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«Vi spiego cosa succede in Argentina e perché la realtà è il più spietato dei creditori»

Mario Seminerio, analista macroeconomico e portfolio advisor oltre che animatore del blog Phastidio, ha scritto il libro «La cura letale», che spiega perché di austerità si muore e in che modo il nostro paese potrebbe salvarsi. Giornalettismo ha parlato con lui della svalutazione del peso in Argentina, di cui si è occupato sul blog, e di cosa insegna il caso Kirchner all’Italia e agli italiani.

Quali sono le criticità della situazione che il governo non ha previsto o sottovalutato? Lei ha parlato di “prigione valutaria” e di crack al rallentatore a proposito del caso Argentina. La previsione così funesta dell’epoca è il quadro più probabile per il futuro prossimo di Buenos Aires?

Il governo argentino ha perpetuato il mito della espansione permanente dell’economia, e della liberazione da ogni e qualsiasi vincolo, interno ed esterno. Una politica fiscale fortemente espansiva, modellata sul mito del dare tutto a tutti, ha finito col creare ovvie pressioni inflazionistiche. Da quel momento, il governo argentino ha deciso di rifiutare la realtà: anziché attuare politiche fiscali più restrittive e più in generale ristrutturare l’economia in senso di maggiore produttività, si è preferito mettere le mani sulla banca centrale, che ha perso la propria autonomia ed è stata dapprima razziata delle proprie riserve ed in seguito è stata costretta a stampare moneta per finanziare crescenti deficit pubblici. A questo punto, come ovvio e prevedibile, l’inflazione ha posto radici e si è sviluppata. Ma il governo, ancora una volta, ha negato la realtà ed ha iniziato ad alterare i dati di inflazione, segnalandola in crescita di circa il 10% annuale quando rilevatori indipendenti (che sono poi stati oggetto di pesanti intimidazioni governative) la cifravano al 25-30%. Non è un caso che i contratti collettivi di lavoro si chiudano con accordi per aumenti salariali del 25-30%: quello è il livello necessario a tutelare il potere d’acquisto. A questo punto la popolazione, resasi conto che i propri pesos stavano divenendo carta straccia, ha cominciato a incettare dollari nei modi più fantasiosi, incluso il turismo. Il governo ha reagito ponendo limiti progressivi sempre più rigidi e grotteschi alle transazioni in dollari, per cercare di evitare il deflusso di riserve valutarie. Infatti, nel frattempo, l’inflazione aveva eroso la competitività del paese, che ha cominciato a segnare un deficit delle partite correnti, cioè deflusso di valuta. Quando ci si trova in queste condizioni e si rifiuta di accettare la realtà (cioè adeguare il cambio), una delle prime cose che accadono è lo sviluppo di un fiorente mercato nero valutario, e così è avvenuto. Ora le riserve valutarie sono al lumicino, ed il governo argentino sta per essere travolto dalla realtà, cioè sarà costretto a lasciare fluttuare liberamente il cambio del peso, che sinora è stato in regime di fluttuazione amministrata, quello che si chiama crawling peg, col dollaro. Da questo punto in avanti saranno guai molto seri per la popolazione, che verrà travolta dall’inflazione importata e dal caos sociale e politico conseguente.

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E la speculazione brutta, sporca e cattiva? Che ruolo ha avuto nell’attuale situazione?

La “speculazione” non esiste, nel caso argentino. O meglio, “speculatori” sono i suoi cittadini, che cercano disperatamente di mettere i propri risparmi ed il proprio potere d’acquisto in qualcosa che non sia carta straccia o altro tipo di carta dall’uso relativo all’igiene personale.

Si parla di un Fondo Monetario Internazionale pronto a tornare ad aiutare il paese. E’ la strada giusta?

In realtà, il FMI ha messo in mora il paese minacciandolo di espulsione, se non avesse ripristinato la realtà sul calcolo dell’inflazione. La scadenza dell’ultimatum si avvicina ed il governo di Buenos Aires, in chiaro affanno (per usare un eufemismo), ha promesso di adeguarsi. Vedremo, ma al momento tenderei ad escludere un “salvataggio” da parte del FMI.

Nel dibattito politico italiano viene spesso citata a sproposito: ad esempio, da Beppe Grillo il post di un lettore chiedeva di fare come l’Argentina. In cosa sbagliava?

Questo è un classico della natura miracolistica, provinciale e cialtrona del cosiddetto dibattito pubblico italiano. Si prende un paese che, a seguito di errori marchiani di politica economica (il peg rigido al dollaro), finisce col fare default, e lo si eleva a modello. Potrebbe pure andare bene, se ci si prendesse la briga di seguire l’evoluzione (o meglio, l’involuzione) successiva di quel paese, che ha finito col riprodurre nuovi ed ancor più demenziali errori di politica economica, in nome di un populismo d’accatto che considera la realtà una variabile residuale e manipolabile. Vedo che questa tradizione cialtrona del nostro dibattito pubblico ha ricevuto nuova e potente linfa vitale dalla arrivo in scena di Grillo, come se non ci fossero bastate le fiabe di Berlusconi. E così, dopo l’Argentina, abbiamo inseguito la bufala dell’Islanda che ha fatto “default controllato” e non avrebbe pagato i propri debiti, Anche queste sono purissime idiozie che si squagliano come neve al sole della realtà. Vedo che ora Grillo sta cercando di rifugiarsi in Ecuador (un po’ come fatto da Julian Assange, ma per motivazioni ben più nobili e serie), e si è trovato un nuovo modello da presentare ai gonzi di casa nostra. Un modello talmente sovrano che l’Ecuador è un paese completamente dollarizzato. Ci vuole sempre molta pazienza, diciamo.

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Ma quindi con la crisi dell’Argentina è arrivata la risposta a coloro che dicono “Stampa moneta e sarai felice?”

Quella risposta viene dalla realtà, più che altro. In questa crisi globale molti hanno creduto di trovare nell’azione di espansione monetaria non convenzionale delle banche centrali la nuova pietra filosofale, ed hanno invocato questa magica “stampa” come soluzione dei mali del mondo. Le cose stanno in termini un po’ più complessi ma bisogna comprendere che oggi, con la Rete, ogni trovata da bar assurge a sacra scrittura e verità rivelata, quindi c’è solo da attendere che la realtà prenda a ceffoni questi sempliciotti che inseguono l’utopia della Felicità. C’è però da dire, nel caso argentino, che il paese, pur monetariamente sovrano, si è impiccato alla corda di un peg col dollaro che ha finito con l’amplificare distorsioni e squilibri.

Aspetti, aspetti. Ma quindi questo a suo parere significa che con il cambio flessibile l’Argentina si sarebbe salvata? Oppure lei dice che un paese con un problema di inflazione importata così evidente doveva svalutare di più o prima?

Sì e no. Avere un cambio flessibile serve ad evitare che l’eventuale accumulo di squilibri di competitività porti il paese a deflagrare sotto gli attacchi speculativi (che non sono complotti ma semplicemente test di realtà di squilibri e contraddizioni di un sistema economico). Ma anche avere un cambio perfettamente flessibile richiede disciplina di politica economica e la presa d’atto che ogni paese è inserito in un sistema di vincoli, interni ed esterni. Prendiamo la stessa Argentina: con un cambio perfettamente flessibile e non gestito in alcun modo dalle autorità nazionali, i gravi squilibri macroeconomici del paese si sarebbero tradotti in costante e crescente inflazione, che sarebbe divenuta piuttosto rapidamente iperinflazione, al limite anche con sostituzione della moneta nazionale col dollaro. Se hai un deficit fiscale ampio e crescente e pensi di ignorarlo usando la politica monetaria, è del tutto irrilevante che tu abbia cambio fisso o perfettamente flessibile. Puoi solo rinviare la resa dei conti con la realtà (noti quante volte sto usando questo termine, non è un caso), ma poi essa arriva. Ecco, direi che tutti i nuovi alchimisti che credono che basti monetizzare il deficit (perché di quello si tratta, in ultima istanza) e si possa vivere felici e contenti, magari fuggendo in un passato che non tornerà mai più, avranno un risveglio durissimo. Faccio un ulteriore esempio tratto dall’Argentina. Il governo ha detto che questo livello di svalutazione “può bastare”. Questo significa che lor signori hanno deciso che il crawling peg al dollaro resterà in essere, dopo essersi fatto questo gradone, e vissero tutti felici e contenti. Ma anche no. Questo nuovo livello del cambio verrà sfondato dall’azzeramento della residua credibilità della politica economica del governo e per il semplice motivo che questo NON E’ un livello di equilibrio. Sa dov’è il livello di equilibrio, invece, in ipotesi di cambio liberamente fluttuante? Non le fornisco un numero perché non faccio il paragnosta, ma le spiego cosa dovrebbe accadere per raggiungere quell’equilibrio. Occorrerebbe che il governo adottasse una stretta fiscale e monetaria per sopprimere domanda interna e frenare le importazioni, mentre la svalutazione opera per rilanciare l’export attraverso la ritrovata competitività. La popolazione si troverebbe alle prese con una situazione molto simile a quella greca, sul piano del contraccolpo sociale. Perché tra uno stato e l’altro dell’economia c’è sempre di mezzo una cosa chiamata transizione, che spesso è assai dolorosa. Questo dimostra ai gonzi di ogni latitudine che anche con un cambio liberamente fluttuante è pressoché impossibile sfuggire al doloroso processo di aggiustamento e di impoverimento, quando si giunge alla resa dei conti. Ma mi lasci concludere con una considerazione culturale ed antropologica…

Argentina: Kirchner operata, sta bene

Prego…

Abbiamo visto che esistono paesi che, posti di fronte alla necessità di politiche monetarie non convenzionali (la “stampa di moneta”) reagiscono anche con un aggiustamento di sistema nel senso di una stretta fiscale, quella che chiameremmo austerità. Ed in nessun caso questa azione monetaria si è sinora tradotta in monetizzazione esplicita del deficit. Ebbene, questi paesi sono per lo più appartenenti al mondo anglosassone, o comunque non-latino, per ricorrere ad una definizione per negazione. Poi ci sono paesi che, appena messe le mani sulla banca centrale, letteralmente impazziscono e dimostrano di avere letto ed interiorizzato nel peggiore dei modi possibili la fiaba di Pinocchio. A questo gruppo appartengono soprattutto paesi sudamericani, o comunque “latini”. A leggere alcune “soluzioni” alla nostra crisi, ferma restando la innegabile e profonda disfunzionalità dell’Eurozona, le confesso che questa bipartizione antropologica e vagamente razzista non mi sorprende affatto.