Violenze della polizia sui neri, la Nba rinvia le partite

Dopo i fatti di Kenosha i Milwaukee Bucks hanno deciso di non giocare gara 5 contro i Magic e subito gran parte delle squadre ha aderito alla protesta obbligando la Lega a posticipare il turno

27/08/2020 di Redazione

Protesta nella Nba per i fatti di Kenosha. Dopo i recenti sviluppi nella cittadina del Wisconsin, da tre giorni sconvolta dalle proteste dopo la pubblicazione del video che mostra un poliziotto sparare sette colpi alla schiena del 29enne afroamericano Jacob Blake mentre risaliva sulla propria auto, i Milwaukee Bucks hanno infatti deciso di non scendere in campo per gara 5 della sfida contro gli Orlando Magic. Una scelta che ha creato un effetto domino nella lega, con i principali giocatori che hanno subito seguito l’esempio di Antetokoumpo e compagni obbligando di fatto la Nba a rinviare le gare in programma mercoledì.

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Come nasce la protesta della Nba

A far precipitare una situazione già piuttosto precaria è stata la notizia della morte di due manifestanti per le quali è stato arrestato il 17enne Kyle Rittenhouse, un ragazzo arrivato nella cittadina del Wisconsin dall’Illinois con una milizia reclutata su Facebook proprio per bloccare le proteste in cors oda tre giorni contro le violenze della polizia su afroamericani e altre minoranze. Rittenhouse, che è stato accusato di omicidio, è stato ripreso più volte con il suo fucile AR-15 mentre fuggiva dal luogo degli spari e, più tardi, mentre camminava tranquillo verso gli agenti di polizia. Immagini che hanno scatenato il pandemonio sulla rete, facendo salire ulteriormente la tensione sulla questione razziale negli Stati Uniti, già esplosa nelle scorse settimane dopo la morte di George Floyd durante un arresto e col caso, ancora senza arresti, di Breonna Taylor.

La protesta nella Nba: le reazioni dei campioni

I primi a reagire alla situazione sono stati i Milwaukee Bucks, che venendo dal Wisconsin hanno reagito immediatamente alle ultime notizie e anzi, dopo aver deciso che non sarebbero scesi in campo, mentre gli Orlando Magic lasciavano il palazzetto, si sono chiusi nello spogliatoio cercando di contattare l’Attorney general dello Stato per poi uscire e leggere un comunicato in cui chiedono alle istituzioni di porre rimedio al razzismo sistemico che continua ad opprimere gli afroamericani e le altre minoranze.

La decisione di Giannis e compagni, che arriva a quattro anni esatti dalla prima volta che Colin Kaepernick si inginocchiò durante l’inno per protestare contro le violenze della polizia, ha subito creato un effetto domino, convincendo anche grandi campioni come LeBron James, Pascal Siakam e altri a prendere posizione. E così nel giro di poche ore mentre i giocatori dei Toronto Raptors e dei Boston Celtics si incontravano per trovare rimandare l’inizio della serie previsto per giovedì, quelli di Oklahoma e Houston facevano altrettanto e anche i Lakers dicevano di non essere disposti a giocare. Prese di posizione che hanno di fatto costretto la Nba a rinviare le gare previste per mercoledì, e che secondo qualche esperto potrebbe essere stata la pietra tombale sulla stagione. Anche perché le tensioni razziali negli Stati Uniti sembrano ben lontane dallo spegnersi. Anzi.

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