Firma digitale per i referendum, uno dei passi che mettono fine al «sabotaggio da parte della politica italiana»

Abbiamo ripercorso la storia del referendum in Italia con Mario Staderini, ex segretario dei Radicali Italiani che ha lottato per arrivare fino all'approvazione della firma digitale

12/08/2021 di Ilaria Roncone

Oggi è una giornata storica per l’Italia con l’approvazione della firma digitale referendum. Basti pensare che, visti i numerosissimi limiti nell’esercizio di questo diritto politico, negli ultimi dieci anni non c’è stato un referendum proposto dai cittadini, solo dai cinque consigli regionali o dai parlamentari. Abbiamo voluto commentare l’evento con Mario Staderini – ex segretario di Radicali Italiani che ha fatto condannare l’Italia dall’Onu nell’ambito della #DemocraziaNegata -: «La gente non va più a votare, l’astensione aumenta sempre di più, i referendum sono stati sequestrati: a quel punto la della democrazia rimane solo un vuoto».

Una democrazia, quindi, che da decenni rimane ostaggio nelle mani dello stato anche per via dell’impossibilità dei cittadini di accedere ai referendum nella manirea più semplice possibile.

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Col referendum la nostra politica ha attuato un vero e proprio «sabotaggio»

La parola scelta per ripercorrere la storia del referendum in Italia e dell’approccio avuto dai nostri politici è sabotaggio. «Considera che i referendum non sono stati possibili fino al 1960, non previsti nella Costituzione, perché mancava la legge attuativa – ripercorre Staderini ai microfoni di Giornalettismo – che fu introdotta solo per permettere il referendum sul divorzio. C’è stato, negli anni, un continuo sabotaggio. La legge che fu fatta – come oggi ha confermato l’Onu – aveva moltissimi ostacoli».

Quando si tratta poi di andare a votare i referendum ci sono tanti altri problemi: «Abbiamo il quorum, il problema della data che viene scelta per andare a votare – solitamente in estate -, insomma, qualcosa che noi radicali abbiamo sempre chiamato una “convenzione antireferendaria” dei partiti e dei partiti nelle istituzione». Perché? «Il motivo è semplice. Con i referendum si vanno a introdurre e a imporre nell’agenda politica dei temi che sono scomodi al potere».

Un concetto, questo, che vede il suo esempio perfetto nell’eutanasia. «Sono dieci anni che si fanno leggi, che gli italiani sono per la stragrande maggioranza favorevoli, c’è stata la sentenza di Dj Fabo con Cappato, ma il  parlamento è fermo. Perché? Perché si vede che nell’equilibrio nei rapporti con il Vaticano questo è un tema scomodo e quindi il referendum imporrà ai partiti di prendere posizione. Non  un caso che nessun grande partito appoggi il referendum apertamente, proprio perché è scomodo».

Una battaglia che va avanti da decenni

«Questa è una battaglia che, personalmente, porto avanti da otto anni. Da quando, nel 2013, proposi dei referendum che furono sconfitti dalle leggi inique che c’erano poiché non riuscimmo a raggiungere le 500 mila firme. In quel momento – racconta l’ex segretario dei Radicali Italiani – sono partiti i ricorsi di tribunali italiani e internazionali e iniziative non violente. Ho passato quaranta sabati davanti al Quirinale raccogliendo attorno a me un gruppo di cittadini, alcune centinaia diventate migliaia a un certo punto, sostenere questa campagna».

A fare la differenza è stato l’intervento dell’Onu: «Un lancio decisivo, la vittoria al Comitato diritti Umani dell’Onu che – nel dicembre 2019 – ha condannato l’Italia su mia denuncia, insieme a Michele De Lucia, per aver violato il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici. Tutto questo perché nelle procedure di legge esistenti, risalenti a una legge del 1970 sui referendum, esistono quelle che si chiamano irragionevoli restrizioni all’esercizio del diritto».

Proprio da questa decisione del Comitato Onu è nato «l’obbligo internazionale per superare e rimuovere questi ostacoli, quindi la firma digitale è il primo passo per la rimozione di altri ostacoli che esistono. Innanzitutto si apre agli italiani all’estero, ai disabili e a tutti i cittadini che non hanno nelle loro città banchetti dove si possa firmare».

Ma, oltre a festeggiare, è bene ricordare che ci sono altri ostacoli che rimangono lì dov’erano prima e che vanno rimossi: «La difficoltà nella raccolta firme cartacee, che rimane il modo più diffuso, l’autenticazione di queste ultime e la questione banchetti, che in molte delle piazze principali non possono essere messi, così come nelle zone dei centri commerciali – che sono le nuove piazze ma sono spazi privati -. Infine andrà eliminato il quorum, che rimane uno strumento antidemocratico volto a sabotare i referendum che esiste solo in Italia e in nessun altro paese democratico al mondo».

Se siamo arrivati fin qui è stato per salvaguardare la reputazione internazionale dell’Italia

«Credo che questo risultato sia frutto del lavoro che abbiamo fatto negli ultimi otto anni perché è frutto del discredito internazionale ricevuto dall’Italia in seguito a questa condanna». Una perdita in termini di reputazione che, in effetti, stava aumentando: «Lo scorso marzo 2021 il Comitato per i diritti umani dell’Onu ha fatto un follow up, riprendendo nuovamente l’Italia perché non aveva fatto le modifiche richieste. Sicuramente questo è un primo elemento», afferma Staderini.

La pandemia? Vista questa situazione «c’è anche un elemento di ragionevolezza. Non utilizzare la tecnologia per migliorare e correggere la democrazia oggi diventa intollerabile sia perché la pandemia ha fatto vedere come la democrazia viene sospesa quando rimane solamente analogica – solo i banchetti cartacei con la pandemia non li abbiamo potuti fare – sia perché in un momento in cui la democrazia sta perdendo consenso tra i cittadini per come è realizzata, o meglio per come è limitata, riaprire i diritti politici a tutti i cittadini diventa qualcosa di importante».

E in quanto a standard di sicurezza delle piattaforme per la firma digitale?

Con questo grande passo in avanti per l’Italia è inevitabile che il pensiero vada ai recenti avvenimento, ovvero l’attacco hacker alla Regione Lazio. In che modo verranno gestite le piattaforme per la firma digitale – quella governativa a partire dal 2022 e quella transitoria attualmente in funzione – a livello di sicurezza? «Dal 2022, per la piattaforma governativa, immagino che il ministro Colao farà tutto quello che è necessario considerato che è il suo lavoro», dice il politico.

«In questo periodo transitorio la sicurezza della raccolta firme – operata tramite la piattaforma raccoltafirme.cloud – è garantita dal fatto che a mettere su le piattaforme sono degli enti certificati da Agid (Agenzia per l’Italia Digitale) e che viene utilizzato un sistema di identificazione con Spid o carta di identità elettronica, che sono quelli con cui lo Stato fa fare ai cittadini ogni sorta di atto ufficiale. La sicurezza – conclude Mario Staderini – è quindi data, da una parte, dal fatto che chi fa la piattaforma è un ente certificato dall’Agid – che svolge questi servizi di raccolta firme regolarmente già sul mercato, a livello professionale e sotto il controllo pubblico – e dall’altra che comunque si utilizza un sistema di identificazione che è in mano allo Stato»

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