The Social Dilemma, quasi ovvio

La recensione del più illuminante documentario di Netflix degli ultimi tempi

23/09/2020 di Matteo Forte

The social dilemma

È uscito sulla piattaforma OTT The Social Dilemma, una docufiction d’informazione più simile a un manifesto politico, diretta da Jeff Orlowski. Un nuovo livello di consapevolezza, un orizzonte ampio da cui partire per migliorare il nostro rapporto con la tecnologia e – ovviamente – con i social network.

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Cos’è The Social dilemma

Ci sono ex Facebook, ex Google, ex Nvidia (ve la ricordate? La potente accelerazione grafica?), ex Twitter, ex Pinterest. Per i complottisti: sì, non c’è nessun ex Apple, ma per chi ha intenzione di vederselo e conosce qualcosa delle politiche industriali dei grandi gruppi digital americani sarà molto chiaro il perché (aiutino: Apple ha una politica diversa in materia di privacy e di business model, incentrata sull’oggetto e sulle revenue dirette, non indirette come la compravendita di dati e/o influenza). Tutti questi ex sono stati intervistati. In mezzo, un po’ di stucchevole fiction che va tanto di moda. Possiamo dire che ci vanno giù pesante e attorno a sé sembrano voler costruire una vera e propria community: sui social, però. Vabbè.

Il manifesto politico di quest’opera pone l’attenzione sul tempo trascorso dalle persone sui social, un tempo sempre più stritolato nell’inconsapevole, e spesso frustante, utilizzo della dopamina. Il documentario mette in risalto il tempo medio che ognuno di noi passa davanti al cellulare, sottolinea la depressione (specialmente nelle fasce sensibili della popolazione giovanile) ed evidenzia molte (non tutte) tecniche di persuasione alla condivisione, alla gestione dell’argomento. Oltre a far emergere i danni spesso fisici (rivolte e manifestazioni violente) che queste influenze pilotate generano.
Si spazia dal principio della negazione di noi stessi, spesso legato al fingersi qualcun altro o all’inseguire canoni distorti, alla subalternità delle scelte di manager che vogliono avere più iscritti e reactions, a tutti i costi.  Tutti i costi – se vedrete il documentario – è veramente un “a tutti i costi”.

Perché The Social Dilemma è una chiamata alle armi

I social network – ma anche Gmail, il servizio di Google che gestisce la posta elettronica – vengono presentati come strumenti utili, innegabilmente parte di questa nuova società, ma senza regolamentazione. Una legalità senza giurisdizione, che permette oggi uno scempio di dati, di influenze e di subalternità collettiva a un nuovo potere che si sta soltanto rinforzando, spesso a discapito anche della sovranità di paesi solidi come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e l’Italia stessa.

Per chi, come me, ha vissuto gli anni ’90 dietro a un codice php o a uno script Perl, si tratta di cose normali da comprendere, basate su dinamiche fuori controllo tra borsa, utenti, big data e voglia di pilotare il mondo attraverso un velo mediatico SOGGETTIVO chiamato algoritmo. Per chi invece s è formato, è cresciuto, è nato in un’epoca già con le icone (sì, prima degli anni ’90 si lavorava al computer scrivendo da una riga di comando), è tutto molto più complesso da capire. Noi, quelli nati negli anni ’80, saremo l’ultima generazione a capire come si viveva prima e a determinare, quindi, la linea di confine tra il bene il male. Una chiamata alle armi per chi si è rotto le palle di un mondo fatto così, con questa tecnologia diversa da un servizio per cui sono disponibile a pagare.

Disarmante, preoccupante, chiaro, efficace, ogni tanto insistente, ma sicuramente consigliato a tutti: questo prodotto è un sassolino che può dare inizio a una valanga se tutti noi (almeno chi è nato negli anni ’80), con uno spirito di libertà e di consapevolezza, iniziassimo a condividerlo. Mi raccomando, non sui social, ma come facevamo una volta.

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