La pasta del Capitano

di Daniele Tempera | 06/02/2019

Matteo Salvini
  • Dai formaggini "Susanna" ai vecchi flipper: viaggio all'interno della comunicazione social di Matteo Salvini

  • Una strategia basata sulla nostalgia e sul ricordo di un'Italia idealizzata che non esiste più e che forse non è mai esistita

  • Una visione in cui è assente completamente l'idea di futuro

Un profluvio di baci e abbracci, leccornie, propaganda e nostalgia. La comunicazione social del ministro dell’Interno è un’elegia costante di un’Italia che non c’è più. Scorrendo i suoi canali social è impossibile non notare i costanti richiami agli anni ‘80 e ‘90, decenni evaporati chissà dove, che Salvini non esita mai a evocare, stabilendo un contatto diretto con i suoi elettori. Un legame emotivo, prima che razionale o politico.

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È sufficiente aprire il suo profilo Facebook per trovare il ministro intento a cantare “Albachiara”, hit nazional-popolare di Vasco Rossi e colonna sonora di estati e pomeriggi degli italiani proprio poco prima del Festival di Sanremo o assaporare prodotti tipici, adeguatamente postati su Facebook, per valorizzare l’artigianato eno-gastronomico da Sud a Nord dello Stivale. L’Italia di Salvini è un paese che assomiglia (a seconda dell’età di chi legge) a quello della nostra infanzia o della nostra giovinezza. Un realtà fatta di Lego e Playmobil, sagre e feste popolari, Lupin in TV, pane e nutella e tagliatelle fatte a mano, cantautori leggendari come De André (a quanto pare mai mediamente metabolizzati e compresi) e pezzi divenuti tormentoni del pop come “Il mare d’inverno” di Enrico Ruggeri.

 

Matteo Salvini, tra Al Bano e i vecchi film di Diego Abatantuono

È l’Italia di Al Bano e quella del ragù Star, delle cioccolate calde in montagna e delle mucche valtellinesi che vi augurano buon Natale, delle castagne arrosto davanti a un bel fuoco, delle tenere nonnine e dei tanti aspiranti nonni che “potranno finalmente andare in pensione” grazie alla famigerata “Quota 100”, dei biscotti Ringo e del Milan dei tempi d’oro, dei disegni dei bambini negli asili e dei flipper su cui ha passato “tante serate da ragazzo”, dei vecchi film di Diego Abatantuono in TV e dei formaggini “Susanna”, delle friggitorie itineranti e del Vecchio Amaro del Capo.

Età dell’oro e culto della nostalgia nella comunicazione di Matteo Salvini

Ma è anche il mondo delle storie minute con il ministro che si esalta per il ritorno in Nazionale di Fabio Quagliarella alla ragguardevole età di 36 anni, dei carabinieri che salvano gattini indifesi e dell’indignazione per ogni orrore, vero e presunto. Orrore che va a comporre il puzzle di una realtà spaventosa, che aspetta di essere “mondata” dalle azioni dell’onnipresente ministro. Una retorica che, a vedere bene, si rafforza proprio sulla nostalgia. È esistita, sembra suggerire l’alluvionale comunicazione del ministro dell’Interno, una sorta di “età dell’oro” che è coincisa con la nostra giovinezza. Un’Italia da favola che è stata contaminata di volta in volta da agenti esterni di vario tipo: eurocrati, immigrati, comunisti o oppositori vari, “rosiconi”, poteri forti, malfattori. Lui è l’uomo che può riportare indietro le lancette del tempo. È il “mago” che rievoca le castagne arrosto davanti al camino dei nostri nonni. Un incantesimo che sembra avere presa su una fascia sempre più larga di elettori e che non sembra, al momento, avere grossi antidoti se non forse uno. Liberarsi una volta per tutte dei “paradisi perduti” e aprirsi alla complessità del mondo. Comprendere e contrapporre i conflitti sociali reali, che esistevano venti anni fa e continuano a esistere  -ancora più prepotenti –  oggi, alla narrazione del “bel tempo perduto”. C’è un solo un elemento di cui sembra difettare la retorica salvinana: la parola “futuro”. Chissà se ricominciare a frequentarlo non sia un buon vaccino anche per il presente.