Come stanno reagendo i media che sono stati bannati da Mosca

Alcuni si sono arresti ai diktat e alle minacce del Cremlino, altri si sono organizzati chiedendo il sostegno a chi non vuole che a parlare siano solo i media affiliati (e pagati) dallo Stato

06/03/2022 di Enzo Boldi

La loro “colpa” è quella di aver utilizzato la parola “guerra” per raccontare di quell’invasione decisa unilateralmente dal Cremlino a suon di missili (provocando centinaia di morti, anche tra i civili), sfilate di carri armati verso Kyiv e invio di migliaia di militari in un Paese straniero. La loro “colpa” è l’aver raccontato – giorno dopo giorno – le immagini di quella guerra in Ucraina, schivando quel tentativo paradossale della Russia di non far trapelare la realtà delle cose. La loro colpa è l’aver scelto di essere liberi, lontani dai finanziamenti (e dalle connesse dipendenze, anche nel modo di raccontare le cose) di Stato per non cadere in quella spirale fatta di un’informazione perennemente filo-governativa. Tre scelte che stanno costando caro a tutti quei media russi bannati da Putin nel Paese.

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L’elenco è quasi infinito: si va dai siti di informazione alle televisioni (anche online), passando per le radio (russe o che trasmettono in russo) e i blog che raccontano la guerra in Ucraina senza essere finanziati dal Cremlino e senza seguire le indicazioni della narrazione governativa sul conflitto (e non solo). La lista si allunga giorno dopo giorno. Troviamo Meduza, Taiga.info, Doxa, The Village, TV Rain, Dojd, la stazione radio Ekho Moskvy e Svoboda. Ma i confini sono ancora più ampi: la censura decisa dal Cremlino – attraverso il Roskomnadzor, il Servizio federale per la supervisione nella sfera della connessione e comunicazione di massa – ha colpito anche testate non locali ma che trasmetto anche a Mosca e dintorni in russo (come Radio Free Europe/Radio Liberty e Deutsche Welle).

Media russi bannati da Putin, come stanno reagendo

Tutti questi portali di informazione non dipendente dal Cremlino non sono più accessibili in Russia. Perché hanno parlato di guerra utilizzando la parola “guerra”. Hanno raccontato quel che stanno provocando le decisioni prese da quell’uomo solo al comando che non può essere disturbato come fosse il conducente di un autobus. Alcuni di questi media russi bannati hanno interrotto le loro pubblicazioni. Come nel caso della Radio “Eco di Mosca” che, dopo aver deciso di tenere in vita i canali social e Youtube, è stata costretta a fare un passo indietro. Sparendo del tutto da Internet, come spiegato nel canale Telegram non più disponibile: «In connessione con la liquidazione di Ekho Moskvy, siamo costretti a eliminare tutti gli account dei social media aziendali e disabilitare il sito».

Ma i casi sono tanti. Alcuni portali hanno deciso di proseguire nel loro lavoro e nei loro racconti quotidiani della guerra in Ucraina. Altri, come la galassia che fa riferimento a Dohz (Tv Rain e non solo) hanno deciso di interrompere la programmazione. I motivi di questa scelta sono stati spiegati da Natalia Sindieieva, direttrice generale del gruppo, nel suo canale Telegram: «Serve tempo per respirare un po’ e capire come continuare a lavorare, speriamo davvero di tornare a trasmettere». Tempo che scorre, mentre gli eventi in Ucraina proseguono e non possono essere più letti, visti e capiti dal popolo russo che è costretto a limitare il proprio spazio visivo a quelle testate figlie dei soldi e della propaganda del Cremlino. Quelle che raccontano le magnificenze di Putin. Quelle che raccontano che quella in Ucraina non è una guerra. Quelle che, di fatto, operano come ufficio stampa del Presidente Russo e fanno i suoi interessi.

Il caso Meduza

Altri media russi bannati da Putin, però, stanno proseguendo nel loro lavoro. Novaya Gazeta e Svoboda continuano a pubblicare. Sanno di non poter esser letti direttamente dai cittadini russi, ma il resto del mondo può ancora accedere alle loro piattaforme. Perché le informazioni e le narrazioni non filo-Putin possono comunque giungere, magari facendo dei “giri larghi”. Ed è quello che sostiene anche Meduza, uno dei principali media colpiti dalla censura del Cremlino. In un comunicato pubblicato sul sito, infatti, la testata ha deciso di andare avanti e non arrendersi davanti alle minacce di Mosca. Le pubblicazioni continueranno. Ovviamente, essendo una testata online che non vive di finanziamenti da parte dello Stato russo, si chiede ai cittadini che vogliono continuare a leggere un’informazione non veicolata dal governo di dare il proprio sostegno economico attraverso donazioni. Una campagna di crowdfunding per finanziare i redattori e il giornale che, per la decisione del Cremlino, non potrà più contare sulle visualizzazioni (quindi gli introiti) provenienti dalla Russia (che ha oltre 144 milioni di abitanti). Chi, invece, vuole tentare di leggere questi siti di informazione bloccati da Mosca, può – come spiega Meduza – utilizzare una VPN (una rete virtuale privata) in modo da geolocalizzare la propria connessione a internet al di fuori dei confini russi, aggirando il ban.

(Foto IPP/Andrey Gorshkov)

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