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La vera storia di Rocky Dennis, “Dietro la maschera”

Intorno alla metà degli anni Ottanta, il mondo intero si commuoveva per Dietro la maschera, il film diretto da Peter Bogdanovich che raccontava la storia di “Rocky” Dennis, adolescente californiano affetto da leontiasi, una rara malattia ossea che provoca evidenti deformazioni del cranio e del viso. Il film interpretato da Eric Stoltz e da Cher – che a Cannes vinse anche la palma di Migliore Attrice – è la storia vera e dolceamara di un ragazzino che adora la musica e stare con i suoi amici, e che scopre l’amore nonostante un difetto fisico che molti altri nelle sue condizioni avrebbero giudicato come un ostacolo insormontabile nella vita sociale di un individuo.

Roy L. Dennis nella foto dell'annuario scolastico (1977) - Photocredit: WIkipedia
Roy L. Dennis nella foto dell’annuario scolastico (1977) – Photocredit: WIkipedia

UNA VITA “NORMALE” – Non tutti, però, conoscono la vera storia di Roy Lee Dennis, morto a 17 anni non ancora compiuti a causa delle inevitabili complicazioni della sua sindrome. Storia che viene raccontata da Find a Grave, il sito che raccoglie le tombe, virtuali e non, dei personaggi famosi di tutto il mondo. Al di là dall’alone di romanticismo che fa da velo al film di Bogdanovich, Rocky Dennis trascorre gran parte della sua breve esistenza sotto gli occhi dei medici, che avevano sempre detto che non sarebbe mai vissuto oltre i sette anni di età. La malattia di Rocky, la displasia cranio-diafiseale, colpisce una persona su 220 milioni di nascita e comporta un accumulo di calcio nelle ossa del cranio, provocando la deformazione del viso e lancinanti dolori dovuti all’eccessiva pressione delle ossa sul cervello. Nonostante questo, Rocky riesce ad andare a scuola, a imparare a leggere e a condurre quella che i più chiamerebbero “una vita normale”.

 

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L’INEVITABILE FINE – Nato e cresciuto in California, Dennis frequenta la Ben Lomond Elementary School di Covina, in California. Nonostante abbia ripetuto la prima elementare, il ragazzino ha un percorso scolastico costante e con un ottimo rendimento. Il suo atteggiamento positivo verso gli altri e verso se stesso faceva sì che Rocky riuscisse a farsi numerosi amici in ogni ambiente da lui frequentato. Ma la malattia, purtroppo, non gli lascia scampo: la sua vista e il suo udito erano già da tempo compromessi e il ragazzino soffriva costantemente di dolorosi mal di testa che erano spia di un progressivo peggioramento della sua condizione. Morirà nel suo letto, il 4 ottobre del 1978, a due mesi dal suo diciassettesimo compleanno. Dopo la sua morte la madre Rusty ne donerà il corpo alla UCLA, perché potesse diventare parte della ricerca medica. Nel 2001 la donna tornerà a parlare pubblicamente di suo figlio, dicendo che “aveva vissuto ogni momento della sua vita”.