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«Mi hanno spogliata durante il concorso, è stata una violenza»

«Durante il concorso due agenti mi hanno fatto togliere la maglietta e slacciare il reggiseno, poi mi hanno chiesto di tirare giù i pantaloni. E volevano anche farmi abbassare le mutande. È stata una violenza». È il racconto, la denuncia, di Cristiana Sani, una trentenne che pochi giorni fa ha partecipato alle prove per entrare in magistratura e che durante una pausa, in bagno, ha subito una severa perquisizione da parte della Polizia penitenziaria.

La denuncia su Facebook: «Mi hanno spogliata, durante il concorso»

Cristiana, laureata con il massimo dei voti in Giurisprudenza a Pisa, attivista del centro antiviolenza ‘Duna’ di Massa Carrara, ha svelato gli abusi subiti durante i controlli in un post pubblicato la scorsa settimana su Facebook. Al concorso di magistratura – ha scritto sulla sua pagina – «succede che alcune agenti della Polizia penitenziaria decidano improvvisamente (senza alcun indizio e indistintamente) di rinchiudere una concorsista alla volta in un angolo del bagno e perquisirla.  La perquisizione richiede di togliersi la maglia, allentare il reggiseno, calarsi i pantaloni. E tirarsi giù le mutande. Questo è quello che oggi è successo a me e ad altre mie colleghe.  Ed ha solo un nome: violenza».

 

 

Oggi l’aspirante magistrata ribadisce le sue accuse e ricostruisce l’accaduto in un’intervista rilasciata a Repubblica.

Il racconto: «Mi sentivo umiliata, ferita»

Il concorso si è tenuto dal 23 al 26 gennaio alla Fiera di Roma. Cristiana era impegnata nella terza prova. Due ore e mezzo dopo la dettatura della traccia era stato comunicato ai concorsisti che potevano andare in bagno. Lei si era alzata e messa in fila nel bagno con altre donne. La perquisizione è arrivata dopo il rifiuto di alcune delle concorsiste ad utilizzare anche i bagni esterni, come dicevano di fare due agenti di polizia penitenziaria. Indispettiti, i due agenti hanno chiamato due colleghe. Che hanno perquisito le concorsiste in un clima «pensante e intimidatorio»:

«Mi hanno detto di mettermi in un angolo del corridoio del bagno, dove chiunque poteva vedermi, chiedendomi di alzare la maglietta e di slacciare il reggiseno. Quindi mi hanno chiesto di tirare giù i pantaloni».

Lei lo ha fatto?

«Sì. Ma poi è arrivata un richiesta inaccettabile».

Quale?

«Dottoressa, adesso cali le mutande, mi hanno chiesto. Ho sentito dentro di me qualcosa che si ribellava. Di fronte alla mia reticenza, una delle due ha urlato: ‘Che fa, non se le cala? Ha il ciclo?’».

Ma è una prassi normale?

«Assolutamente no. Le perquisizioni sono previste, ma non fino a questo punto».

Cristiana lei si è tolta le mutande?

«No. Mi sentivo umiliata, ferita. Mi sono rivestita e sono tornata al mio posto. Eppure lavoro nei centri antiviolenza e credevo di essere pronta a reagire a un abuso del genere».

Ora Cristiana sta preparando un esposto al Consiglio Superiore della Magistratura e alla Procura.

(Immagine di copertina: la foto di un concorsone da archivio Ansa. Credit: ANSA/ ALESSANDRO DI MEO)