Cosa era la legge contestata da Sergio Mattarella, la Mammì

di Maghdi Abo Abia | 29/01/2015

Cos'era la legge Mammì, contestata da Sergio Mattarella

Sergio Mattarella e Silvio Berlusconi, 25 anni dopo. Era il 1990 quando l’uomo scelto dal Partito Democratico per la successione di Giorgio Napolitano al Quirinale si dimise dalla carica di ministro dell’Istruzione dopo che l’esecutivo guidato da Giulio Andreotti decise di porre la fiducia sulla cosiddetta «Legge Mammì», chiamata così perché scritta dall’allora Ministro delle Poste e delle Telecomunicazioni Oscar Mammì, che riformò il sistema radiotelevisivo italiano. Tale norma venne chiamata anche «legge Polaroid» perché si limitava a fotografare la condizione esistente legittimando la posizione dominante del gruppo televisivo di Silvio Berlusconi.

Cos'era la legge Mammì, contestata da Sergio Mattarella
Lapresse

SERGIO MATTARELLA, I DECRETI BERLUSCONI –

La legge in questione certificò quello che all’epoca era il dominio di Fininvest, «liberata» dai cosiddetti «decreti Berlusconi», varati dal 1984 al 1985, il cui fine era quello di permettere al network di Berlusconi di trasmettere su tutto il territorio nazionale. Nel 1984 i pretori di Torino, Pescara e Roma ingiungono a Fininvest di sospendere il sistema d’interconnessione con il quale veniva aggirato il divieto per le emittenti private di trasmettere sul territorio nazionale. All’epoca tramite uso di videocassette Fininvest di fatto aggirava l’ostacolo trasmettendo allo stesso momento in 20 regioni.

LA LEGGE MAMMÌ ED IL NO DI SERGIO MATTARELLA –

«Riteniamo che porre la fiducia per violare una direttiva comunitaria sia, in linea di principio, inammissibile…». Queste le sue parole dopo la decisione di Giulio Andreotti, all’epoca Presidente del Consiglio, di porre la fiducia su un provvedimento che da un lato doveva recepire la direttiva europea «Televisione senza frontiere» di Ettore Andenna, dall’altro, secondo Mattarella, violava gli stessi precetti espressi dalla direttiva in questione.

 

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COSA PREVEDEVA LA LEGGE MAMMÌ –

La norma, divisa in cinque titoli e 41 articoli, stabilì che i programmi radiofonici o televisivi hanno carattere d’interesse generale, aprendo all’obbligatorietà per ogni rete di avere un Tg ed un direttore in realizzazione del pluralismo, pluralismo che passa dall’ingresso di nuovi attori nel sistema radiotelevisivo italiano. Autorizza la diffusione in diretta del segnale televisivo in tutta Italia e vieta le pubblicità durante i cartoni animati e fissa i limiti massimi di interruzioni pubblicitarie durante i film.

UN OLIGOPOLIO DI FATTO? –

La legge prevede la divisione del Paese in bacini d’utenza determinati dall’entità numerica e dalla popolazione servita, oltre che dalle condizioni geografiche, urbanistiche, socioeconomiche e culturali della zona. I bacini, secondo le intenzioni, devono consentire un’adeguata pluralità di emittenti la quale coincide col territorio delle singole Regioni. Le concessioni rilasciate al medesimo soggetto non possono essere più di una all’interno di ciascun bacino e più di sette complessivamente per bacini contigui, purché nel loro insieme comprendano una popolazione non superiore a 10 milioni di abitanti. Nel 1994 la Corte costituzionale ha contestato la ripartizione delle concessioni previste dalla Legge Mammì affermando che, in questo modo, non viene assicurato il pluralismo dell’informazione e si sancisce un regime di oligopolio di fatto.