Il cloud della PA come sfida italiana: il consorzio Italia Cloud compete con i giganti del web

Il tema principale intorno a cui ruota la nostra intervista ad Antonio Baldassarra, CEO di Seeweb, è: sarà davvero un cloud italiano?

27/08/2021 di Gianmichele Laino

Sarà davvero un cloud PA italiano? È la domanda centrale e necessaria quando si affronta il tema della nuova infrastruttura a cui tende il mondo della pubblica amministrazione italiana. Il progetto, ve lo abbiamo raccontato, sta andando avanti sotto la guida del ministro della Transizione Digitale Vittorio Colao: si attende un bando mentre, nel frattempo, si stanno raccogliendo le manifestazioni di interesse. Sui grandi media, vengono prese in considerazione le proposte di grandi players (come Tim, ad esempio, ma anche Fincantieri o Leonardo) che stanno sviluppando partnership strategiche con i giganti mondiali del web. La verità, però, è che ci sono anche delle realtà italiane – totalmente italiane – che hanno intenzione di giocare questa partita. Il consorzio Italia Cloud, ad esempio, si è fatto avanti per mettere sul tavolo le sue proposte: Seeweb, Sourcesense, Infordata, Babylon Cloud, Consorzio Eht e Netalia si sono attrezzate e stanno aprendo le loro porte ad altre imprese o settori di ricerca accademica per essere ancora più competitivi.

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Cloud PA, la sfida del consorzio Cloud Italia

«Sul tema della sicurezza dei dati vige un po’ la legge di Murphy – dice a Giornalettismo Antonio Baldassarra, CEO di Seeweb -. Se qualcuno sa di avere un vulnus dal punto di vista della sicurezza, arriverà qualcun altro che ne approfitterà, volutamente o meno. Sappiamo di avere superfici esposte che conosciamo e c’è un fronte tecnologico su cui lavorare. Non manca, però, anche il fronte strategico: nel trattare dati digitali si fa riferimento a soggetti terzi, a meno che non si utilizzino dei pizzini. Bisogna capire quanto siamo sicuri che queste informazioni restino soltanto a nostra disposizione e non a disposizione di altri; e poi che queste informazioni rimangano sempre le stesse, senza che nessuno tolga, modifichi o aggiunga altri dati. Questa situazione si amplifica quando si passa al cloud, quando si affidano questi dati a qualcun altro. Questo qualcuno è sottoposto al tema della raggiungibilità giuridica: chi è in grado di ordinare a questa persona cosa deve fare? Una cosa è che il soggetto in questione sia raggiungibile, un’altra cosa è – per fare un esempio – se decidiamo di affidare i dati alla Corea del Nord. E ciò avviene sia per un’organizzazione privata, sia per un’organizzazione pubblica, con in più il fatto che stiamo parlando di beni collettivi supremi».

Per questo motivo, dunque, nasce il consorzio Italia Cloud. Il tentativo è quello di coordinare proprio queste due esigenze: avere un soggetto che gestisca il cloud della PA che sia raggiungibile e, allo stesso tempo, proporsi come impresa di cui si possa avere totalmente fiducia:  «L’idea del consorzio Italia Cloud – continua Baldassarra – deriva innanzitutto dal fatto che non ci piaceva la narrazione del fatto che, per risolvere il problema della condivisione e della gestione dei dati della Pubblica Amministrazione, ci si dovesse per forza rivolgere a degli operatori globali. Ognuno puà decidere quello che vuole nell’ambito privato, ma nell’ambito pubblico bisogna fare delle riflessioni addizionali: è realmente vero questo postulato? In Italia ci sono tantissime aziende che si confrontano con le esigenze di mercato e in molti casi vincono anche la competizione commerciale con dei players globali. Se possiamo competere su un mercato reale, è molto strano che sia impossibile competere su un non mercato che potrebbe essere quello relativo alle esigenze della pubblica amministrazione, giusto? Partire dal postulato che per fare questo servano per forza operatori globali non è rispettoso né per le aziende italiane di questo settore, né per tutti quei soggetti che operano nel mondo della ricerca, del software, dell’università e che non sono secondi a nessuno. Sulle dimensioni delle aziende, magari, si può discutere; ma il mondo della ricerca non ha nulla da invidiare a nessuno: è veramente un’ingiustizia dire che qui c’è un gap tecnologico».

Quali sono i principali vantaggi di un cloud totalmente italiano

Del resto, avere un cloud totalmente italiano, senza il contributo di tecnologie di Paesi terzi, significa sicuramente avere dei bantaggi: «Il più grande vantaggio di un cloud italiano è che lo stato avrebbe la completa raggiungibilità normativa e investigativa su questo cloud. Se il soggetto attuatore è un soggetto straniero, questo mi farebbe stare meno tranquillo. Immaginiamo che la “chiave del vapore” sia in mano a un soggetto straniero: il solo fatto di avere la possibilità di chiudere le porte con questa chiave sarebbe uno strumento di pressione incredibile. Il secondo tema è economico. La committenza pubblica è da sempre stata un motore per le imprese e per le competenze di un Paese. Se le risorse derivate dalla committenza pubblica vengono riversate nel Paese, allora producono degli effetti positivi per la sua crescita, per le sue competenze, per le sue professionalità, riversate nel tessuto industriale in un Paese terzo producono effetti in quel Paese terzo. Non dimentichiamo, poi, che tutto questo denaro di cui stiamo parlando non è denaro gratis, ma è concettualmente debito. Ha senso fare debito se si aumentano gli effetti positivi nel Paese, ha meno senso fare debito per incrementare il pil degli altri».

Alcuni degli operatori coinvolti, secondo indiscrezioni di stampa, fanno parte del mondo delle telecomunicazioni. Ma il cloud della Pubblica Amministrazione è una materia adatta a una telco? «In base alle tradizioni di mercato no – sostiene Baldassarra -, però in linea di massima non vedo problemi: è un’applicazione pratica di tecnologie note. La telco magari non ha una solida tradizione di mercato in questo settore, ma non è detto che non possano cimentarsi nel cloud. Quando una telco, pur in presenza di applicazioni di tecnologie note, decide di affidarsi all’azienda numero tre o quattro al mondo nel settore del cloud, secondo me ha deciso un po’ di depotenziarsi». Il tema, dunque, resta sempre lo stesso: derogare a qualcuno che viene da fuori per quanto riguarda alcune funzioni che potrebbero invece essere gestite in loco.

Gli ostacoli da affrontare e la determinazione del consorzio Italia Cloud

Quella del cloud della PA è una partita molto importante, che può prevedere anche degli sbocchi imprevisti. Cosa succederebbe, ad esempio, se un operatore si presentasse con l’offerta di una infrastruttura gratuita o quasi? Secondo il CEO di Seeweb, sarebbe questo il vero ostacolo in un processo di questo tipo: «Se per prezzo di mercato – dice – intendiamo il prezzo comunemente trattato per un dato servizio, allora dico che il problema non esiste. Noi competiamo con le aziende statunitensi, addirittura con prezzi più bassi. Esiste però il tema del dumping: un campione globale potrebbe decidere, in teoria, di regalare il cloud alla pubblica amministrazione. Il costo di questo cloud è del tutto risibile per quello che è il bilancio di un campione globale e potrebbe avere anche un ritorno a livello di immagine. Noi siamo di fronte a operatori che possono permettersi di perdere 5 miliardi di dollari in un trimestre: il cloud potrebbe arrivare a costare, volendo esagerare, un miliardo di dollari. Secondo lei, il player in questione avrebbe problemi a regalare questo miliardo di dollari con un orizzonte di 5-10 anni davanti? Ma non serve andare troppo avanti con le ipotesi. Quando c’è stata l’emergenza della didattica a distanza, qualche player globale ha regalato i servizi di videoconferenze per tutte le scuole, sottraendolo al mercato. È stato un affare per il Paese? Non è scontato».

Così come non è scontata – nonostante sulla stampa siano uscite indicazioni solo a senso unico sui possibili attori protagonisti del futuro cloud della PA – la partita dell’assegnazione dell’infrastruttura: «Il cloud della PA – conclude Baldassarra – è assolutamente una questione aperta, perché ho fiducia personale e professionale sia nel ministro della Transizione digitale, sia nel primo ministro. Del resto, le informazioni formali dal punto di vista governativo al momento non sono tantissime e i pronunciamenti pubblici si contano sulle dita di una mano e sono molto istituzionali. Gli operatori globali hanno degli interessi molto alti ed è chiaro che vogliono giocare la loro partita, ma noi saremo pronti a mettere in campo le nostre competenze per provare a dire la nostra».

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