fornite dalla legge.

La piattaforma, al momento, risulta ancora inattiva, nonostante le promesse e nonostante a inizio mandato anche il sottosegretario Alessio Butti avesse manifestato apertura rispetto alla possibilità di metterla a disposizione dei cittadini. Nel frattempo, però, il tempo è passato e – in vista delle elezioni europee, regionali e comunali del 2024 – il governo ha pensato bene di attuare un decreto legge che riportava la questione della presentazione delle liste all’età della pietra. Per le elezioni europee, ad esempio, per i nuovi simboli è stato necessario raccogliere 75mila firme (prima dell’approvazione degli emendamenti erano il doppio), di cui 15mila per ciascuna circoscrizione. Il processo di validazione delle firme, poi, doveva essere completato dalla consegna e dalla vidimazione – con timbro – da parte delle istituzioni locali.

La diretta conseguenza è stata che molte neo-formazioni politiche non sono riuscite nell’intento di raccogliere le firme o – laddove questa raccolta si fosse verificata – sono incappate in una serie di errori formali (spesso anche contestabili) che le hanno portate all’esclusione in una o più circoscrizioni, dando vita a un infinito balletto di ricorsi e controricorsi che ha rallentato le operazioni di start della campagna elettorale.

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