Il tribunale di Varese dice che Facebook è legittimato a rimuovere post no-vax se diffondono fake news sanitarie

Il discrimine rispetto ad altre decisioni giudiziarie italiane in difesa degli utenti sarebbe rappresentato dalla situazione di emergenza che si configura in questo caso

08/09/2022 di Redazione

C’è una differenza sostanziale tra questa decisione del tribunale di Varese e quelle che hanno caratterizzato, fino a questo momento, il rapporto tra la piattaforma Facebook e gli utenti i cui contenuti vengono rimossi dalla stessa. Mentre la giurisprudenza italiana, tendenzialmente, punta a tutelare l’utente e la sua libera espressione, nel caso di una donna che aveva pubblicato contenuti no-vax, il giudice ha dato ragione alla piattaforma di Mark Zuckerberg. Le condizioni contrattuali di Facebook con i suoi utenti, secondo il tribunale di Varese, non possono ritenersi vessatorie «perché possono essere ricondotte nell’alveo dell’ordinaria regolamentazione contrattuale».

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Tribunale di Varese e Facebook, la decisione contraria all’utente

Era accaduto che una donna, che poi si è rivolta al tribunale, avesse pubblicato sui propri social network dei contenuti piuttosto aggressivi sulle vaccinazioni: un video di una parlamentare che inveiva contro i vaccini anti-Covid, un invito a non sottoporsi alla vaccinazione stessa. Inoltre, questi contenuti erano stati diffusi anche all’interno di un gruppo che la diretta interessata stava amministrando. Facebook, dunque, aveva deciso di rimuovere i contenuti e di sospendere l’attività dell’utente per 30 giorni. Quest’ultima ha deciso di rivolgersi al tribunale sperando in una giurisprudenza favorevole: già in passato, infatti, la giustizia italiana – facendo leva sulla libera espressione del pensiero – aveva riabilitato quegli utenti che Facebook aveva rimosso.

Tuttavia, nel caso specifico, il tribunale di Varese ha valutato le condizioni contrattuali di Facebook, che prevedono un riferimento esplicito alla sicurezza dei contenuti, che non devono in alcun modo contrastare con la salute degli altri iscritti. Il tribunale ha ritenuto che, essendo questi elementi riportati all’interno delle condizioni di utilizzo della piattaforma, non possano essere definiti vessatori. Dunque, la sentenza è stata favorevole alla piattaforma di Mark Zuckerberg.

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