Referendum costituzionale 2016: quando, come si vota e i sondaggi sulla riforma del Senato

Referendum costituzionale 2016

Referendum costituzionale 2016: le notizie sul voto sulla riforma del Senato e del titolo V della Costituzione. Cosa cambia, quando si vota e come, le posizioni dei partiti, il quesito, i sondaggi su un risultato mai così incerto

REFERENDUM COSTITUZIONALE 2016

Dove fallì il governo Berlusconi, ritenterà Matteo Renzi. Dieci anni dopo la bocciatura elettorale della devolution e delle riforme del centrodestra, sarà il referendum costituzionale 2016 il passaggio cruciale della legislatura.

 

 

Sarà l’ultima tappa, quella decisiva, di un percorso durato oltre due anni per il disegno di legge Boschi. Forgiato con la storica rielezione al Colle di Giorgio Napolitano, vero regista delle riforme. Ma nato tra le stanze del Nazareno. Lì, nella sede del Partito democratico, Renzi e il Cav siglarono un accordo storico per riformare le istituzioni e approvare la nuova legge elettorale. Un’intesa poi strappata nei giorni dell’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale. Con la stessa Forza Italia che oggi bolla come “deriva autoritaria” quelle stesse riforme che aveva approvato in Parlamento.

Numeri alla mano, poco è cambiato. Almeno in Aula. Perché è stata l’intesa tra Pd, Ncd, centristi e transfughi del berlusconismo, con l’Ala di Denis Verdini decisiva, a blindare le riforme costituzionali. Approvate in via definitiva, dopo sei passaggi parlamentari tra Camera e Senato, con le opposizioni fuori dall’Aula e le accuse al governo di aver cambiato la Costituzione «a colpi di maggioranza».

REFERENDUM COSTITUZIONALE: IL PD DIVISO SUL VOTO

Polemiche incrociate che si trascineranno fino al voto del referendum. Previsto per il 27 novembre o, al più tardi, il 4 dicembre, ma dalla data ancora non ufficiale, in attesa che il governo decida in Consiglio dei ministri, dopo il via libera arrivato dalla Cassazione. Eppure la campagna elettorale è già iniziata da mesi, con i sondaggi ancora in equilibrio tra i due fronti del “” e del “no“. Sarà quasi una sfida personale per Matteo Renzi, al di là del cambio di tono di Palazzo Chigi dopo i risultati modesti del Pd alle Amministrative e le polemiche sulla personalizzazione del voto. Perché, ne è consapevole il premier, la consultazione sarà uno spartiacque per il Paese. Al di là del verdetto finale. Dopo decenni di tentativi falliti, bicamerali naufragate e flop elettorali, rivendicano il premier, il Pd e le forze della maggioranza, in gioco c’è lo stesso futuro delle istituzioni.

Non è un caso che Renzi abbia per mesi legato il verdetto al suo stesso incarico: «Se perdo, lascio». Tradotto, indietro non si torna, nella mente del presidente del Consiglio. Quasi un azzardo, per il rischio di compattare le opposizioni in chiave antirenzista, al di là dei contenuti delle stesse riforme. Non a caso “smorzato” in corsa, nel tentativo di spersonalizzare la consultazione, dietro le consulenze comunicative di Jim Messina, il guru americano che già spinse Barack Obama alla riconferma nelle presidenziali 2012. E al quale Renzi ha affidato la strategia comunicativa referendaria. È cambiato il linguaggio, non la sostanza del messaggio renziano. Perché nella narrazione di Palazzo Chigi la sfida resta quella tra gli innovatori del «» contro i «conservatori del no». Con o contro il governo. La stessa Boschi ha provocato le opposizioni: «Chi propone il no butta via due anni di lavoro. Vuol dire non rispettare il lavoro che il Parlamento ha fatto: sei votazioni con maggioranze che hanno sfiorato il 60%».

Una linea comunicativa contestata dal fronte eterogeneo delle opposizioni, dal M5S al centrodestra, fino a Sinistra italiana. Ma indigesta anche per la stessa minoranza del Partito democratico, ancora ambigua sul sostegno al referendum. Tra i big, soltanto l’ex premier Massimo D’Alema si è già schierato contro, lanciando il comitato del “centrosinistra per il No”: «Non vogliamo dividere il Pd. Ma una vittoria del No segnerebbe la fine del Partito della Nazione renziano», ha attaccato l’ex premier dal Cinema Farnese.

«Vuole soltanto abbattere Renzi», è la replica unanime dei vertici. Trame smentite dal vecchio Lider Maximo: «Non cerco poltrone: mi sono dimesso da premier dopo aver perso elezioni in modo assai meno catastrofico di come le ha perse Renzi, non mi sono ricandidato in Parlamento, mi sono trovato un lavoro per conto mio. Non voglio nessun incarico ma pretendo di battermi nelle cose in cui credo».

Stessa posizione di altri dieci parlamentari dem, tra filo-bersaniani, bindiani ed ex civatiani, che hanno dichiarato che voteranno “no” al referendum costituzionale 2016. Ovvero, i senatori Paolo Corsini, Nerina Dirindin, Luigi Manconi, Claudio Micheloni,  Massimo Mucchetti, Lucrezia Ricchiuti e Walter Tocci (l’unico che aveva già aveva votato contro il ddl Boschi), i deputati Luisa BossaAngelo Capodicasa e il prodiano Franco Monaco.

Una piccola fronda che potrebbe però crescere non appena Sinistra dem di Gianni Cuperlo e soprattutto la corrente Sinistra Riformista di Bersani e Speranza scioglieranno le loro riserve, dopo aver tentato (invano) di far passare in Direzione nazionale una mozione per garantire “pari dignità” nel partito anche alla posizione del “no”. Bocciata dai vertici. Ora anche la vecchia Ditta è vicina ad ufficializzare il suo “No” al referendum costituzionale 2016. Aveva preso tempo Bersani, non accodandosi alle posizioni incendiarie dalemiane. In attesa di un segnale di “unità” dal premier e segretario, dal comizio di chiusura a Catania della Festa nazionale dell’Unità. Ma non è arrivato. E ora lo stesso Bersani, ai microfoni di Giornalettismo, ha avvertito il segretario sullo strappo imminente: «Se si votasse domani, voterei no».

REFERENDUM COSTITUZIONALE 2016 E ITALICUM: UNA PARTITA INCROCIATA

Chiaro che la partita del referendum sia legata con quella dell’Italicum. Non è un un caso che l’obiettivo della vecchia Ditta bersaniana, condiviso da quasi tutto l’arco parlamentare, da pezzi della maggioranza renziana (Franceschini su tutti) e ora pure dall’ex capo dello Stato Giorgio Napolitano, resti quello di modificare la legge elettorale a doppio turno e premio di coalizione assegnato alla lista. Il motivo? Se collegata al disegno di legge Boschi-Renzi, creerebbe per la sinistra dem non poche storture all’assetto istituzionale. «Il combinato disposto tra norme costituzionali e legge elettorale rompe e deforma l’equilibrio democratico», rivendicano da tempo lo stesso ex segretario dem Pier Luigi Bersani e la minoranza che punta a candidare Roberto Speranza al prossimo Congresso Pd.

Pressioni e richieste sulle quali, almeno per ora, Renzi si sbilancia poco. Certo, quell’Italicum voluto dal premier sull’onda del 41% alle Europee sembra oggi una legge perfetta per il M5S. Ma Renzi ha più volte blindato la legge, tanto che da Palazzo Chigi le aperture sono rimaste timide. Potrà cambiare, ma soltanto se sarà il Parlamento a trovare un’intesa e una nuova maggioranza. E non certo prima del referendum. Lo dimostra anche la mozione della maggioranza approvata a Montecitorio, ancora vaga su tempi e possibili modifiche. Basta leggere il testo:

«La Camera si impegna ad avviare, nelle sedi competenti, una discussione sulla legge 6 maggio 2015, n. 52, al fine di consentire ai diversi gruppi parlamentari di esplicitare le proprie eventuali proposte di modifica della legge elettorale attualmente vigente e valutare la possibile convergenza sulle suddette proposte».

Per ora, soltanto un “impegno” a trovare nuove intese, quasi tautologico. Per la minoranza bersaniana non può bastare per blindare l’unità al Nazareno. Non è un caso che in Aula la minoranza abbia scelto di non partecipare al voto. Una strategia da penultimatum, più che altro un segnale politico: «Perché non abbiamo votato contro? Per dignità e per non non rompere un filo che ancora ci può essere», rivendica Speranza. Meno oltranzista è la posizione dei cuperliani: «Votare no al referendum? Soltanto se alla mozione di maggioranza sulla legge elettorale, ancora troppo vaga, non seguisse nulla», ha chiarito a Giornalettismo Ileana Argentin. Una decisione ufficiale di tutta la minoranza non è stata ancora ufficializzata, ma un incontro dei parlamentari della sinistra dem sarà organizzato a breve.

REFERENDUM COSTITUZIONALE: SLITTA IL VERDETTO DELLA CORTE COSTITUZIONALE SULL’ITALICUM

Sul destino del referendum costituzionale 2016 poteva pesare anche un’altra variabile: l’intervento della Consulta, che doveva riunirsi il 4 ottobre per esprimersi sulla costituzionalità dell’Italicum, dopo i ricorsi sollevati dai Tribunali di Messina e Torino. Il verdetto è però stato rinviato a data da destinarsi, così com’era prevedibile. Il responso dei giudici poco prima del voto, è chiaro, rischiava di scatenare polemiche e accuse di ingerenza politica. Allo stesso tempo, la decisione offrirà più tempo alle forze politiche in Parlamento per trovare un eventuale accordo su una nuova legge.

Al di là della data slittata, l’avvocatura dello Stato chiederà alla Consulta che il ricorso sia dichiarato “inammissibile“, perché non si ravviserebbe alcuna lesione di diritti. Il motivo? Palazzo Chigi ricostruisce nelle sue memorie come l’Italicum, diventato legge nel 2015, sia entrato in vigore soltanto da luglio 2016. Tradotto, non è mai stato applicato. Al contrario, il ricorso è partito prima, nell’ottobre dello scorso anno. Lo slittamento del verdetto è una buona notizia anche per Renzi: «Bene, il referendum non riguarda la legge elettorale. Ora possiamo entrare nel merito». Chiaro che un verdetto negativo prima del voto avrebbe cambiato scenari, posizionamenti e anche i piani del premier. Perché, politicamente, referendum e legge elettorale hanno destini incrociati.

QUANDO SI VOTA PER IL REFERENDUM COSTITUZIONALE

Ma quando si voterà per il referendum costituzionale 2016? Diverse le date evocate per le urne, più volte slittate, l’unica certezza è che si dovrebbe votare «tra fine novembre e i primi di dicembre», come ha precisato lo stesso ministro Boschi. «Sarà il Consiglio dei Ministri a stabilire la data. C’è tempo fino al 13 ottobre per fissare la data del referendum che si terrà dopo 50 giorni. Credo sia più probabile a fine novembre a questo punto». Nel toto-urne, due sono rimaste le date possibile del voto: domenica 27 novembre o domenica 4 dicembre, a poche settimane dal Natale.

Con qualche giorno di anticipo rispetto alla scadenza del 15 agosto, la Cassazione ha validato le circa 580 mila firme raccolte dal Comitato per il sì. In base alle norme (la legge 352 del 1970), il referendum viene indetto con un decreto ad hoc dal presidente della Repubblica, ma su deliberazione del Consiglio dei ministri che sceglie la data. Come? Il governo ha a disposizione 60 giorni dal via libera della Cassazione per decidere la data del referendum, poi tra i 50 e i 70 giorni per celebrare la consultazione. Il Consiglio dei ministri dovrebbe riunirsi a metà 17 settembre (anche se in base alla legge può prendere tempo fino a quasi metà ottobre) per decidere la data. Tradotto, di fronte a sondaggi tutt’altro che esaltanti, il premier può sfruttare ancora qualche mese, allungando la campagna elettorale e cercando di recuperare consensi.

«I nostri comitati sono tantissimi, arrivano quasi a quota tremila», rivendica per ora il presidente del Consiglio. Comitati che hanno già superato quota di 90mila euro per le donazioni. Ma è la stessa minoranza dem ad aver attaccato il governo per non aver ancora indicato una data certa: «Sta perdendo tempo nella speranza che si rafforzino le ragioni del Sì. Ma non si è mai vista una campagna elettorale che dura sei mesi: e quella sul referendum è iniziata a giugno, prima delle amministrative», ha attaccato il senatore bersaniano Mucchetti, tra i dissidenti già schierati per il “No”. Il timore è che la stessa legge di bilancio, accusano, possa «essere asservita al referendum, pensata soltanto in funzione del consenso».

COME SI VOTA PER IL REFERENDUM COSTITUZIONALE: IL QUESITO

Al di là dell’iniziativa dei Radicali per spacchettare in più quesiti la consultazione, Renzi e il Pd, così come le opposizioni, non hanno appoggiato la proposta. E si voterà così con un unico quesito:

«Approvate il testo della legge costituzionale concernente disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta ufficiale n.88 del 15 aprile 2016?».

Referendum costituzionale 2016
Il quesito del referendum costituzionale 2016

Il quesito è stato rilanciato via Twitter dal presidente del Consiglio il 22 settembre, scatenando le polemiche delle opposizioni, perché diffuso prima di ufficializzare la data. In realtà, si tratta di polemiche infondate. Perché era già contenuto nell’ordinanza con cui la Corte suprema di Cassazione dichiarava conforme e ammetteva la richiesta di referendum, lo scorso 8 agosto.

COSA CAMBIA CON LA RIFORMA DEL SENATO E IL DDL BOSCHI

Superamento del bicameralismo paritario e trasformazione del Senato, soppressione del Cnel, revisione del titolo V della II parte della Costituzione, riforma dell’elezione del presidente della Repubblica e revisione della disciplina dei referendum e delle leggi di iniziativa popolare: sono queste le macro-aree della riforma approvata in doppia lettura alla Camera e al Senato e sulla quale saranno così chiamati a esprimersi gli italiani.

  • SUPERAMENTO DEL BICAMERALISMO PARITARIO E NUOVO SENATO

Il superamento del bicameralismo è il nodo principale della riforma, tema dibattuto e rievocato da decenni, ma mai portato a termine. Se, Costituzione alla mano, il processo legislativo prevede che tutte le leggi, ordinarie e costituzionali, siano approvate sia da Montecitorio che da Palazzo Madama, allo stesso modo come l’esecutivo deve incassare la fiducia sia dal Senato che dalla Camera, la riforma punta a superare questo assetto. Se il referendum venisse approvato dagli italiani (basta la maggioranza dei votanti, non è necessario alcun quorum, ndr), la Camera (che resta composta da 630 deputati) diventerebbe l’unico organo – di fatto – eletto dai cittadini a suffragio universale diretto. Allo stesso modo sarebbe l’unico ad avere il compito di approvare le leggi ordinarie e di bilancio e accordare la fiducia al governo. Scompare quindi la “navette“, il passaggio di legge da una Camera all’altra, simbolo del bicameralismo.

Il nuovo Senato, che si trasformerà in organo rappresentativo delle autonomie regionali, passerà da 315 senatori a 100 membri:  95 saranno scelti dai consigli regionali, che nomineranno 21 sindaci (uno per regione, ad eccezione dei due del Trentino-Alto Adige) e 74 consiglieri regionali. Resta il nodo del meccanismo dell’elezione dei futuri senatori. Un accordo raggiunto in casa Pd ha sbloccato lo stallo in Senato con la sinistra del partito: l’elezione dei nuovi membri di Palazzo Madama sarà «in conformità alle scelte espresse dagli elettori in occasione delle elezioni regionali». Un modo per “aggirare” il meccanismo di elezione indiretta e trasformare la designazione dei Consigli in una sorta di ratifica. Serve però una legge quadro nazionale, votata dal Parlamento. Una normativa che, al di là delle promesse di Palazzo Chigi e del disegno di legge presentato dalla minoranza dem, non ha ancora alcuna certezza sui tempi. Con il rischio che venga rinviata sine die. Cestinata. Resterebbe la norma transitoria: quella che prevede l’elezione da parte di ogni Consiglio regionale dei consiglieri da mandare nel nuovo Senato, tra i suoi componenti. Con buona pace della minoranza bersaniana.

Ai 95 senatori (che resteranno in carica per la durata del loro mandato di amministratori locali, ndr) si aggiungeranno anche cinque senatori nominati dal presidente della Repubblica, in carica per sette anni. La carica del senatore a vita resterà soltanto per gli ex presidenti della Repubblica: quelli attuali (Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano, Mario Monti, Carlo Rubbia, Renzo Piano ed Elena Cattaneo) restano in carica, ma non verranno sostituiti.

I senatori non saranno più pagati dal Senato. Percepiranno soltanto lo stipendio da amministratori locali. Un meccanismo che permetterà una riduzione dei costi della politica. In totale, rivendica il governo, con la riforma si prevederanno risparmi per 500 milioni di euro circa. Numeri contestati però dalle opposizioni e non solo, convinte che la riforma preveda risparmi pari soltanto al 9% circa, 57,7 milioni di euro. In una nota della stessa Ragioneria dello Stato del 28 ottobre 2014 si parla di 49 milioni dal taglio del numero dei senatori e delle relative indennità e di altri 8,7 dalla chiusura del Cnel. Nonostante dalla soppressione delle province il governo preveda di voler recuperare altri 320 milioni, nel documento si parla di cifre non quantificabili.

Ma quali saranno le competenze del nuovo Senato? Potrà esprimere pareri sui progetti di legge approvati dalla Camera e proporre modifiche entro trenta giorni dall’approvazione della legge. La Camera potrà però non accogliere gli emendamenti del Senato. Se si tratta di leggi che riguardano però competenze legislative esclusive delle Regioni o leggi di bilancio, la Camera può non tenere conto delle modifiche richieste dal Senato soltanto se a maggioranza assoluta dei deputati.

I nuovi senatori continueranno invece a partecipare anche all’elezione del presidente della Repubblica, così come in quella dei componenti del Consiglio superiore della magistratura e dei giudici della Corte costituzionale (dei 15 giudici, 3 eletti da Montecitorio e 2 da Palazzo Madama). Il nuovo Senato avrà invece competenza legislativa piena soltanto sulle leggi costituzionali e su quelle di revisione costituzionale. La funzione principale del Senato sarà però il compito di raccordo tra lo Stato e le autonomie locali, regioni e Comuni. Nel solo caso di leggi che riguardano le competenze regionali, il voto del Senato è obbligatorio.

Per quanto riguarda il nodo immunità, i nuovi senatori avranno le stesse tutele dei deputati. Niente possibilità di arresto o di venire intercettati senza l’autorizzazione preventiva del Senato.

C’è anche l’introduzione del “voto a data certa“, con il nuovo articolo 72 della Carta. Si prevede che l’esecutivo possa richiedere una via preferenziale per approvare un disegno di legge che considera «essenziale per l’attuazione del programma di governo». La Camera vota sulla richiesta del governo entro cinque giorni: se la richiesta viene accolta, dovrà concludere discussione e votazione entro 70 giorni (con una possibile proroga di 15 giorni al massimo). Non è possibile richiedere il “voto a data certa” per le leggi di competenza del Senato, quelle elettorali e di bilancio, la ratifica dei trattati internazionali e le leggi di amnistia e indulto. Vengono anche introdotti limiti al governo sui contenuti dei decreti legge.

Un altro punto riguarda l’introduzione delle “quote rosa“: all’articolo 55 si aggiunge il comma che decreta: «Le leggi che stabiliscono le modalità di elezione delle Camere promuovono l’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza». Norme che rimandano anche alle leggi elettorali già vigenti per i Consigli Regionali.

  • REVISIONE DEL TITOLO V DELLA II PARTE COSTITUZIONE

Con la riforma costituzionale si prevede una riduzione forte delle competenze delle Regioni e un tentativo di rendere più chiari i ruoli di Stato e autonomie locali. Il Titolo V della Costituzione, già riformato nel 2001 dal centrosinistra, regola questi rapporti, ma è materia che ha scatenato in passato diversi contenzioni e conflitti di competenze.  Il rischio però resta anche in futuro. Lo Stato può infatti intervenire in materia di esclusiva competenza regionale nel caso «lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale». Tra le competenze riportate allo Stato quelle su energia, infrastrutture strategiche e sistema nazionale di protezione civile.

  • SOPPRESSIONE DEL CNEL E ABOLIZIONE DELLE PROVINCE

La riforma Boschi abolisce definitivamente le Province, facendo seguito alla legge Delrio. La Repubblica sarà quindi costituita “dai Comuni, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato“.

Il vecchio articolo 99 della Costituzione viene abolito, quindi scompare il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, oggi organo «di consulenza delle Camere e del Governo» composto da 64 consiglieri tra «esperti e rappresentanti delle categorie produttive». Finora la Carta stabiliva che il Cnel avesse «iniziativa legislativa e può contribuire alla elaborazione della legislazione economica e sociale secondo i principi ed entro i limiti stabiliti dalla legge». Se passerà il referendum, sarà quindi abolito.

  • ELEZIONE DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Si modifica il meccanismo di elezione del presidente della Repubblica. Non ci sarà più il meccanismo dei grandi elettori, perché parteciperanno al voto solo deputati e senatori (e non più i 59 delegati regionali). Viene confermato il quorum delle prime tre votazioni: per l’elezione del capo dello Stato serve la maggioranza qualificata dei due terzi (ovvero il 66%). Dal quarto scrutinio in poi, invece, il quorum cambia: dal quarto al sesto serve la maggioranza di tre quinti (60%), in aumento rispetto all’attuale maggioranza assoluta (50%). Infine, dal settimo scrutinio in poi è necessaria la maggioranza di tre quinti dei votanti, invece della maggioranza degli aventi diritto. Rispetto a oggi, il capo dello Stato potrà sciogliere soltanto la Camera, non più il Senato.

Cambia anche la gerarchia delle cariche dello Stato. La seconda carica dello Stato, oggi il presidente del Senato, diventa il numero uno della Camera dei deputati.

  • DISCIPLINA DEL REFERENDUM

Cambia anche la disciplina del referendum. Per quanto riguarda quello abrogativo, il voto resta valido se partecipa il 50% degli aventi diritto, come oggi. Ma con un’eccezione. Viene introdotto un quorum minore per i referendum sui quali sono state raccolte 800mila firme anziché 500mila. In questo caso per renderlo valido basterà la metà degli elettori delle ultime elezioni politiche e non la metà degli iscritti alle liste elettorali.

Ci sono poi delle novità. Vengono introdotti il referendum propositivo e quello di indirizzo. Servirà però una legge costituzionale e poi una legge ordinaria per decidere quali siano le modalità e gli effetti di queste consultazioni.

  • LEGGI DI INIZIATIVA POPOLARE

Il disegno di legge Boschi ha cambia anche l’articolo 71 della Costituzione che disciplina le leggi di iniziativa popolare, previste dalla Carta ma storicamente ignorate dalle Camere. Salirà a 150mila il numero di firme necessarie. Ma viene inserita una garanzia affinché queste proposte siano davvero discusse e votate.

 

 

CHI VOTA SÌ AL REFERENDUM COSTITUZIONALE

Gli schieramenti in vista del referendum sono quasi definiti. I fronti del No e del sono quasi tutto schierati, con una grande eccezione. Il ruolo della sinistra bersaniana all’interno del Partito democratico. Una decisione che pesa, e non poco, sullo stesso verdetto. Perché se è vero che conteranno più le decisioni dei cittadini rispetto a quelle del ceto politico, il sostegno (in cantiere) della vecchia Ditta alle ragioni del No, seguendo la linea D’Alema, può spostare consensi. Per il Partito democratico sarebbe l’anticamera di quella scissione spesso evocata nello sfondo dell’eterno scontro tra minoranze e nuovo corso renziano.

Se il resto del Pd (renziani, franceschiniani, correnti come Rifare l’Italia del presidente del partito Matteo Orfini e Sinistra e Cambiamento del ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina) sostengono il SI, voteranno a favore anche i Socialisti di Nencini e l’Italia dei Valori. Ma non solo. A destra del Partito democratico, si schierano nel fronte del sì i centristi, con comitati congiunti, e pezzi del vecchio centrodestra berlusconiano oggi interni al governo Renzi o già tra le forze di maggioranza. Da quel che resta del Nuovo centrodestra di Angelino Alfano (seppur il partito sia ormai da mesi alla soglia dell’implosione) all’ALA dell’ex sodale del Cav, Denis Verdini. Fino al movimento Fare! del sindaco di Verona ed ex leghista Flavio Tosi, a un pezzo dell’Udc (quello del presidente D’Alia) ai Moderati di Mimmo Portas e a Scelta Civica-Cittadini per l’Italia. Partito che a sua volta ha subito una scissione, con il viceministro all’Economia Enrico Zanetti protagonista. Una stampella moderata che punta a riaggregarsi dopo la diaspora centrista. La prima tappa per Verdini & Co sarà l’adesione al comitato congiunto “Liberi sì” lanciato dall’ex presidente del Senato Marcello Pera e da Giuliano Urbani, già tra i fondatori e tessera numero 2 di Forza Italia. Il primo atto della riunificazione.

Per il sì si sono schierati anche Centro democratico-Democrazia solidale di Bruno Tabacci e Lorenzo Dellai.

Hanno votato in Parlamento a favore del disegno di legge Boschi anche i parlamentari della Svp (Südtiroler Volkspartei), la Stella Alpina che rappresenta gli interessi dei gruppi linguistici tedesco e ladino della Provincia autonoma di Bolzano. Certo, l’impianto è stato accusato di essere centralista, ma la delegazione Svp ha legato il suo voto favorevole all’inserimento della clausola di salvaguardia: gli articoli sui poteri delle Regioni non avranno valore per le autonomie speciali fino a quando non sarà attuata la modifica degli Statuti. E con l’intesa preliminare tra Stato e Provincia. Il partito è però diviso, nonostante per il presidente Arno Kompatscher abbia «ottenuto il massimo». Servirà un congresso ad hoc, di fronte al crescere dell’insofferenza interna al partito.

C’è poi la posizione più delicata dei Radicali, fortemente critici per la scelta di governo e partiti di non sostenere lo spacchettamento dei quesiti.  Insieme al Comitato per la Libertà di Voto, i Radicali hanno rivendicato l’approvazione, in vista del referendum costituzionale 2016, di un Referendum Act come «condizione minima per non rendere insostenibili gli effetti della riscrittura della Costituzione voluta dal Governo Renzi e ora sottoposta al voto popolare». Una legge che semplifichi le procedure, consenta le firme online e ampli la platea degli autenticatori, abolendo o riducendo il quorum.

CHI VOTA NO AL REFERENDUM COSTITUZIONALE

 

Anche il fronte del no al referendum sarà a dir poco eterogeneo, dato che raccoglierà tutte le opposizioni al governo Renzi, seppur con comitati separati: dal centrodestra al Movimento 5 Stelle, fino a Sinistra Italiana. In attesa che si schierino anche i bersaniani del Pd. Non è un caso che lo stesso Renzi, Boschi e il nuovo corso dem abbiano più volte attaccato quella che viene bollata come una sorta di “armata brancaleone“: «La loro è ormai una alleanza strutturata: tutti contro il governo. Sarà bello vedere insieme Salvini e Vendola, Grillo e Brunetta e Berlusconi», ha affondato la stessa ministra per le riforme.

Eppure, anche nel fronte del no le sfumature restano differenti. Soprattutto in casa centrodestra. C’è il no totale di Fratelli d’Italia, della Lega Nord di Matteo Salvini e di parte di Forza Italia, ben rappresentato dalla linea oltranzista di Renato Brunetta, capogruppo del partito azzurro alla Camera. Ma dentro Forza Italia, divisa nella solita faida tra correnti, le posizioni sono differenti. Al di là del “no” sbandierato dallo stesso Silvio Berlusconi e annunciato da Stefano Parisi, l’ex city manager al quale il Cav ha affidato il reset azzurro tra le resistenze dei vecchi colonnelli, l’asse lepenista Salvini-Meloni ha più volte accusato chi, dentro il partito berlusconiano, è ancora «tentato dall’inciucio». O dal richiamo della pax nazarena nata proprio sulle riforme. Non è un caso che il vecchio cerchio magico berlusconiano, quello dei collaborati fidati Gianni Letta e Fedele Confalonieri ora tornato centrale, spinga lo stesso Silvio Berlusconi verso un no” soft al referendum.

Per il no alla consultazione, dall’area di centrodestra, si schierano anche un pezzo dell’Udc (quello del segretario Lorenzo Cesa), il movimento IDEA del senatore ex Ncd Gaetano Quagliariello, i Conservatori e Riformisti dell’ex ribelle azzurro Raffaele Fitto. Cosi come i Popolari per l’Italia di Mario Mauro, la Destra di Storace, Azione Nazionale. E il Partito Liberale italiano. Dall’estrema destra, anche CasaPound è nel fronte del No.

Netto invece il “No” al referendum costituzionale 2016 del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, con lo stesso Alessandro Di Battista che ha organizzato un tour in scooter per la penisola, dal 7 agosto al 7 settembre, per fare campagna contro le riforme costituzionali promosse dal governo Renzi.

Si schiera sul no anche Sinistra Italiana, il cantiere che riunisce (per ora soltanto in Parlamento, in attesa del Congresso di dicembre) i parlamentari di Sel e alcuni transfughi del Partito democratico, come Stefano Fassina e D’Attorre: «La vittoria del sì sarebbe la legittimazione di una nuovo quadro politico, con protagonisti Renzi Alfano e Verdini. Sono fiducioso che anche all’intero del Pd si faccia una campagna per il no insieme a noi», ha rivendicato lo stesso ex deputato dem. Un’area, quella a sinistra del Pd, che ha però calamitato consensi modesti alle ultime Amministrative, nonostante candidati autonomi e lo strappo dal Nazareno. A sinistra si schiera per il no anche Possibile di Giuseppe Civati, così come Rifondazione Comunista e l’Altra Europa con Tsipras. Si schiererà per il  “no” al referendum costituzionale 2016 anche la Federazione dei Verdi, secondo la quale «le ombre prevalgono sugli aspetti positivi».

Per il no anche i separatisti sudtirolesi di Suedtiroler Freiheit, il partito di Eva Klotz.

REFERENDUM COSTITUZIONALE ITALIA: I SINDACATI E LE ASSOCIAZIONI DIVISE

Il referendum costituzionale 2016 divide anche i sindacati. Se la Cisl si è schierata a favore del sì con la neopresidente Anna Maria Furlan, la Cgil – che aveva già contestato il Ddl Boschi, sia sul metodo che sul merito, -  si è schierata ufficialmente, invitando i suoi iscritti a votare per il No. Non farà però parte di alcun comitato. Il No al referendum della Cgil rappresenta una nuova tappa della frattura tra il sindacato di Susanna Camusso e il governo, che va ormai avanti dall’approvazione del Jobs Act. Già anche la Fiom di Maurizio Landini si era mobilitata in modo netto per il No.

La Cisl ha invece elogiato una riforma che per la Furlan magari non è «da dieci», ma sicuramente «da sette più». Parole rilanciate dalla stessa Boschi: «La Cisl si è messa sempre tra coloro che innovano, tra coloro che cercano di andare avanti sulla strada delle riforme e non tra i conservatori, tra coloro che ritengono invece che tutto vada bene così com’è e non hanno interesse a cambiare», è stato l’affondo del ministro per le Riforme. Con un chiaro riferimento, pur senza nominarla, alla stessa Cgil.

Anche Confindustria di Boccia si è schierata per il sì: «Il bicameralismo va superato, il traguardo è a portata di mano», ha spiegato il neo presidente. Un fronte al quale ha “aderito” anche Sergio Marchionne, il numero uno di Fca – Fiat Chrysler: «Non voglio giudicare se la soluzione è perfetta, ma è una mossa nella direzione giusta. Lunica cosa che interessa all’azienda è la stabilità del sistema», ha rivendicato, attirandosi anche l’ira del forzista Renato Brunetta.

Oltre alla frattura con la Cgil, non sono mancate le polemiche tra il Pd e l’Anpi, l’associazione dei partigiani che si è schierata per il “No” al referendum costituzionale 2016. Una decisione assunta il 21 gennaio scorso, quasi all’unanimità (con solo 3 astensioni), dal massimo organo dirigente, il Comitato nazionale. «E poi confermata dalla stragrande maggioranza dei Congressi di Sezione, Provinciali e dal Congresso Nazionale scorsi», si sono difesi i vertici dell’associazione, accusati di non rappresentare tutte le istanze dell’associazione.

Nella campagna elettorale rovente si è inserito anche l’endorsement dell’ambasciatore Usa in Italia John Phillips per il ““, contestato dalle opposizioni come un’ingerenza nella politica italiana. «Il no alle riforme sarebbe un passo indietro», aveva spiegato. A smorzare i toni ci ha pensato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nella vesti di “pacificatore”: «La sovranità è degli elettori». Parole apprezzate dalle stesse opposizioni.

I SONDAGGI SUL REFERENDUM COSTITUZIONALE

Ma se il referendum divide i partiti, ancora in equilibrio sono le stesse intenzioni di voto tra i cittadini. Per capire quale sarà il verdetto del referendum costituzionale 2016 è chiaro che fino al giorno del voto gli occhi di tutti gli osservatori politici saranno puntati sui sondaggi elettorali che indicano il peso del e del No. La certezza è che l’esito dipenderà molto anche dal tasso di affluenza alle urne. Una quota maggiore di votanti ai seggi potrebbe infatti favorire il fronte dei favorevoli al disegno di legge Boschi. Una percentuale minore, al contrario, potrebbe favorire il fronte delle opposizioni al governo.

La tendenza negli ultimi mesi è stata quella di una crescita dei “No”, in forte svantaggio a gennaio e arrivati ora a fronteggiare, testa a testa, i favorevoli al referendum costituzionale 2016. Le ultime rilevazioni attribuiscono invece una situazione di equilibrio o, al massimo, un leggero margine in favore del No. Secondo un sondaggio realizzato il 24 e 25 agosto dall’istituto demoscopico Ixè per Anthilia Capital partners e Cassa Lombarda, se si votarre oggi per il referendum voterebbe Sì il 40% di coloro intenzionati a recarsi alle urne, contro il 33% dei No. Pesa però il 27% di indecisi. Secondo una rilevazione effettuata invece da Scenari Politici-Winpoll tra il 24 e il 26 agosto per l’Huffington Post i No sarebbero al 54%, con i Sì al 46. Quindi, con i No restano favoriti: la stessa fonte, subito dopo le Amministrative amare per il Partito democratico di Renzi (il 23-24 giugno), considerava i Sì sempre al 46% e i no al 54%.

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Le intenzioni di voto al Referendum costituzionale 2016: dati al netto degli indecisi (Tabella di Giornalettismo, clicca per ingrandire)
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Le intenzioni di voto al Referendum costituzionale 2016 (Tabella di Giornalettismo, clicca per ingrandire)

Al contrario, un sondaggio effettuato invece il il 24 e 25 agosto dall’istituto demoscopico Ixè per conto di Anthilia Capital Partners e Cassa Lombarda, attesta al referendum costituzionale 2016 il “” al 40% contro il 33% dei “No” e il 27% di elettori ancora indecisi. Lo stesso sondaggio chiede un giudizio agli intervistati sulla riforma Boschi: per il 42,3% è negativo (tra questi, il 15.6% considera la riforma “del tutto negativa”), per il 40.2% è positivo (la gran parte, il 36.5%, in “prevalenza positivo”). La quota degli indecisi raggiunge invece il 17.5%. Dati alla mano, tutto è ancora in bilico. Lo conferma anche uno dei primi sondaggi di settembre, la rilevazione di Emg Acqua per La7: No al 28,4% e Sì al 26,9%, con il 44,7% di indecisi.

E sulla conquista degli indecisi o dei possibili astenuti si giocheranno i destini del referendum costituzionale 2016.

REFERENDUM COSTITUZIONALE 2016: BENIGNI E SANDRELLI PER IL SÌ, FO, SERVILLO E VICARI PER IL NO

Così come partiti, associazioni di categoria e sindacati, anche vip, attori, registi si dividono sul sostegno o meno al referendum costituzionale 2016. Se Roberto Benigni, prima orientato sul “no”, si è alla fine schierato per il SìPasticciata e scritta male? Vero, ma questa riforma ottiene gli obiettivi di cui parliamo da decenni»), il premio nobel Dario Fo - vicino da tempo al Movimento 5 Stelle – è per il No. Per il sì anche la regista Liliana Cavani e l’attrice Stefania Sandrelli, mentre Toni Servillo e il regista Daniele Vicari sono per il No, così come Monica Guerritore. Ha firmato un appello contro il ddl Boschi anche la cantante Fiorella Mannoia, mentre si attende di conoscere cosa farà Adriano Celentano, già però critico in passato sul testo. E gli intellettuali? Tra chi è si è schierato ci sono gli scrittori Susanna Tamaro e Federico Moccia – che hanno aderito alla campagna “pacatosì“) e il filosofo Umbero Galimberti a favore del sì, Ermanno Rea e Salvatore Settis per il fronte del No. Schierati contro anche gli storici Paul Ginsborg e Nicola Tranfaglia, oltre al filologo Luciano Canfora. Non si è ancora espresso invece Nanni Moretti. 

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