Le 4 domande sulla scienza a Roberto Burioni

di Liberi Pensatori | 27/02/2018

Burioni

Un personaggio autorevole del panorama politico italiano ha inviato a Giornalettismo quattro domande sulla scienza rivolte a Roberto Burioni. Preferiamo non rivelare le sue generalità (donna o uomo, giovane o con esperienza, in fondo, che importanza ha?) per non trasferire il discorso dal merito delle questioni che ha posto a quello – senza dubbio più superficiale – della sua storia personale.

Al lettore basti solo sapere che il personaggio che ci ha contattati può essere ideologicamente collocato/a nella sfera della sinistra italiana, ha un osservatorio privilegiato sulla società italiana, ha una solida conoscenza filosofica e una passione per l’apprendimento, sia quello acquisito, sia quello trasmissibile.

DOMANDE A BURIONI, LO SCOPO

Con queste quattro domande vorrebbe cercare di comprendere l’origine del pensiero scientifico del dottor Roberto Burioni, immunologo del San Raffaele e grande fruitore dei social network, e vorrebbe capire se la sua strategia comunicativa possa essere realmente efficace nella trasmissione del sapere.

DOMANDE A BURIONI, LA PRIMA

1 – Lei afferma che «La scienza non è democratica». Mi pare una formula equivoca. Se con tale espressione si intende affermare che una verità scientifica ha un contenuto oggettivo e non dipende dall’opinione soggettiva della maggioranza, è un conto.

Un dato numerico, ad esempio, non può di certo essere modificato per alzata di mano. Tuttavia, se si afferma che la scienza deve essere indifferente alla propria relazione con l’opinione della maggioranza, allora è discutibile.

La scienza, infatti, ha bisogno di venire incontro alle esigenze di conoscenza del popolo. In caso contrario lei andrebbe a teorizzare una sorta di disimpegno della scienza dall’ambito pubblico e dai doveri che ne derivano, per esempio la comunicazione, il convincimento, la pedagogia.

Nella sua rivendicazione della «non democraticità» della scienza non vede il rischio di una tentazione intellettuale elitaria che si sottrae agli obblighi della comunicazione pubblica con la maggioranza della società? 

DOMANDE A BURIONI, LA SECONDA

2 – La teoria della scienza «non democratica» ha un secondo possibile risvolto. Quello per cui le sue verità sono «assolute», dunque immobili e definitive. Temo che questo costituirebbe un pregiudizio discutibile dal punto di vista dell’epistemologia, ovvero dal punto di vista della conoscenza dei metodi e dei principi della scienza.

Una verità oggettiva non è di per sé assoluta. Il fatto di arrivare alla realtà oggettiva delle cose, infatti, non contraddice la provvisorietà della stessa realtà: proprio quest’ultima, quindi, può essere progressivamente indagata, approfondita, scomposta nei suoi elementi più semplici in un processo infinito.

Non esiste una barriera insormontabile per il sapere e si può giungere a una sempre progressiva riformulazione della verità affermata. Il filosofo Karl Popper distingueva non a caso tra verità e certezza. Il fatto di non poter avere esperienza dell’universale (essendo ogni ricerca e ricercatore limitati nello spazio e nel tempo) lo induceva a molta prudenza. L’altro filosofo Thomas Khun, a sua volta, rappresentava la scienza come continuo alternarsi di «paradigmi» attraverso vere e proprie rivoluzioni scientifiche. Nessuno dei due approdava a una visione soggettivistica e relativa della scienza (cioè a una scienza intercambiabile a piacimento). Ma entrambi rifiutavano la scienza come verità «definitiva».

Lei si sentirebbe di accettare questa interpretazione epistemologica della scienza? 

DOMANDE A BURIONI, LA TERZA

3 – Il ripetuto richiamo che lei fa alla Repubblica di Platone e al potere dei saggi si espone da un altro versante a osservazioni analoghe. Le idee di Platone e il loro mondo («il mondo delle idee») rappresentano per il filosofo greco la vera realtà. Vera perché oggettiva. Ma vera anche perché immutabile. Immutabile in quanto rigidamente separata dal mondo materiale delle cose sensibili, ridotte a un semplice riflesso distorto delle idee.

Il mondo sensibile delle cose che noi sperimentiamo nello spazio e nel tempo è per sua definizione in continua trasformazione e divenire. Il mondo delle idee al contrario, proprio perché separato e inconciliabile col mondo in divenire delle cose, è immobile ed eterno, chiuso nella torre d’avorio di un universo superiore e inaccessibile. In tale visione si comprende la rappresentazione platonica dei saggi (I filosofi) e del loro potere.

Nella Repubblica ideale di Platone il potere dei saggi si deve al fatto che solo loro hanno accesso al mondo delle idee, solo loro posseggono la verità (eterna e immutabile). Le altre classi della società sono per definizione subalterne perché contaminate dal mondo falso e ingannevole della realtà sensibile e materiale in cui vivono. I saggi non debbono elevare la coscienza della società ma specchiarsi nella propria superiorità.

Non le sembra di ricalcare questa visione aristocratica della scienza?

DOMANDE A BURIONI, LA QUARTA

4 – La scienza non è solo un insieme di verità oggettive ma anche un orizzonte di ricerca. La diversità degli orizzonti di ricerca («I programmi di ricerca» descritti dal filosofo Imre Lakatos) è a sua volta condizionata da molteplici fattori storicamente e socialmente determinati.

Molto spesso sono le classi al potere a determinare verso quale direzione si debba compiere la ricerca. Facciamo un esempio: lo sviluppo dell’industria automobilistica ha indubbiamente indirizzato verso il petrolio la ricerca energetica (a scapito di altre fonti energetiche), così come la nuova corsa agli armamenti ha trainato la ricerca nel campo dell’elettronica. La ricerca medica può essere immune da questi condizionamenti?

Il prontuario farmaceutico è letteralmente gonfiato di una marea di medicinali inutili e spesso costosi per via del controllo dell’industria farmaceutica sulla ricerca. Secondo lo scienziato Silvio Garattini (in una recente intervista al Sole 24 Ore) la metà dei farmaci previsti dal prontuario sarebbe inutile e servirebbe unicamente alla fame di profitto delle case farmaceutiche.

Secondo lei, non è proprio il controllo degli interessi capitalistici sulla ricerca a sospingere diffidenza dubbi e resistenze (anche anti-scientiste e irrazionali) verso alcuni farmaci e trattamenti sanitari indubbiamente utili come i vaccini? Cosa pensa riguardo al potere dell’industria farmaceutica?