Quali derivati della cannabis si possono vendere e quali no dopo la sentenza della Cassazione

di Gianmichele Laino | 30/05/2019

cannabis light
  • La Cassazione, con una sua sentenza, ha stabilito che alcuni prodotti derivati dalla cannabis non possono essere venduti

  • Ma non tutti i prodotti in vendita negli store sono vietati

  • Ecco quali sono quelli di cui parla la Cassazione

La notizia ha immediatamente mandato nel panico tutti i gestori dei negozi di cannabis light. Un settore che, in Italia, è in forte espansione dopo che era stata promulgata la legge 242 del 2 dicembre 2016 che disciplinava la produzione e la commercializzazione della cannabis con il principio attivo inferiore ai livelli psicotropi. Attualmente, la corte di Cassazione ha stabilito che alcuni derivati cannabis non potranno essere più considerati leciti e la loro vendita non potrà essere considerata legale.

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Derivati cannabis, la decisione della Cassazione

La Suprema Corte ha deciso infatti di bandire i derivati della cannabis sativa L, in quanto quest’ultima non riguarderebbe l’ambito di applicazione della legge 242/2016. Pertanto, non si tratta di una proibizione a 360° dei prodotti derivati dalla cannabis, ma di una specifica categoria di questi stessi prodotti. La Cassazione infatti «qualifica come lecita unicamente l’attività di coltivazione di canapa delle varietà iscritte nel catalogo comune delle specie di piante agricole che elenca tassativamente i derivati dalla predetta coltivazione che possono essere commercializzati».

Quali derivati cannabis potranno essere venduti

La legge, infatti, permette la diffusione della canapa contenuta nel Catalogo comune delle varietà delle specie di piante agricole, un elenco stilato dall’Unione Europea. E per questo tipo di canapa permette di vendere alimenti e cosmetici prodotti esclusivamente nel rispetto delle discipline dei rispettivi settori, semilavorati, quali fibra, canapulo, polveri, cippato, oli o carburanti, per forniture alle industrie e alle attività artigianali di diversi settori, compreso quello energetico, coltivazioni legate ad attività didattiche e coltivazioni derivate al florovivaismo.

La sentenza della Cassazione rappresenta senz’altro di una restrizione importante per un mercato che, secondo l’Associazione italiana cannabis light, vale oggi circa 80 milioni di euro, in crescita a tassi del 100% l’anno. Ma non considera, invece, il fatto che tutti i prodotti previsti dalla legge sulla cannabis light continueranno a essere prodotti e commercializzati.