Il pasticcio delle regioni nella trasmissione dei dati del contagio non promette nulla di buono

di Gianmichele Laino | 23/05/2020

dati falsi regioni
  • I dati che arrivano dalle regioni non rispondono a criteri univoci

  • Cosa sta succedendo tra i vari territori italiani e perché la ripartenza non è attendibile in questo modo

  • Il rischio del caos potrebbe essere concreto

Nino Cartabellotta della Fondazione Gimbe lo sta ripetendo da mesi, da quando è iniziata la conta quotidiana dei casi di coronavirus in Italia. C’è qualcosa che non torna, più di qualcosa, nei dati che le regioni trasmettono quotidianamente e che determinano il monitoraggio dell’epidemia a livello centrale. Dati falsi regioni? Semplicemente errori di trasmissione? Pochi strumenti a disposizione per fornire i numeri corretti e che servirebbero al governo per strutturare una riapertura con criterio? Probabilmente c’è di tutto, in un mix che – da questo momento in poi – potrebbe essere molto rischioso per il Paese, perché porterebbe inevitabilmente a decisioni sbagliate.

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Dati falsi regioni, cosa sta succedendo: i timori degli esperti

Innanzitutto, c’è un criterio molto semplice che deve essere preso in considerazione: se sono le regioni che devono trasmettere i dati che determineranno la loro ripartenza, è quantomeno intuibile che tenderanno a dare delle risposte rassicuranti, sia per evitare di restare indietro rispetto ad altri territori italiani, sia per evidenziare o nascondere elementi della gestione politica e amministrativa dell’emergenza a livello regionale.

Esempi? A bizzeffe. Non è un caso che in Lombardia, ad esempio, non si sia mai fatta una vera e propria distinzione tra i dimessi dagli ospedali e le persone realmente guarite dal coronavirus: come si conteggia il numero dei guariti? Qual è il dato vero dei pazienti non più positivi al Covid? In quel dato rientrano anche le persone che, per sintomi più lievi, vengono dimessi dagli ospedali ma devono ancora terminare di combattere la loro battaglia con il virus?

Altro esempio: nella provincia autonoma di Trento, soltanto a fine aprile, il rapporto tra positivi e tamponi effettuati faceva registrare un pericoloso 4%. Nel giro di due settimane il rapporto scendeva allo 0,14%. Quasi annullato. Il problema stava all’origine: alcuni errori di calcolo avevano permesso la trasmissione di un dato scorretto.

Dati falsi regioni e comunicazioni non sempre attendibili

Lo stesso vale per la regione Marche che ha iniziato a conteggiare arbitrariamente, da un momento all’altro, soltanto i casi sintomatici. Ma, come sappiamo bene, sono proprio gli asintomatici positivi le persone che maggiormente rischiano di contagiare gli altri e di far partire nuovi focolai. Per non parlare del numero dei tamponi: in alcune regioni se ne fanno meno per avere meno possibilità di ‘incontrare’ pazienti positivi al coronavirus.

In queste condizioni, sottolineano gli esperti, non è possibile contare su dati precisi per poter organizzare una ripartenza sicura per tutto il territorio italiano. Con il lockdown ci è andata bene: tutti restavano nelle proprie abitazioni, a prescindere dai dati. Adesso che questi sono fondamentali per misurare le diverse reazioni del Paese alla ripresa delle attività, scopriamo tutti i limiti dei sistemi di tracciamento delle regioni. Ed è un grosso problema.