Inchiesta

Lo sfruttamento ai tempi del no profit

19 luglio 2011

Call center, promoter per strada o porta a porta: le grandi onlus si servono delle più estreme logiche d’impresa

Onlus, associazioni no profit, enti morali, sono organizzazioni dalle finalità etiche che rappresentano uno dei pilastri del vivere civile: la società prospera e cresce anche grazie all’altruismo di chi si riunisce in gruppo per sostenere il prossimo. Chiunque di noi può citare al volo almeno quattro o cinque esempi di grandi enti che in Italia operano per una buona causa: difendere i bambini dalle violenze domestiche, proteggere l’ambiente, aiutare i poveri, prestare cure mediche nei paesi in guerra.

I DEBOLI DIMENTICATI - Ma ad uno sguardo poco meno che superficiale nel variegato mondo delle associazioni benefiche potrebbe sorgere il sospetto che ci sia una classe di “nuovi” deboli dimenticata un po’ da tutti: quella dei lavoratori. Le testimonianze di chi ha lavorato per alcune delle maggiori onlus ed enti morali sono infatti controverse. Alcuni dipendenti hanno dichiarato di aver lavorato volentieri, magari anche affrontando qualche sacrificio, per sostenere una buona causa in cui credevano, altri hanno messo in luce aspetti della policy di queste organizzazioni che mal si conciliano con le loro finalità etiche. Se talvolta il fine giustifica i mezzi, il motto non è mai tanto inadeguato come nel caso di quegli enti che dovrebbero avere la dignità e il rispetto non solo come fine, ma anche come modus operandi.

UN’OCCHIATA SU INTERNET – Il primo passo per raccogliere informazioni sul mercato del lavoro in questo particolare settore è esplorare i siti delle varie associazioni, alle sezioni “lavora con noi”. Alcuni, come Save The Children, hanno una sezione dettagliata dedicata ai cosiddetti “dialogatori”, presentati come una specie di consulenti della giusta causa. In realtà il loro lavoro è sostanzialmente quello di promoter che fermano le persone per strada oppure suonano porta a porta. Strategia di comunicazione opinabile che però è molto consolidata e impiegata, per citarne una, anche da Greenpeace. Molte di queste associazioni offrono la possibilità, oltre al classico volontariato e agli impieghi veri e propri (in genere contratti a progetto), di svolgere un tirocinio curriculare oppure uno stage post lauream. In genere, su siti come quello di Telefono Azzurro, Save The Children o Greenpeace, le possibilità di impiego sono descritte per sommi capi, lasciando ai colloqui individuali le specifiche economiche e contrattuali. Unico nel suo genere è invece lo spazio per le opportunità lavorative sul sito di Survival, un’organizzazione per il sostegno dei popoli tribali in tutto il mondo.

8 commenti a Lo sfruttamento ai tempi del no profit

  1. VITTORIO FELACO

    QUELLO CHE STA VENENDO MENO è proprio la legittimità del lavoro e la sua giusta ricompensa, il senso dello scambio, il concetto che se al capitale aggiungiamo il lavoro creiamo profitto e quindi un futuro… oggi il denaro crea direttamente denaro che va a chi ha già del denaro e non può sempre essere condiviso con chi non ce l’ha! E’ uno strano sistema che non potrà continuare a lungo a meno che non creiamo altri modi di fare cose nuove con un margine di profitto per continuare a mantenere e sfamare le masse! Quello che spesso passa per commercio o per una vera economia altro non è che una specie di piramide in cui tutti contribuiscono ma vengono solo rimunerati dopo che hanno fatto arricchire un bel po’ di gente! In parte sono proprio i religiosi e le onlus e le opere di beneficenza che avanzano questi modelli che sono veramente infami e parlano di un mondo che non può certo andare avanti in questo modo! E’ l’oppio che offusca la coscienza dei poveri e li costringe a sottostare! Mi dispiace ma mi sembra che questo sia un vero pericolo per la nostra società… ma purtroppo pochi la vedono così e quindi gli abusi continuano!

    • Rosiello

      Basta pensare alle ditte che pagano al terzo mese lo stipendio del primo mese di lavoro, quelle che assumono dipendenti facendoli però lavorare con Partita Iva o altre nefandezze che sarebbe lunga da elencare.

      Da parte delle aziende e in generale dei datori di lavoro ormai manca il rispetto basilare che si DEVE al mondo del lavoro.

  2. mauro sabbadini

    ma, l’articolo in certo senso dice cose note, in un altro senso non significa niente ed è del tutto fuorviante: è chiaro che il no profit si basa sul volontariato e che la condizione di volontario spinge a fare turni che, assunti, non si farebbero. Però, onestamente, la chiave è proprio questa: chi va a lavorare per greenpeace o telefono azzurro deve partire dall’idea di farlo gratis, quando poi l’impegno cresce oltre il sostenibile l’associazione si pone il problema di intervenire con uno stipendio per consentire eventualmente al volontario di lasciare il proprio lavoro e dedicarsi a tempo pieno.
    se uno, in partenza, cerca lavoro in un no profit deve sapere almeno che il profit, in linea di principio, non c’è nemmeno per lui (parlo per esperienza personale)

  3. me^^

    Insomma…. lo schifo è ovunque °_° (le onlus, a mio avviso, puzzano molto di marcio o_O)
    Ma il telefono azzurro che non vuole gravidanze è davvero il massimo! o_O
    Risolve il problema alla radice: non partorire, così tuo figlio non ci scasserà mai le scatole telefonandoci per dire che ha problemi in famiglia

  4. L’articolo pubblicato non corrisponde alla realtà della Softlab.

    La persona che ci cita non è identificabile e pertanto non sappiamo se risponda al vero il fatto che abbia lavorato nel nostro gruppo, per quanto tempo e con quale rapporto di lavoro.
    I migliori testimoni della qualità del nostro lavoro sono i nostri clienti che sono costantemente in contatto con i nostri collaboratori. Ma anche il nostro personale è testimone della qualità delle nostre condizioni di lavoro. Seguiranno tre testimonianze al riguardo, non anonime e firmate, che testimoniano il trasporto e la dedizione, tanto quanto la raccolta fondi per una buona causa richiede.
    Greenpeace stessa può testimoniare se, in qualsiasi occasione di confronto con il nostro personale, abbia potuto solo sospettare che qualcuno dei nostri collaboratori possa essere stato soggetto alle condizioni descritte nell’intervista.
    In particolare:
    - le nostre retribuzioni per il lavoro prestato da parte degli operatori sono tra le più alte nel mercato. Ne sono testimonianza i nostri prezzi che non posso scendere al di sotto di certe soglie;
    - non abbiamo ritmi martellanti: si va dalle 4 alle 5 telefonate l’ora. Una telefonata ogni 15′ minuti. Mi chiedo quale call center può competere con questi nostri ritmi. Ci è infatti riconosciuta da tutti i nostri clienti l’accuratezza della comunicazione e la meticolosità della nostra formazione, che è testimoniata dal nostro manuale di addestramento, consultabile in rete (http://www.soft.it/terzo/documents/link05_relazioni/ManualeTeleNonProfit_1-1__2.pdf);
    - non ci sono orari assurdi (si finisce alle 20:30 e si inizia alle 13:30, con pausa di 15′ ogni 2 ore); i lavoratori sono inquadrati secondo le normative vigenti e sotto ogni tutela, sia in termini di sicurezza che di privacy;
    - tutta la formazione del personale è finalizzata alla motivazione, e gli scopi delle associazioni sono fatte proprie dal personale. In apertura del colloquio con il sostenitore, si afferma di chiamare “per conto di …” o “per …”. Questa modalità di presentazione è testimoniata dalle registrazioni delle telefonate;
    - gli script sono dei canovacci che vengono personalizzati dagli intervistatori.
    Notiamo comunque che, di tutte le aziende che fanno call center per le organizzazioni non profit, sia citata solo la Sofltab. Softlab, nonostante la crescita degli ultimi 3 anni, è la più giovane e la più piccola tra i call center. Francamente ci dispiace (e ci insospettisce) che si possa fare una identificazione tra noi e il telefundraising. Cui prodest?

    Mario Belli
    Direttore Area Terzo Settore
    Softlab SPA

  5. Se parlo della mia esperienza, devo parlare dell’esperienza di chi, appena finito il liceo ha iniziato il suo lavoro come operatrice di primo livello (quindi di chi comprende e conosce a menadito i pensieri positivi e negativi che si avvicendano nella testa di un operatore) ed è poi arrivata nel giro di circa 3 anni a coordinare il gruppo di lavoro.

    Nessun lavoro è perfetto, nessun lavoro è sempre solo bianco. Ma del nostro lavoro ritengo sia ingiusto, poco serio e sicuramente “viziato” dirne solo il “nero”.

    Gli operatori che lavorano con noi sono molti e hanno varietà di età (dai 19 anni età nella quale ho iniziato io, fino anche ai 50 anni cosa rarissima in Italia), a tutti si richiede professionalità, voglia di fare e a tutti si garantisce sempre un affiancamento operativo: se ci sono problemi ne parliamo, se qualcosa non va viene detta con schiettezza e sincerità, trasparenza direi che è il termine imperante. Anche nella retribuzione: è vero si tratta di una paga fissa minima garantita (cosa sacrosanta direi) con l’aggiunta di una parte variabile: questo garantisce all’azienda la possibilità di mantenere standard qualitativi alti e di garantire ai meritevoli la giusta ricompensa per l’impegno profuso.

    Laura Leopardi.
    Coordinatrice di sala

  6. “Ho avuto modo, precedentemente, di lavorare presso vari “call center”, ma questa esperienza e questo ambiente hanno poco da condividere con essi.
    E’ un’ attività lavorativa che permette flessibilità e possibilità di approfondire certe tematiche, quali diritti umani ed ambiente, che personalmente ho sempre trovato di forte interesse, e mi è stata data possibilità di trovarmi direttamente a confronto con varie Onlus ed Ong, ed a contatto diretto con i sostenitori.
    Il lavoro si basa sul contatto e sull’ informazione, per poi sfociare nel fundraising, dipendentemente dalle campagne e dalle focalizzazioni ed urgenze del momento.
    Nel contatto con i sostenitori e donatori vi è trasparenza, non viene riferito di essere dell’ Associazione in questione, ma se viene richiesto, si spiega di far parte di un’ Azienda esterna incaricata.
    Per quel che concerne la condizione lavorativa, uno dei fattori positivi è proprio il relazionamento con i responsabili, comprensivi e disponibili, che sin dall’ inizio sono stati molto chiari sull’ attività e sulle condizioni, anche retributive. Il compenso è basato su un fisso orario ed incentivi in base ai contatti orari, ma non vi è alcuna pressione in tal senso. Ovviamente c’ è una produttività da provare a mantenere.
    E’ richiesta professionalità, ma i ritmi lavorativi non sono affatto disumani”.

    Marika Onofri
    Telefundraiser

  7. Secondo la mia esperienza il lavoro di telefundraising non rispecchia la descrizione dell’articolo “Lo sfruttamento ai tempi del no profit”. In primo luogo i ritmi non sono martellanti ne tantomeno gli orari sono assurdi. L’ambiente lavorativo è molto “amicale” e i responsabili sono persone molto capaci , preparate e comprensive.
    Si parla di raccolta fondi e lo è, si ha la possibilità di approfondire e affrontare tematiche interessanti quali ambiente, natura, diritti umani…e il contatto telefonico con i sostenitori a volte è molto piacevole, c’è spesso un confronto ed uno scambio di idee ed opinioni che definirei costruttivo.Come in ogni ambiente di lavoro si richiede efficienza e serietà, senza alcuna pressione . Nessuno mai ci ha imposto di affermare che fossimo volontari di Greenpeace o di altre onlus , i rimproveri ci sono, ovviamente ai fini correttivi e volti ad un miglioramento delle capacità di ognuno. E’ eccessivo e assolutamente non veritiero parlare di condizioni di lavoro disumanizzanti e sin dal primo giorno di lavoro c’è stata una completa trasparenza riguardo alla paga e alla corrispondenza tra contatti utili e fisso.

    Eufemia Mintrone
    Telefundraiser

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