Twitter permette le molestie online, basta non taggare

di Gaia Mellone | 08/08/2018

Twitter e Alex Jones

Alex Jones in un certo senso ha ridato speranza ad internet. Pur essendo uno dei più grandi diffusori di teorie complottiate e discorsi di incitamento all’odio nel web, ha permesso a varie piattaforme di prendere una posizione netta. Facebook e Apple hanno rimosso molti dei suoi contenuti: Twitter invece no.  Cosi facendo, prende di fatto le parti di chi compie molestie online, tanto basta «non taggare».

Twitter e Alex Jones, cosa hanno fatto gli altri

Martedì 7 agosto la presenza online e di Alex Jones, c0nduttore radiofonico e inventore dei siti web Infowars e Prison Planet, noti per diffondere bufale e fake news, si è notevolmente ridotta. YouTube ha inizialmente rimosso alcuni suoi video per poi chiudergli del tutto l’account – nonostante i 2,4 milioni di iscritti e miliardi di visualizzazioni – ; Facebook ha bloccato per 90 giorni il suo profilo e delle pagine a lui collegate perché «ospitavano contenuti che incitavano alla violenza e usavano un ‘linguaggio disumanizzante’ per descrivere musulmani, immigrati, transgender»; Similmente a Spotify, anche Apple ha fatto la sua parte, rimuovendo cinque dei sei podcast, con una ragione molto semplice: «Apple non tollera l’hate speech».

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Twitter e Alex Jones, quando la garanzia della libertà di espressione si spinge troppo in là

Sembrava scontato allora che anche Twitter prendesse posizione contro il conduttore radiofonico statunitense: invece no. Con un tweet, l’account ufficiale @TwitterSafety ha specificato che se i discorsi “scomodi” non sono diretti esplicitamente verso qualcuno, che tradotto significa “non viene taggato nessuno nel post incrimato”, allora tutto è permesso. Almeno finchè non viola esplicitamente le regole di utilizzo del social.

 

«I tweet di Alex Jones e InfoWars non stanno attualmente violando il nostro regolamento» recita il post che avvia la discussione sulla decisione presa da Twitter. Il social ribadisce di credere nel proprio ruolo a servizio della conversazione pubblica e libera e specifica che il regolamento di utilizzo è «un documento vivo», e che quindi «con il tempo, così come cambia il comportamento sulle nostre piattaforme, anche le nostre regole si evolvono per venire incontro a nuove questioni». Sorge spontaneo chiedersi allora, come si sono evolute le regole nel caso di un complottista razzista che incita all’odio?

«Noi diamo il benvenuto a chiunque decisa di usare il nostro servizio per esprimersi – continua il post –  A volte, questa libertà di espressione può diventare offensiva, controversa e/o bigotta. Noi proibiamo comportamenti mirati che molestino, minaccino, o utilizzino la paura per zittire gli altri, e scendiamo in campo quando le nostre regole vengono violate». Il nocciolo della questione sta proprio nel concetto di “comportamenti mirati“. Prendersela con la categoria dei trasgender non è un problema, lo diventa solo nel momento in cui il riferimento è ad una specifica persona transgender. Twitter lo spiega chiaramente e candidamente nel post successivo: «Se gli individui non sono individuati (con la menzione @, taggati in una foto etc), permettiamo un ampio spettro di contenuti, almeno fintanto che non superi la linea della minaccia violenta».

 

(credits foto di copertina: Tobias Hase/dpa)