Lo studio del NEJM dice davvero che la mascherina può sostituire il vaccino? Spoiler: NO

Abbiamo letto il paper di Monica Gandhi, ecco cosa dice

di Gianmichele Laino | 28/09/2020

mascherina come vaccino

Non basta il nome di una prestigiosa rivista scientifica (meglio se statunitense) a certificare la correttezza delle sue pubblicazioni. Soprattutto se, anche all’interno del paper che viene presentato con grande risalto, i dubbi e il possibilismo la fanno da padroni. Se a questo aggiungiamo anche le responsabilità del giornalismo italiano, pronto a seguire la pista del click come un cane da tartufo, con i suoi titoli fuorvianti, ecco che il gioco è fatto. Dunque è vero che possiamo usare la mascherina come vaccino rudimentale? E cosa significa questa espressione?

Mascherina come vaccino, cosa dice davvero lo studio dell’NEMJ

Basterebbe, sostanzialmente, leggere il paper di Monica Gandhi – docente di medicina all’università della California – per capire che in realtà la questione è più complessa. Tra l’altro, non si tratta nemmeno di uno studio particolarmente lungo, che può essere facilmente reperibile a questo indirizzo (il contenuto è pubblico) sul sito del New England Journal of Medicine. Se apriamo il documento, innanzitutto, scopriamo che è stato pubblicato l’8 settembre 2020, ma che – per i misteri della propagazione via internet delle notizie dal Nuovo al Vecchio continente – è arrivato in Italia soltanto 20 giorni dopo.

Davvero, quindi, ha detto che le mascherine sono come un vaccino? La dottoressa riporta una vecchia teoria formulata nel 1938, quella della patogenesi virale, che sostiene che la gravità della malattia è proporzionale all’inoculo virale ricevuto. Pertanto, la sua tesi di fondo è che se utilizziamo le mascherine – che fanno passare una quantità piuttosto ridotta del virus – riusciremmo a trasmetterlo con cariche virali meno potenti (che potrebbero, ad esempio, causare contagi asintomatici) e, in questo modo, ridurre l’impatto del coronavirus sul singolo.

Una delle prove su cui si basa questa teoria è che, all’inizio della pandemia, l’impatto degli asintomatici sulla popolazione contagiata era del 40%, mentre ore – in aree del mondo in cui si utilizza abitualmente la mascherina – gli asintomatici sono diventati l’80%. Esempi pratici riguardano anche gli effetti del mascheramento su una nave da crociera argentina e in due industrie di trasformazione alimentare americane, tutti focolai di Sars-Cov-2. Anche qui gli asintomatici sono cresciuti notevolmente, in percentuale.

Mascherina come vaccino, il paper non presenta questa soluzione

Nello stesso paper, inoltre, la soluzione della mascherina non viene mai proposta come alternativa al vaccino, ma solo come misura di prevenzione per diminuire gli effetti devastanti del Covid-19 sulla popolazione. E la dottoressa Monica Gandhi sostiene anche che per dimostrare quanto detto fino a questo momento, avrebbe bisogno di molte più prove, sia per quanto riguarda il confronto tra aree geografiche in cui si è usata la mascherina e quelle in cui non è stata utilizzata. Così come bisognerebbe valutare meglio la durata dell’immunità dei linfociti T specifici del Sars-Cov-2 tra gli asintomatici e i sintomatici. Insomma, non è affatto semplice stabilire una correlazione basata esclusivamente, per il momento, sull’osservazione.

Che le mascherine fossero importanti, lo sapevamo già. Che queste fossero anche uno dei pochi schermi che abbiamo a disposizione per limitare la diffusione del contagio era noto. Ma perché accostarle – soprattutto in questo periodo storico – all’efficacia di un vaccino, creando un messaggio sin troppo divulgativo e, pertanto, sbagliato. Vabbè che – in molti casi – i no mask sono sovrapponibili con i no vax.