Napolitano torna in Senato (e con lui anche gli insulti in rete)

di Redazione | 16/10/2018

ritorno Napolitano

Giorgio Napolitano è tornato a sedersi nell’aula del Senato a sei mesi di distanza dall’intervento al cuore dell’aprile scorso, resosi necessario in seguito al malore che lo ha colpito. L’ex presidente della Repubblica – ora senatore a vita – è rientrato a Palazzo Madama. Il suo attaccamento alla vita istituzionale e alla politica italiana dovrebbe essere un monito e un esempio per tutti.

Ritorno Napolitano, il video di Repubblica TV

La presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati ha salutato il rientro in aula di Napolitano, sottolineando l’importanza anche simbolica del suo gesto. Accoglienza piuttosto fredda da parte dei banchi del governo: il presidente Giuseppe Conte e gli altri ministri hanno masticato qualche applauso al momento del saluto della presidente del Senato. Ben più calorosa, invece, è stata l’accoglienza dell’emiciclo. Diversi esponenti del Partito Democratico (con Matteo Renzi in testa) e di altri gruppi parlamentari si sono avvicinati a Napolitano per chiedere personalmente informazioni sul suo stato di salute.

Gli insulti per il ritorno in pubblico di Giorgio Napolitano

Tuttavia, il semplice fatto che Giorgio Napolitano sia rientrato in aula (con il normale seguito di articoli e video che hanno documentato l’accaduto) non ha fatto altro che rinverdire antichi odi, specialmente in rete. C’è chi ricorda la sua «pensione» a carico degli italiani, c’è chi invece gli augura una morte tremenda, con tanto di pene dell’inferno annesse.

ritorno Napolitano

Anche in occasione del suo malore nello scorso mese di aprile ci fu un deprecabile coro di insulti nei confronti del presidente emerito, una delle figure politiche bersaglio più colpito da parte degli haters del web. Qualche ora prima della pubblica apparizione di Giorgio Napolitano in Senato, anche Beppe Grillo ha voluto condividere un vecchio articolo del blog, datato 2014, in cui affermava che il presidente emerito della Repubblica «non si sarebbe dovuto dimettere, ma si sarebbe dovuto costituire». Un caso?

FOTO: ANSA/ANGELO CARCONI