Libia, bombardato un centro detenzione migranti: almeno 40 i morti e più di 80 feriti

di Gaia Mellone | 03/07/2019

Libia, bombardato un centro detenzione migranti: almeno 40 i morti e più di 80 feriti
  • Confermato a un portavoce del governo un attacco al centro di detenzione migranti alla periferia di Tripoli

  • Sarebbero almeno 40 i morti e più di 80 i feriti

  • Il raid attribuito alle forze militari del generale Khalifa Haftar

Attacco nella notte tra martedì 2 e mercoledì 3 luglio ad un centro di detenzione di migranti nella periferia sudorientale di Tripoli in Libia. L’attacco ha mietuto 40 vittime e più di 80 feriti: si tratta del bilancio più alto riconosciuto pubblicamente di un bombardamento o raid aereo da quando tre mesi fa è cominciata l’offensiva via terra delle forze orientali fedeli a Khalifa Haftar per conquistare la capitale detenuta dal governo internazionalmente riconosciuto. L’attacco infatti è stato attribuito dal governo di Tripoli alle forze armate guidate dal generale Khalifa Haftar, che negli scorsi giorni aveva annunciato «decisivi raid aerei su postazioni selezionate» controllate dall’esercito del presidente Fayez al-Serraj. A confermare il bombardamento aereo a danno dell’edificio a Tajoura è stato il portavoce del ministero della salute del governo Malek Merset.

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Libia, bombardato un centro detenzione migranti: almeno 40 i morti e più di 80 feriti

Negli scorsi giorni Khalifa Haftar aveva preannunciato dei nuovi attacchi per indebolire il controllo delle forze del presidente Fayez al-Serraj, e infatti a lui è stato attribuito il raid aereo a Tajoura che ha portato alla distruzione di un centro di detenzione per migranti. Almeno 40 i morti e più di 80 i feriti stando alle dichiarazioni del governo di Tripoli, che recentemente aveva chiesto proprio all’Italia un aiuto. Fayez Al-Serraj si è infatti incontrato il primo luglio con Matteo Salvini a Milano chiedendo un intervento italiano per riportare la pace in Libia. Sulla linea che demarca la zona controllata da Haftar e da Serraj si trovano diversi centri di detenzione migranti, ora messi a rischio dall’escalation di violenze interne al paese, ormai riconosciuto a livello internazionale come un «porto non sicuro», anche per via delle torture e delle condizioni precarie a cui sono sottoposti i migranti.

(credits immagine di copertina. Twitter Global Issues Web)

 

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