Cosa vuol dire che un social network è decentralizzato?

Se ne parla da anni e alcuni progetti sono stati portati avanti con un successo relativo (almeno in termini di appeal per la stragrande maggioranza del pubblico). Ma il futuro ideale sembrano essere le piattaforme basate sulla tecnologia blockchain

01/02/2023 di Enzo Boldi

Il punto di partenza deve necessariamente essere lo stesso del punto di arrivo. Questo è il principio alla base di una piattaforma di social network decentralizzato, progetto su cui moltissimi sviluppatori (nel corso degli ultimi anni) e imprenditori hanno investito tempo e denaro. Un internet differente, un ecosistema in cui l’utente non deve dipendere più da “terzi” per la gestione, l’amministrazione e l’archiviazione dei propri dati. Un mondo online in cui ognuno è responsabile di quel che dice, scrive e fa. Tutto basato sulla tecnologia blockchain su cui si basano numerosi protocolli liberi presenti in rete. Come Nostr che, nelle ultime settimane, ha permesso la “costruzione” di alcune piattaforme destinate a fare concorrenza (magari non ora, ma in futuro) a un gigante come Twitter.

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La storia del social network decentralizzato parte dall’anno 2019 e vede due grandi protagonisti. Da una parte Jack Dorsey (già creatore di Twitter) che nel dicembre di quell’anno annunciò l’inizio di una valutazione per ridurre la “centralizzazione” del suo social network.

Dall’altra l’imprenditore americano Frank McCourt che, sempre in quell’anno, investì in un team in grado di realizzare prima un protocollo libero e poi una piattaforma basata proprio su di esso. Parliamo del cosiddetto Decentralized Social Networking Protocol (DSNP) e della realizzazione di Liberty Project, lanciata nel 2021.

Social network decentralizzato, cosa vuol dire

Ma di cosa stiamo parlando? Quando si parla di social network decentralizzato deve saltare all’occhio la differenza con quelli che, con il passare del tempo, sono diventati sempre più “centralizzati“. In particolare, il riferimento non è solamente alla “libertà di espressione del pensiero” (che diventa una conseguenza alla base del principio base dei vari protocolli attivi e utilizzabili da chi sviluppa piattaforme), ma alla tecnologia blockchain che consente a queste piattaforme di non dover dipendere da server “centrali” per l’archiviazione dei dati. Questo vuol dire tanto e mostra tutte le differenze specifiche tra i due “prodotti”: nei social decentralizzati, l’utente ha l’onore e l’onere della gestione dei propri dati personali che vengono archiviati non su server localizzati in Paesi terzi (e quindi in linea con le leggi, per esempio quelle europee del GDPR) o di proprietà di un’azienda. Ed è questa la vera svolta che, ovviamente, va presa con le pinse. Perché l’auto-gestione potrebbe provocare un comportamento sbagliato dell’utente stesso che, affidandosi a server gratuiti, potrebbe comunque incorrere nelle violazioni prescritte dal Garante per la protezione dei dati personali.

I pregi di queste piattaforme

Dati e non solo. Perché anche il non essere “centralizzato” permette di evitare down generalizzati a livello globale. A differenza di Instagram, Facebook, Twitter e TikTok (solo per citare le piattaforme più utilizzate in Italia), una social network decentralizzato esistono attraverso una rete peer-to-peer (con i protocolli SSb e Aether): i nodi di collegamento non sussistono sotto un’egida gerarchizzata dipendente da un client o da un server fisso. Cosa vuol dire ciò? Che essendoci la possibilità di passare liberamente da un nodo all’altro, si evita il rischio di un “guasto” e, quindi, di un malfunzionamento in grado di impedire errori e guasti. A tutto ciò si somma, seguendo la tecnologia blockchain (e per questo le piattaforme di questo tipo sono molto in voga tra chi si occupa di criptovalute), il rischio infinitamente maggiore di una perdita o una fuga di dati. Dunque, possiamo riassumere così i pregi di questi social:

  • Non ci può essere censura o ban;
  • Minore possibilità di esposizione a guasti o interruzioni di servizio sfruttando le caratteristiche delle reti peer-to-peer;
  • Elevata protezione della privacy, gestita individualmente da ogni singolo utente e non da parte delle aziende;
  • Iscrizione senza dover fornire dati sensibili e personali.

Dunque, questa sembra poter essere la strada tracciata (ma anche futura e futuribile) per i social network. Scardinati dai vecchi modelli centralizzati che hanno dato vita a scandali come quelli di Cambridge Analytica. Sempre più liberi e senza censura. Anche se, su quest’ultimo punto, occorre sottolineare che le responsabilità individuali di quel che si dice/scrive/pubblica restano intatte. Perché l’unico limite a questo diritto è l’infrangimento dei diritti altrui.

 

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