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Fabo, Salvini e quei mille emendamenti dei leghisti sul fine vita

«Garantire la libera scelta di ogni cittadino». Questo il commento di Matteo Salvini alla morte di Fabiano Antoniani, meglio conosciuto come Dj Fabo, che ha scelto il suicidio assistito in Svizzera. Salvini ha precisato che bisogna «soprattutto assicurare una vita dignitosa a chi invece vuole continuare a combattere e ai suoi familiari». Bene, benissimo. Peccato che la Lega Nord abbia depositato in Commissione affari sociali a inizio anno 1.280 emendamenti sulla proposta di legge riguardante il “fine vita” e il testamento biologico. Una mole di modifiche che ha contribuito a far sì che questa legge si voti in aula (se tutto va bene) a partire da marzo, ovvero da quando Fabo non c’è più e ha dovuto scegliere un altro paese per dire addio al suo mondo. Lontano da casa, lontano dai suoi affetti più cari.

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LA BIPOLARITA’ DELLA LEGA NORD SUL FINE VITA

Matteo Salvini deve quindi chiarire le parole del collega di partito Massimiliano Fedriga che a gennaio sentenziava: «È inaccettabile che una legge entri così a piè pari nelle scelte delle famiglie e nella professionalità dei medici stessi. La Lega Nord cercherà in ogni modo di fermare questo testo». Si dovrà chiarire la posizione della Lega anche sugli emendamenti del collega Pagano che all’articolo 1 e 2 del testo spiegava:

L’eutanasia, intesa come qualsiasi azione od omissione che per la sua stessa natura, o nelle intenzioni di chi la compie, procura la morte di un soggetto, allo scopo di eliminare i dolori patiti dallo stesso, è vietata anche se praticata con il consenso del soggetto stesso, il divieto si estende sia all’eutanasia passiva che all’eutanasia attiva.

Eppure, come testimonia Marco Rondini, pilastro leghista in Commissione affari costituzionali, il fine-vita non è un tabù per il Carroccio. Anzi. C’è una ala della Lega Nord pronta a sostenere il testo. Ma nei fatti, o meglio nelle carte, pesa la mole di modifiche presentate. Ed è qui che emerge l’ala ribelle che sostiene la tesi di Fabo. Quella capitanata da Luca Zaia ex ministro del Carroccio e governatore del Veneto. A febbraio dichiarava a L’Espresso:

«Non esiste la possibilità di prendere una decisione a posteriori, bisogna far sì che le scelte di ciascuno, fatte prima, per tempo, abbiano un adeguato supporto giuridico. Insomma al testamento biologico, con il massimo rispetto per le posizioni di tutti, sono assolutamente favorevole. Anche da cattolico»

Davanti quindi al tema del momento c’è una sorta di dualismo tra le cravatte verdi. Da una parte la fronda cattolica, con Pagano in testa, che ha organizzato una strenua lotta in commissione. Dall’altra personaggi come Zaia che nettamente spiega: «Le casacche dovranno andare fuori dall’Aula e che dovrà entrare, piuttosto, la libertà di coscienza. Perché poi, va bene citare Rousseau, ma su un tema così quale “popolo” vuoi rappresentare? Puoi portare la tua esperienza e il tuo convincimento. Stop». Ora la palla passa a Matteo Salvini.