In Corea del Sud c’è un allarme «un po’ porno». Colpa dell’invasione delle spy cam in bagni e spogliatoi

di Enzo Boldi | 03/08/2018

Corea del porno

C’è un’invasione nella Corea del Sud. È quella delle spy cam, telecamere nascoste all’interno dei bagni pubblici per filmare donne – talvolta anche uomini – nei loro momenti più intimi. «Il paese è in preda a quella che è stata descritta come un’epidemia di telecamere spia», spiega la giornalista londinese della Bcc Laura Bicker.

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Un fenomeno che è diventato un vero e proprio allarme negli ultimi anni, con un’escalation preoccupante di video pubblicati sui più svariati siti in cui vengono immortalate alcune donne all’interno dei bagni pubblici di Seul e della altre città coreane. «Controlla che non ci sia una telecamera», è l’avviso più ricorrente che le donne si scambiano prima di entrare in una toilette. Non solo bagni pubblici. Il fenomeno spy cam in Corea del Sud, si è diffuso anche nei camerini dei negozi e negli spogliatoi di piscine e palestre. I casi, sono negli ultimi 12 mesi, sono stati superiori a 6mila e l’80% delle vittime sono donne.

Corea del porno, escalation di spy cam nei bagni pubblici

La Bcc ha intervistato una donna che ha deciso di raccontare la sua storia di intimità violata, rimanendo però anonima. «Ero al ristorante e mi sono accorta che l’uomo che era con me stava registrando con il suo telefono da sotto il tavolo. Me ne sono accorta – ha raccontato la donna -, gli ho preso il cellulare e ho visto le mie immagini su una chat, commentate da altri uomini».  Intimità violata, ma l’uomo non è stato mai condannato. «Nella stazione di polizia, quando sono andata a denunciare il fatto – ha proseguito la donna alla BCC – mi sentivo sola. Pensavo a cosa potesse pensare l’agente di polizia, se magari fosse stata colpa mia e dei miei vestiti. Sentivo che tutti gli uomini mi guardavano come se fossi un pezzo di carne o un oggetto sessuale».

Corea del porno, il Paese al centro di un vero e proprio allarme sociale

In Corea del Sud il problema è sempre più diffuso, ma le autorità stanno lavorando affinché i siti che diffondono questi materiali siano chiusi. Come fatto con il portale Soranet, che aveva più di un milione di utenti e ospitava migliaia di video catturati – in bagni e spogliatoi – e condivisi senza il consenso delle donne. Alcune delle donne che apparse in quei video si sono tolte la vita.