Cos’è Super Seducer, il videogame sessista che «insegna a stalkerizzare» le donne

di Gianmichele Laino | 07/03/2018

Super Seducer

Alla vigilia dell’8 marzo 2018 dobbiamo ancora constatare con amarezza che le donne vengono viste come veri e propri oggetti anche nei videogame più improbabili. Super Seducer – che esce oggi e che è stato prodotto su idea di Richard La Ruina – è stato etichettato come un vero e proprio video gioco sessista, criticato da tutte le testate più autorevoli in materia. Da Vice, passando per Motherboard USA, arrivando a The Next Web e a The Verge: tutti hanno voluto fortemente censurare l’atteggiamento obsoleto e fuori luogo nascosto nelle dinamiche del videogame.

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SUPER SEDUCER, COME FUNZIONA

Funziona così: tu sei un maschio e devi cercare di conquistare una donna avvenente. Nelle varie situazioni che vengono proposte (per strada, al bar, in discoteca, al ristorante), l’uomo deve fare sempre la mossa giusta. Ogni volta che il gioco determina che quella scelta dall’utente è l’opzione corretta tra più alternative, l’ideatore del gioco Richard La Ruina appare in video per fornire apprezzamento al giocatore, circondato da una serie di ragazze in intimo.

Non è conteplata l’opzione del «lasciar perdere»: il rifiuto della donna, insomma, viene percepito come una sconfitta (su questo criterio si basa l’intero gioco). Per questo motivo, in molti hanno avanzato l’ipotesi che questo videogioco insegnasse a stalkerizzare piuttosto che a sedurre. Inaccettabile per una società che, nei suoi mille luoghi comuni, vede la donna come un oggetto da sfruttare.

SUPER SEDUCER, LA GIUSTIFICAZIONE DELL’INVENTORE

Di parere opposto – ma la sua giustificazione, alla luce del videogame sembra davvero indifendibile – lo stesso La Ruina: «Il gioco può offrire agli uomini ottimi consigli su come avvicinare le donne in modo più rispettoso e divertente». Del resto, una mezza ammissione la fa: «Abbiamo iniziato a lavorare al giorno prima di #MeToo, così è stato realizzato in un contesto diverso rispetto a quello attraverso cui è letto oggi. Adesso l’avrei prodotto in maniera diversa». Insomma, bene ma non benissimo.