L’internet delle cose sottomarine: la tecnologia (tutta italiana) per il Wi-Fi nel mare

La professoressa Chiara Petrioli, direttore ricerca e sviluppo per Wsense, racconta a Giornalettismo il lavoro della sua azienda e l'importanza della Blue Economy in tutte le sue sfaccettature

04/03/2021 di Enzo Boldi

Abbiamo un potenziale non sfruttato davanti ai nostri occhi, ma poco visibile. Ma il futuro passa dall’acqua – elemento principale della vita umana – e, in particolare, da quella marina. Fino a pochi anni fa, lo studio del mare (e di tutto ciò che ospita) sembrava essere un miraggio: le moderne tecnologie, infatti, poco si adattano all’acqua salata marina che, per sua natura, impedisce la famosa comunicazione senza fili su cui si fondano tutte le più moderne innovazioni. Per anni si sono utilizzati sistemi cablati, molto invasivi, per monitorare cosa accade nel mondo sottomarino e i risultati – per questo motivo – sono stati utili per una valutazione superficiale, ma non per una visione approfondita di questo vasto mondo sommerso. Ma c’è una realtà italiana, nata da uno spinoff dell’Università La Sapienza di Roma e diventata azienda, che dopo un lungo studio ha sviluppato una tecnologia per creare quello che viene definito il Wi-Fi nel mare: parliamo di Wsense.

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A noi, però, piace di più utilizzare la definizione data dalla professoressa Chiara Petrioli, direttore ricerca e sviluppo per Wsense: «L’internet delle cose sottomarine». Intelligenza artificiale e non solo, la tecnologia sviluppata dalla startup italiana si basa su reti di sensori che comunicano tra di loro e inviano il segnale a un unico elemento posto in superficie. Il tutto superando gli impedimenti dell’acqua salata che, fino a poco tempo fa, sembrava essere atavico e non superabile.

«La nostra attività nasce dalla consapevolezza che, anche grazie a collaborazioni multidisciplinari, abbiamo acquisito dell’importanza di riuscire a sfruttare in modo sostenibile le risorse degli ambienti marini – ha spiegato la professoressa Petrioli a Giornalettismo -. Perché noi tendiamo a sfruttare le risorse del mondo che conosciamo, ma gli ambienti marini coprono oltre due terzi della superficie terrestre. Se si pensa, per esempio, all’ambito dello sviluppo delle energie rinnovabili, anche nella Commissione Europea c’è grandissima attenzione per un uso delle rinnovabili in ambiente offshore, magari con approcci che prevedono un’integrazione». Parliamo, tra i tanti temi concreti in cui si sviluppa questa tecnologia, anche dell’acquacoltura. E non solo per quel che riguarda le specie animali, ma anche nel restante ecosistema che fornisce (e potrebbe fornire ancor di più) risorse utili per l’ambito medico (le alghe, per fare un esempio).

Perché la vita sul pianeta terra non può non passare dal mare. Come ha sottolineato la professoressa Petrioli, ci sono molte risorse che per impedimenti tecnici non sono rintracciabili e analizzabili. E, considerando che fin dai tempi della Pangea e della Pantalassa studiate nelle scuole, buona parte del nostro Pianeta sia sommersa da quell’acqua salata che da una parte protegge l’ecosistema sottomarino, ma dall’altro impedisce il suo studio. E Wsense va proprio in questa direzione, ma con un’etica ecologica che punta, prima di tutto al rispetto dell’ambiente.

Wsense, la startup italiana per il Wi-Fi nel mare

Ricerca, studio, ecologia ed economia. Perché la Blue Economy, che viaggia di pari passo e si incrocia con la Green Economy, è il futuro del pianeta. «Si tratta di un settore importantissimo sia a livello strategico che economico – ci spiega Chiara Petrioli -. Perché il mondo sottomarino, oltre a essere un ambiente affascinante, è fondamentale anche per quel che riguarda le risorse sostenibili». Ma l’economia, anche se rappresenta molto, non è tutto: «Attraverso lo studio delle cose sottomarine si possono valutare anche i rischi ambientali, anche quelli del climate change. Fino a poco tempo fa, infatti, il monitoraggio avveniva solo attraverso sistemi cablati che, oltre ad avere costi molto alti (serve una piattaforma in superficie, una nave per esempio, che oltre a provocare un grande dispendio di soldi è anche poco sostenibile a livello ambientale, ndr) avevano limitate capacità di esplorazione, proprio per la loro natura collegata (via cavo).

L’internet delle cose sottomarine

Invece, WSense con le loro reti di sensori, riescono a superare tutti questi limiti, offrendo una ‘fotografia’ delle cose sottomarine. Con tante declinazioni. Parliamo di acquacoltura. E non solo.

Perché c’è un altro settore che la professoressa Petrioli ha voluto sottolineare: «Con una tecnologia wireless come quella che abbiamo realizzato con Wsense dopo anni di studi e ricerche, si riesce a mettere in sicurezza anche il settore del diving: sia quello amatoriale, sia quello professionale. Tablet, smartwatch e altri dispositivi possono entrare in comunicazione tra loro anche nella profondità dei fondali marini garantendo una maggiore sicurezza». Un esempio, infatti, è la comunicazione istantanea (via messaggistica) tra i diver che, con questa tecnologia, non dovranno più comunicare a gesti sott’acqua (o inviare messaggi poco chiari in superficie in caso di pericolo). E con la geolocalizzazione si fortifica anche la possibilità di soccorso in caso di problemi.

Il futuro e l’Italia

Piccolo passi verso un futuro, anche nel mondo inesplorato marino. Wsense gode di grande credito a livello mondiale, con molte soluzione brevettate nel Nord Europa (soprattutto nell’ambito dell’acquacoltura), negli Stati Uniti e in Israele dove, per esempio, sono stati fatti ritrovamenti archeologici di storica importanza a Cesarea. E ora tocca all’Italia e noi di Giornalettismo facciamo da megafono alle parole della professoressa Chiara Petrioli: abbiamo una startup italiana, tra l’altro nata da uno spinoff universitario, in grado di dare una forte spinta alla Blue e alla Green Economy. È il caso di aprire gli occhi e iniziare l’immersione. Perché il futuro è già domani.

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