Meluzzi condivide la (falsa) storia della ‘messinscena’ dell’uccisione di George Floyd

11/06/2020 di Enzo Boldi

Psichiatra, saggista religioso, politico italiano e criminologo. Questo recita la piccola biografia di Alessandro Meluzzi su Wikipedia. Un esperto dell’analisi del crimine che, però, si fida delle bufale che circolano sui social e continua a condividerle dandole per assodata verità. Era già accaduto poche settimane fa, quando sul suo attivissimo profilo Twitter aveva condiviso (e poi rimosso) la foto fake di Silvia Romano al mare nel periodo in cui era sotto sequestro in Kenya. Poco prima, aveva detto in diretta televisiva che c’era un complotto per non parlare dell’efficacia dell’idrossicolorichina perché funzionava contro il Coronavirus ma costava troppo poco. Oggi, però, lo psichiatra dei salotti Mediaset (ospite fisso di Quarto Grado con comparsate anche in altre trasmissioni politiche), si è superato condividendo il complotto su George Floyd non è morto.

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Sul profilo Twitter di Alessandro Meluzzi è, infatti, comparsa una foto che ammicca a un presunto complotto dietro la morte di George Floyd. Quel post parla di una messa in scena, sostiene che l’afroamericano ucciso a Minneapolis lo scorso 25 maggio non sia mai morto e che – addirittura – il poliziotto in questione sarebbe un attore: Benjamin Ray Bailey.

George Floyd non è morto, la bufala complottista

Purtroppo, però, George Floyd è molto realmente. Schiacciato e soffocato dal peso del corpo (attraverso il ginocchio sul collo) dell’agente di Polizia di Minneapolis Derek Chauvin. Lo dicono le indagini, lo dicono gli arresti dei quattro agenti. Lo dice la cauzione da 750mila dollari pagata da uno degli indagati – per concorso in omicidio – pagata nelle scorse ore per uscire dal carcere. E, cosa principale, lo dice l’autopsia.

I complottisti si mettano l’anima in pace e rispettino il dolore di chi ha perso un padre, un marito e un parente dopo un atto così violento da parte della polizia. Così come gli psichiatri, saggisti religiosi, politici e criminologi che condividono sui loro canali social queste boutade. Perché, spesso e volentieri, ‘un bel tacer non fu mai scritto’.

(foto di copertina: da Twitter)

 

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