I sacrifici umani della Santa Muerte: religione e droga in un intreccio letale

I narcotrafficanti messicani sono decimati da faide sanguinose e sempre di più si rivolgono a un rito macabro. Il Times...

I narcotrafficanti messicani sono decimati da faide sanguinose e sempre di più si rivolgono a un rito macabro.

Il Times riporta la notizia di un’altra vittima delle infinite guerre per la droga che tormentano i confini settentrionali messicani, una delle più di 2600 persone assassinate a Ciudad Juarez l’anno passato. Quando la polizia ha trovato il suo corpo in una zona residenziale vicino al Rio Grande, c’erano due prove inconfutabili che era stata coinvolta nella sanguinosa schermaglia tra i due cartelli rivali di Juarez e Sinaloa. Per prima cosa era stata crudelmente decapitata, un tipico gesto dei cartelli per minacciare gli avversari. In secondo luogo, sul suo busto c’era il tatuaggio distintivo di uno scheletro vestito da femme fatale. La polizia lo ha riconosciuto come la “Santa Muerte”, una macabra icona femmile che ha sostituito la Vergine Maria come un’improbabile sorgende di conforto profano alle legioni di gangster e picchiatori messicani.

IL CULTO – “Se la riverisci e hai fede in lei, lei potrebbe prendersi cura di te. Ma è una santa meschina, e guardati dalla sua vendetta” spiega Nacho Puente, un venditore del mercato di Juarez. In passato vendeva statuette della Santa Muerte soprattuti ai turisti che cercavano souvenir del Giorno dei Morti, una festa perversamente allegra in Messico. Il governo ha soprannominato lo scheletro come il santo dei narcos e ha mandato truppe a distruggere le cappelle vistosamente decorate erette in suo onore ai bordi delle strade. Nei processi o nelle retate contro i cartelli, la Santa Muerte è spesso coinvolta come un’indicazione di colpa. Al processo di Gabriel Cardona, accusato di aver sequestrato e ucciso a nome del cartello del Golfo, gli investigatori hanno spiegato che raccoglieva il sangue delle sue vittime in un bicchiere e brindava alla Santa Muerte. Quando la polizia ha fatto irruzione in una casa occupata da un leader del cartello di Sinaloa, ha trovato un’intera stanza trasformata in una cappella della Santa Muerte. Per gli abitanti di Ciudad Juarez, il trambusto scatenato da una figurina di cartone che sembra di più una macabra prostituta della truce mietitrice, sarebbe divertente se non fosse così disperato. Dopo due anni di conflitti, un contingente militare finanziato in parte anche dagli USA, non solo ha fallito nel ridurre la violenza, ma molti credono che abbia persino peggiorato le cose.

FUORI CONTROLLO - “La nostra città sta morendo” dice Jorge Contreras, proprietario di una fabbrica. “Moltissime attività stanno chiudendo i battenti. I nostri imprenditori stanno partendo per gli Stati Uniti. I giovani perdono il lavoro e la loro unica opportunità è il crimine”. Il nuovo hanno non ha portato tregua al bagno di sangue che ha fatto diventare Juarez quella che molti texani chiamano “Baghdad al confine” Nei primi cinque giorni dell’anno sono stati contati 31 omicidi. L’esecuzione più sinistra è stata quella di Josefina Reyes Salazar, a cui hanno sparato in viso in pieno giorno domenica scorsa, qualche giorno dopo essere stata avvertita da una lettera anonima che aveva 24 ore per lasciare la città. La Reyes era conosciuta sia come vittima che come attivista contro le violazioni dei diritti umani. Uno dei suoi figli era stato assassinato vicino a casa e un altro, Miguel Angel, è stato portato via da soldati in uniforme nel 2008 e non è ancora tornato. “Tutto quello che voleva era giustizia per i suoi figli” spiega Maricela Ortiz, amica e attivista. “Stava facendo lo sciopero della fame per avere informazioni dal governo. Il suo coraggio l’ha resa un bersaglio. Come la Reyes anche la Ortiz è stata minacciata per aver cercato di parlare delle misteriose sparizioni che si sono moltipilicate da quando i militari sono arrivati nella zona. “Avevo una pistola puntata alla testa, mi avvisavano delle telefonate. Delle persone ci seguivano con delle fotocamere” racconta “Sono andata dalla polizia che mi ha detto gentilmente che non avevo niente di cui lamentarmi, visto che le mie figlie non erano state rapite. Mi ha detto che conosceva i loro nomi e dove andavano a scuola, e quanto sarebbe stato pericoloso se fossi andata avanti a lamentarmi. Per Gustavo de la Rosa, un attivista dei diritti umani che è stato costretto a fuggire in Texas, la visione della violenza messicana come una guerra civile circoscrivibile tra cartelli rivali è una conveniente finzione che maschera la connivenza della polizia, la corruzione dilagante e l’impotenza del governo. “Credo che oggi ci siano circa 500-600 bande armate a Juarez” ha denunciato De La Rosa “molte hanno tra i 5 e i 10 membri, alcune sono alleate con i cartelli, altre lavorano in proprio”. Il risultato è stata una catastrofica espansione delle attività criminali non legate alla droga come estorsioni, rapimenti e furti. C’è stata una breve tregua quando il presidente Felipe Calderon, nel tentativo disperato di sradicare l’immagine negativa del Messico all’estero, ha disposto 8000 truppe con armi pesanti e polizia federale a Juarez. Ma la violenza è ricominciata con vigore, e sembra improbabile che finisca presto, anche perchè si stima che circa l’80% degli ufficiali di polizia siano in qualche modo coinvolti nella corruzione.