Chrome e la navigazione in incognito: la causa da 5 miliardi di dollari sulla raccolta dati

Ormai tutti sappiamo che non esiste, attraverso Google, una vera navigazione privata

03/11/2023 di Enzo Boldi

Per molto tempo gli utenti sono stati convinti che la navigazione in incognito su Chrome consentisse loro di utilizzare il browser con un livello altissimo di privacy. Si pensava fosse una “navigazione privata” che oltre a rendere “invisibili” i siti web consultati durante una sessione, non consentisse ai vari portali di tracciare i dati. In realtà non è così, ma la scarsa trasparenza (iniziale) nelle comunicazioni e le parole utilizzate per parlare di questo strumento, potrebbero costare molto care a Google.

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Che la modalità in incognito non sia realmente “in incognito” è cosa, oramai, risaputa. Per spiegarla in poche parole: nonostante una confusione iniziale (durata anni) sulla navigazione “privata”, in realtà quella di Google attraverso il browser Chrome “consente” all’utente di navigare eludendo la registrazione nella cronologia. Tutto il resto avviene come fosse una navigazione tradizionale su un browser tradizionale. Ma le accuse su questo “fraintendimento” (chiamiamolo così) nei confronti del gigante di Mountain View proseguono e, a oggi, la causa potrebbe costare all’azienda Big Tech almeno 5 miliardi di dollari.

Navigazione in incognito Chrome, la causa da 5 miliardi

Nell’agosto scorso, infatti, un giudice federale ha aperto la strada a un processo nei confronti di Google proprio sulla navigazione in incognito Chrome. Tutto parte dal 2020, quando cinque querelanti hanno fatto causa in California al gigante di Mountain View per diverse ragioni. Tra queste c’è anche la promessa che Google avrebbe fatto sul non raccogliere i dati durante l’utilizzo del browser Chrome in modalità “in incognito”. La realtà, invece, è che questa tipologia di navigazione è in grado solamente di eludere la “cronologia”. Dunque, si tratta solamente di uno strumento interno che agisce sul browser o sull’app. Non evita il tracciamento.

Google chiese l’archiviazione (sostenendo di esser stata piuttosto chiara sul cosa sia la modalità in incognito e come agisse a livello di dispositivi e cronologia durante una sessione di navigazione), ma il giudice la respinse parlando della scarsa trasparenza dell’azienda nello spiegare che il tracciamento dei dati continuasse ad avvenire e, soprattutto, sottolineando un aspetto che va a toccare la sfera della percezione pubblica di quel che accade in rete:

«Navigando in privato, si potrebbe dire che i querelanti abbiano affermato le loro aspettative di privacy». 

E da lì si stanno aprendo le strade per un processo. Al momento, si parla di una causa da almeno 5 miliardi di dollari.

 

 

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